Ogni cellula del corpo ce lo ricorda: il sesso mutabile non è mai esistito
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Le tecniche di transizione sono operazioni di cosmesi che fanno a pugni con la biologia.

L’identità sessuale non è una scelta, né un’opzione: è legata a determinanti biologici ben definiti, che conosciamo in modo chiaro, e che possiamo descrivere con precisione. La faccenda dell’incontro di pugilato fra un soggetto femmina e un soggetto maschio che «si percepisce» femmina, in occasione dell’Olimpiade in corso a Parigi – che verrà certamente ricordata per la pesante caratura ideologica che l’ha connotata fin dalla strampalata cerimonia inaugurale, al cui confronto l’Olimpiade di Berlino, con Adolf Hitler presente, è la quint’essenza della neutralità ideologica – è l’occasione per chiarire che chiunque nasce femmina o maschio, resta per tutta la vita femmina oppure maschio.

Il sesso mutabile, interscambiabile, percepibile, rimaneggiabile non esiste. Per la semplicissima ragione che ogni cellula del nostro corpo – vale la pena di ripeterlo: ogni cellula del nostro corpo – è sessuata: femmina con due cromosomi sessuali XX, maschio con cromosomi sessuali XY. Il «transgender» è un prodotto della mente, del pensiero, della cultura, che non ha riscontro oggettivo nella biologia umana. Tutte le tecniche di riassegnazione/transizione sessuale sono operazioni di «cosmesi» somatica, che non modificano di una virgola l’appartenenza XX o XY. La stessa terapia ormonale – che prevede la somministrazione di ormoni androgeni alle femmine, ed estrogeni ai maschi – agisce su un apparato muscolo-scheletrico e su un metabolismo che fin dal seno materno è stato modellato dagli ormoni sessuali del sesso genetico. La «bipotenzialità» maschio/femmina è presente solo fino alla settima settimana di vita intrauterina, con un apparato gonadico primordiale indifferenziato che, da quel momento in avanti, si specializzerà in maschile o femminile a seconda della presenza o meno del cromosoma Y, che proprio per questo viene definito «determinante biologico» della sessuazione.

Da anni, nel mondo sportivo, è in corso una discussione che mira a definire livelli ormonali «accettabili condivisi» per rendere compatibile il confronto agonistico fra femmine e maschi. Ammesso e non concesso che si arrivi mai a una conclusione, rimane aperto il discorso di fondo: la sessuazione è cromosomica/genetica! Non si tratta di analizzare i livelli ormonali di testosterone per dire se un soggetto è femmina o maschio: basta prendere una sola cellulina della pelle o una gocciolina sangue e il «dilemma» viene immediatamente risolto! Se è presente XY è maschio ed è quantomeno assurdo che venga mandato a menar pugni a una femmina.

È davvero bizzarro che in epoca in cui – giustamente – si condanna la violenza contro le donne, si stia a disquisire se quel «maschio che si percepisce femmina» possa legittimamente incrociare i guantoni con la nostra atleta, femmina a tutti gli effetti! Fate un Dna e tutto si risolve in un attimo! E siamo onesti: non tiriamo fuori quel jolly che fa tanto politicamente corretto, che si chiama «contrasto alla discriminazione»: il dovuto rispetto di una persona transgender non ha proprio nulla a che fare con la competizione sportiva. Anzi, a ben vedere, a essere discriminata è la nostra atleta, cui viene negato il diritto di confrontarsi alla pari, con una sua pari. Torniamo alla cerimonia augurale: abbiamo assistito a una sfilata di «grandi femministe» – da Simone de Beauvoir a Simone Veil… hanno lottato per celebrare la liberazione della donna dall’imperialismo e dalla violenza maschile, e ora – nella loro stessa patria – assistono al vergognoso spettacolo, legittimato dall’ufficialità, di una donna presa a cazzotti da un maschio! Non ci stancheremo mai di ripeterlo: si torni al buon senso, se davvero si vuole combattere contro le discriminazioni.

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