«Dobbiamo entrare a Gaza». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, secondo quanto riporta Axios, lo ha detto domenica scorsa a Joe Biden, in un colloquio telefonico. «Dobbiamo andare dentro», ha precisato Netanyahu a Biden, che gli chiedeva come avrebbe affrontato la questione degli ostaggi, «non possiamo trattare ora». L’attacco di sabato scorso, a quanto ci risulta, sarebbe scattato su pressione dell’Iran, esercitata direttamente sull’ala militare di Hamas, mentre l’ala politica non sarebbe stata neanche informata. L’argomento più convincente dei vertici di Teheran, preoccupata dal dialogo tra Israele, Arabia saudita e altre nazioni o realtà islamiche dell’area, è stata la minaccia di un taglio dei fondi al movimento terroristico. L’invasione di Gaza è questione di ore e mentre andiamo in stampa apprendiamo da fonti attendibili che potrebbe essere scattato durante la notte appena trascorsa. Intanto, ieri, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha dichiarato di aver ordinato un «assedio totale» alla Striscia di Gaza: «Niente elettricità, cibo, gas, non entrerà più nulla. Stiamo combattendo degli animali umani e agiremo di conseguenza». La risposta di Israele all’attacco di Hamas, ha annunciato Netanyahu, parlando con le autorità delle località del Sud del paese, «cambierà il Medio Oriente». I bombardamenti aerei su Gaza sono andati avanti al ritmo di uno ogni 30 minuti, diretti per lo più verso il Nord della Striscia, dove si trovano le basi dalle quali partono i missili diretti verso Israele. Per lo più, ma non solo: ieri aerei israeliani hanno bombardato il mercato ortofrutticolo di Jabalia, in quel momento molto affollato. I morti sarebbero 50. Stando a quanto risulta alla Verità, Israele avrebbe arrestato ieri 31 esponenti della lotta armata palestinese, mentre il bilancio delle vittime dei bombardamenti sulla Striscia, a ieri pomeriggio, era di 413 morti, tra cui 78 bambini e 41 donne, e 2.300 feriti, con la distruzione totale a Gaza di almeno 160 abitazioni e 13 torri residenziali. Gli sfollati palestinesi sarebbero più di 70.000.
Le forze di sicurezza di Israele starebbero organizzando l’evacuazione di 75.000 israeliani dai kibbutz che circondano Gaza. In questa zona si sarebbero registrati ferimenti e uccisioni accidentali di israeliani che, alla vista dei posti di blocco dell’esercito di Tel Aviv, hanno cercato di scappare pensando che i soldati dell’Idf (le Forze di difesa israeliane) fossero membri di Hamas travestiti. Il primo ministro scozzese, Humza Yousaf, ha rivelato ieri che i genitori di sua moglie, Nadia El-Nakla, di origini palestinesi, si trovavano nella Striscia al momento dell’attacco di Hamas: «Non sappiamo se riusciranno a sopravvivere».
Intanto, sempre a quanto ci risulta da fonti informate, Tel Aviv starebbe mettendo a punto anche i piani per lanciare un’operazione militare contro il Libano: ai residenti nel Nord è stato infatti ordinato di lasciare le loro case. Gli Hezbollah libanesi (un’organizzazione paramilitare islamista sciita, fortemente antiebraica), infatti, avrebbero intenzione di scendere in campo contro Israele nel caso di un’operazione di terra nella Striscia di Gaza. Da Beirut arriva la notizia che un membro di Hezbollah sarebbe rimasto ucciso nel bombardamento israeliano nel Sud del paese. Nel primo pomeriggio di ieri, riferisce Askanews, per la prima volta le sirene anti razzo sono state attivate nelle città settentrionali di Israele, vicino al confine con il Libano, e l’esercito israeliano ha riferito di aver ucciso «diversi sospetti armati che si erano infiltrati nel territorio israeliano dal territorio libanese». Poco dopo, una fonte di Hezbollah ha fatto sapere che il gruppo sciita libanese non ha lanciato alcuna operazione in Israele. Secondo il Guardian, l’esercito israeliano ha annunciato che i suoi elicotteri da combattimento ieri hanno colpito obiettivi nel territorio del Libano, in seguito alla precedente infiltrazione di diversi uomini armati nel Nord di Israele. Fonti del Qatar rivelano intanto che ieri pomeriggio l’ambasciatore americano nel Paese ha detto al collega italiano che Ismail Haniyeh, il capo del politburo di Hamas, e Khaled Meshaal, uno dei leader, non si trovavano a Doha sabato 7 ottobre, bensì a Istanbul. Una notizia che potrebbe in qualche modo chiamare in causa anche la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, rendendo ancora più inquietante lo scenario. I due rappresentanti di Hamas dopo l’attacco sono stati convocati da Sheikh Mohammed al Thani, il primo ministro qatarino, per avere spiegazioni sull’accaduto. Haniyeh avrebbe detto ad Al Thani che le Brigate al Qassam, braccio militare di Hamas, avevano pianificato un’operazione più «chirurgica» e organizzata in maniera militare, ma che un consistente numero di civili, anche fuori dal controllo di Hamas, avrebbe preso parte agli scontri, ai quali si sarebbe unita anche la jihad islamica palestinese, con azioni autonome. Già nella serata del 7 ottobre, quella dell’attacco, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha contattato telefonicamente Al Thani per richiedere un intervento di Doha per mediare il rilascio dei prigionieri fra Hamas e Israele. Lo stesso Al Thani si è messo in contatto con i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia, Giordania, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, con l’obiettivo di favorire una de-escalation.
Segnala distensivo in serata di Hamas, che ha parlato di tregua, «avendo raggiunto i suoi obiettivi», secondo quanto ha dichiarato ad Al Jazeera un funzionario del movimento palestinese.
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