- La cifra appiana una lite con l’ente guidato da Fauci fino al 2022 Poi, lo Stato ha «scagionato» la ditta in una causa sui brevetti.
- Il British medical journal evidenzia la mancanza di studi e di consenso scientifico sui rischi dei trattamenti, avviati dai minori, per cambiare sesso.
Lo speciale contiene due articoli
Moderna paga, governo scagiona. La sintesi è brutale. Proviamo, dunque, a ricostruire i fatti in maniera più accurata.
Giovedì scorso, durante la presentazione al mercato dei conti della società, Jamey Mock, dirigente della casa farmaceutica, ha riferito che, a dicembre 2022, Moderna ha siglato un accordo per una licenza di brevetto non esclusiva con il National institute of allergy and infectious diseases (Niaid) americano, per l’utilizzo di un particolare componente dei vaccini a mRna. Si tratta, in parole semplici, di un’autorizzazione concessa dallo Stato all’uso di una tecnologia, permesso che però può essere accordato ugualmente ad altre imprese private.
Come ha raccontato The Epoch Times, nel quadro dell’intesa, l’azienda ha accettato di versare 400 milioni di dollari all’ente pubblico statunitense, che è stato guidato da Anthony Fauci proprio fino alla fine dello scorso anno. Secondo Mock, la stipula prevede che siano corrisposte delle modeste royalties sulle future vendite nette dei preparati anti Covid. Una rendita limitata, ma con buona probabilità redditizia.
Poiché il Niaid ha rifiutato di rilasciare commenti, il quotidiano di orientamento conservatore ha inoltrato una richiesta formale di accesso agli atti. Ma ha anche fatto notare una interessante coincidenza: il patto è stato stretto in concomitanza con l’intervento del governo Usa in un processo, intentato nel Delaware a Moderna, da Arbutus biopharma e Genevant sciences. Le due compagnie accusavano il colosso di aver sfruttato, nella fabbricazione del vaccino per il coronavirus, una tecnologia già registrata da loro. Ebbene: la pubblica autorità si è sentita in dovere di spiegare alla corte che essa deve «esentare Moderna da ogni responsabilità per violazione del brevetto», trasferendo tutto in capo agli Stati Uniti.
Ora, la questione dibattuta in tribunale è molto tecnica e si collega alla possibilità di distribuire in maniera gratuita un medicinale che rechi beneficio prevalentemente a chi lo riceve. Alcuni esperti, in effetti, salutano con soddisfazione l’orientamento giuridico che sta emergendo in aula. Altri, al contrario, discutono l’idea che lo sviluppo del farmaco, per il quale è stata messa in piedi anche una collaborazione con le forze armate, abbia avvantaggiato più la popolazione del governo stesso. Ovvero, che Moderna abbia agito in maniera indipendente dalle istruzioni dell’esercito. È un punto centrale, alle luce degli sviluppi successivi: se Big pharma opera in così stretta collaborazione con settori dell’esecutivo e se quest’ultimo si comporta in modo tale da toglierle le castagne dal fuoco, mentre l’industria versa una bella cifra nelle casse statali, diventa legittimo sospettare che si sia alterato il rapporto tra regolatore e regolato. È cosa buona e giusta, per carità, che il pubblico non lasci carta bianca su un farmaco così cruciale, com’era il vaccino anti Sars-Cov-2. Tuttavia, il confine tra supervisione e cortocircuito istituzionale, o addirittura conflitto d’interessi, può essere labile.
La vicenda si tinge ancora più di giallo, se si va ad approfondire la cronologia degli eventi che hanno portato all’accordo sulle licenze per i vaccini.
La disputa derivava dal fatto che un gruppo di studiosi (Kizzmekia Corbett, Barney Graham e John Mascola), dipendenti dei National institues of health (Nih), dei quali il Niaid è una branca, avevano lavorato con Moderna e contribuito all’invenzione della sequenza inserita nei preparati. All’inizio, la società aveva rivendicato la paternità assoluta della scoperta. Poi, a dicembre 2021, aveva cambiato tono, annunciando di volersi sedere al tavolo con i National institutes of health, per provare a risolverla con le buone. Una testimonianza decisiva in favore di questi ultimi era giunta nientepopodimeno che da Fauci. Ascoltato dal Congresso, il virologo della Casa Bianca aveva confermato che il ruolo dei colleghi era stato utile a stabilizzare «la proteina Spike in stato di prefusione, che viene utilizzata praticamente in tutti i vaccini» per il Covid. Ed è qui che spunta un’altra circostanza singolare.
Una parte dei pagamenti che i Nih ricevono – 2 miliardi di dollari tra il 1980 e il 2019 – sarebbe trattenuta da singoli scienziati. Stando alla nonprofit Open the books, tra i beneficiari dei diritti ci sarebbe lo stesso Fauci: lui e altri funzionari di governo, dal 2010 al 2020, avrebbero incassato 350 milioni di dollari. Fortunati come i vincitori dell’ultimo jackpot del Superenalotto. Ma sicuramente più bravi.
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