- Gli indirizzi sono stati resi pubblici dagli attivisti. Washington è in massima allerta. A Phoenix la polizia ha disperso violenti che avevano assaltato il Senato dell’Arizona.
- Il nuovo fronte legale è sulla pillola. Joe Biden vuole impedire ai singoli Stati di vietare la vendita dei farmaci che interrompono una gravidanza. E può riuscirci perché approvati dalla Food and drug administration.
Lo speciale comprende due articoli.
La tensione è salita alle stelle negli Stati Uniti dopo il pronunciamento della Corte suprema. A lanciare l’allarme in materia di ordine pubblico è stato il Dipartimento per la sicurezza interna che, in un memorandum ottenuto da alcune testate americane, ha reso noto che sarebbe «probabile» l’esplosione di violenza estremista. In particolare, sono definiti a rischio soprattutto i giudici della stessa Corte suprema, mentre altri probabili bersagli sono le strutture sanitarie pro life e le organizzazioni religiose.
Proteste sono, nel frattempo, esplose in varie città statunitensi: da Atlanta a Seattle, passando per New York, Detroit e Los Angeles. Venerdì sera, a Phoenix la polizia ha dovuto usare i lacrimogeni per disperdere una folla di facinorosi, che aveva ripetutamente colpito le porte dell’edificio che ospita il senato dell’Arizona. Dall’altra parte, un suv ha ferito un pedone a Cedar Rapids (in Iowa) durante una manifestazione. Ma la situazione resta maggiormente preoccupante a Washington. Ieri, tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alla Corte suprema. L’entità delle proteste dovrebbe accrescersi nel corso del fine settimana. Tra l’altro, Newsweek riferiva che venerdì vari attivisti pro aborto hanno ripreso a pubblicare sui social network gli indirizzi delle abitazioni private dei supremi togati. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, si erano già tenute delle proteste davanti a queste case e che, di recente, uno squilibrato aveva cercato di uccidere il giudice, Brett Kavanaugh.
Ad alimentare il fuoco della tensione ci sta pensando il Partito democratico americano. L’altro ieri, dopo le dure parole di Nancy Pelosi che aveva bollato la Corte suprema come «radicale», un gruppo di deputati dem ha chiesto a Joe Biden di decretare un’emergenza sanitaria nazionale. La deputata Val Demings, attualmente candidata alla poltrona senatoriale della Florida, ha detto di essere «pronta a combattere» per la libertà riproduttiva. «Non avete ancora visto niente. Le donne controlleranno i loro corpi, non importa come cercheranno di fermarci. Al diavolo la Corte suprema. Ci opporremo», ha tuonato un’altra deputata dem, Maxine Waters. Tutto questo, mentre la sua collega Alexandria Ocasio Cortez ha definito la sentenza «illegittima», esortando inoltre le persone a «scendere in strada» e aggiungendo: «In questo momento le elezioni non bastano». Insomma, le parole di molti esponenti dem si stanno rivelando particolarmente violente e prive di senso delle istituzioni. Il grande rischio è che quindi contribuiscano a gettare benzina sul fuoco. «Penso che la Corte suprema abbia preso alcune decisioni terribili», ha dichiarato dal canto suo ieri Biden, che già venerdì aveva criticato la sentenza.
L’amministrazione americana ha comunque reso noto, sempre ieri, di non essere d’accordo con le richieste di riforma avanzate da quanti vorrebbero (soprattutto a sinistra) un aumento del numero dei supremi giudici, per annacquare il peso dei togati di nomina repubblicana. «Questo è qualcosa su cui il presidente non è d’accordo. Non è qualcosa che vuole fare», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. Si tratta di una notizia non di poco conto. Va riconosciuto che Biden non è mai stato un fautore di un allargamento della Corte. Eppure, spinto da alcuni settori del suo partito, aveva avviato una commissione che studiasse una simile eventualità. Ora, il presidente sembra aver chiuso definitivamente a tale ipotesi: il che, va detto, evita il rischio di una politicizzazione del massimo organo giudiziario statunitense.
Ricordiamo sempre che la Corte suprema non ha reso l’aborto illegale. Ha semmai riassegnato ai parlamenti dei singoli Stati l’autorità di decidere su questa materia. In tale quadro, almeno 13 Stati sono pronti ad emanare divieti per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza: si tratterebbe in particolare di Arkansas, Idaho, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, North Dakota, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming. Di contro, sono 14 gli Stati che hanno codificato l’aborto a livello legislativo: parliamo di Washington, Oregon, California, Nevada, Colorado, New Mexico, Illinois, New York, New Jersey, Delaware, Maryland, Massachusetts, Maine e Vermont.
Va da sé che la questione è destinata a rivelarsi dirimente in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Resta, tuttavia, il fatto che gli attacchi violenti e il discredito gettati da molti dem sulla Corte suprema rischiano di produrre delle conseguenze istituzionali devastanti negli Stati Uniti. Segno di come una certa sinistra non sia capace di distinguere il dissenso dalla delegittimazione. E questo è un problema enorme.
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