Müller striglia il Papa e la deriva del gender
Gerhard Ludwig Müller (Ansa)
Intervenendo a un convegno a Torino la porpora tira le orecchie a Francesco: «Non è uno zar». E critica il Consiglio dei nove: «È più importante che incontri i cardinali che Macron». La confusione dilagante? «Un pericolo come stalinismo e hitlerismo».

«Il ministero di Pietro non è un ufficio secolare di governante alla maniera dei re assolutisti e degli zar autocratici, ma un ministero pastorale-spirituale», la cui «essenza più intima» è quella di essere «un servizio all’unità di tutta la Chiesa nella verità del Vangelo». A dirlo è il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede, intervenuto domenica a Torino a un incontro su «La famiglia come tutela sociale dei più deboli», a cui sono intervenuti l’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, e don Salvatore Vitiello dell’università Cattolica del Sacro Cuore Milano-Piacenza.

Il richiamo suona quasi come un cartellino giallo rivolto a papa Francesco, spesso ritenuto molto accentratore e poco sinodale nelle sue azioni di governo, nonostante agisca per le periferie e in chiave di sinodalità, ma non si coglierebbe pienamente il bersaglio se si volesse ridurre la lectio del cardinale Müller a Torino a una specie di manifesto contro il Papa. Il discorso, dal tono chiaramente teologico, va collocato dentro al lavoro che da anni il porporato svolge per riflettere sul papato, non ultimo il suo libro pubblicato in Italia da Cantagalli, dal titolo eloquente: Il Papa. Ministero e missione (Cantagalli).

A ben vedere, infatti, le parole pronunciate domenica a Torino sono parole molto cattoliche, in cui di fatto si difende il papato e se ne sottolinea l’origine diretta da Gesù Cristo. Ce n’è per tutti. Per i vescovi tedeschi innanzitutto, che con il loro cammino sinodale si sono spinti fin sulle soglie di un mezzo scisma, qualcuno dice di fatto già consumato. Quindi ce n’è anche per le altre chiese «ortodosse» e le «comunità protestanti». Il primato del Papa, dice Müller, «è spesso percepito come una “pietra di inciampo”, un ostacolo, poiché alle singole chiese locali viene impedito di seguire le proprie strade di fede adattandosi alla propria cultura e alla propria ragion di Stato. Ma è proprio il primato della Chiesa romana che offre la garanzia divina che la Chiesa cattolica rimanda una Chiesa universale e non si disintegri in chiese nazionali autocefale».

Il magistero vivo della Chiesa, in cui il Papa e i vescovi in comunione con lui sono chiamati a interpretare autenticamente la Scrittura e la tradizione, non è però «superiore alla parola di Dio, ma la serve, insegnando solo ciò che è stato trasmesso», dice Müller citando il documento conciliare Dei Verbum. Le «decisioni dottrinali», sottolinea l’ex prefetto della Dottrina della fede, «richiedono la migliore preparazione umana ed esigono di essere gelosamente conservate e fedelmente esposte». Il richiamo è ovviamente verso quei tentativi di novità spuria che finiscono per trincerarsi dietro a un presunto sviluppo della dottrina, ma che non sempre lo dimostrano in modo chiaro. «Anche nel governo della Chiesa il Papa dovrebbe prima affidarsi al collegio cardinalizio», mentre affidarsi a «un organo consultivo costituito dal supremo decisore secondo criteri di compiacenza e clientelismo è poco utile e fa più male che bene a chi è in carica». Il riferimento alla situazione attuale qui si fa più esplicito, visto che Francesco continua a servirsi del famoso C9, un consiglio di cardinali da lui nominati e che ora, dopo la riforma della curia, a molti sembra una specie di cerchio magico di cui non si comprende bene il significato.

Citando Ratzinger, Müller richiama anche al rischio di «voler tracciare una strada che è populista per il gusto del pubblico, ma contraddice lo spirito di Cristo. Ogni Papa deve distinguere con precisione tra il suo mandato divino e sé stesso come individuo, con tutti i suoi limiti. Non deve imporre agli altri cristiani le sue opinioni private sulla politica o l’economia e le scienze non teologiche». Rispondendo alle domande della stampa e del pubblico intervenuto a Torino, Müller ha ricordato che nella Chiesa è più importante «quando il Papa si incontra con i vescovi di quando si incontra con Emmanuel Macron» e che ogni Papa e ogni vescovo deve ricordarsi di essere istituto per «dare testimonianza di Gesù Cristo, unico salvatore del mondo».

Messo di fronte all’attualità dell’utero in affitto e del gender, il cardinale ha risposto citando proprio Francesco. «L’utero in affitto è una nuova forma di schiavitù e come ha detto papa Francesco è una nuova forma di colonialismo perché si sfrutta la situazione difficile delle donne in alcuni Paesi solo per il proprio profitto». Non è un problema di fede, ha aggiunto, perché «da una parte gli stessi politici vogliono uccidere i bambini nel grembo della mamma e dall’altra creano bambini nel grembo di altre madri, questo è totalmente contraddittorio, è contro la ragione che sta scritta nella natura umana». Sul gender poi ha detto che «questa ideologia è tanto pericolosa come lo stalinismo e l’hitlerismo», perché, ha sottolineato, «è totalmente contro la natura umana». In fondo, «l’umanità esiste dal rapporto tra un uomo e una donna» e voler cancellare questa differenza ha certamente il sapore dell’autodistruzione. Perché non benedire le unioni omosessuali, hanno chiesto al cardinale? «Dio ha benedetto all’inizio della creazione l’uomo e la donna», ha risposto Müller, «affinché diventassero genitori e tramandassero tramite le generazioni il piano divino per l’umanità. Perciò non si possono benedire queste coppie, perché non rispecchiano questo progetto».

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