- Il titolare degli Esteri Najla al-Mangoush (sospeso) è fuggito su un jet in Turchia. Khalifa Haftar rinforza i confini: l’Isis pronto a un’ondata di attentati.
- La Cina continua la «campagna acquisti» per rafforzare la Via della Seta. Ma così indebolisce il ruolo italiano nel Mediterraneo.
Lo speciale contiene due articoli.
Il primo ministro libico Abdulhamid Dbeibah ha «temporaneamente sospeso» il ministro degli Esteri Najla al-Mangoush per un incontro avvenuto la scorsa settimana a Roma con l’omologo israeliano Eli Cohen. Nonostante al-Mangoush abbia definito l’incontro «casuale e non ufficiale» la notizia si è diffusa rapidamente nel Paese al punto che sono scoppiati disordini, in particolare a Tripoli dove la scorsa notte la folla ha bloccato le strade, bruciato pneumatici, gridato slogan contro il governo dell’ovest di Abdul Hamid Dbeibah che è riconosciuto a livello internazionale (ma che si contende il potere con l’altro esecutivo a est, sostenuto dal generale Khalifa Haftar) e sventolato bandiere palestinesi.
A fomentare le proteste come sempre accade a queste latitudini c’erano elementi appartenenti alle frange più estreme dell’islam e, ovviamente, membri delle varie milizie che approfittano da anni di ogni occasione utile per mettere a ferro e fuoco la Libia. Il primo ministro del governo di Tripoli ha affermato che il suo ministro degli Esteri «è stato e sarà oggetto di una indagine amministrativa da parte di una commissione presieduta dal ministro della Giustizia». Sia il Consiglio presidenziale che la Camera dei Rappresentanti, l’Alto Consiglio di Stato, la Casa della Fatwa, il partito della Giustizia e della Costruzione, il partito Taghyeer e il partito Yabiladi hanno condannato l’incontro di Roma visto che «la causa palestinese è una priorità della Libia», dove esiste una legge che prevede «il boicottaggio di Israele». Per tentare di fermare le proteste di chi non vuole una normalizzazione dei rapporti con Israele Najla al-Mangoush ha definito l’incontro con Eli Cohen «casuale e non ufficiale». Ma non è servito a nulla. La veemenza delle manifestazioni e gli spari che si sono uditi per le strade e dopo la nomina agli Esteri di Fathallah Zanni, attuale ministro della Gioventù, al-Mangoush ha lasciato prudentemente la Libia con un jet privato diretto in Turchia, temendo che i manifestanti potessero raggiungere la sua abitazione. Alcuni di loro hanno cercato di dare alle fiamme le abitazioni del premier Abdulhamid Dabaiba e del consigliere per la Sicurezza nazionale e suo parente, Ibrahim Dabaiba. A Misurata, altri manifestanti hanno dato alle fiamme bandiere israeliane e magliette su cui erano state stampate le foto di El Mangoush e Cohen.
A scatenare la rabbia in Libia sono state le dichiarazioni delle autorità di Gerusalemme secondo le quali il colloquio tra i due ministri degli Esteri «è stata la prima iniziativa diplomatica di questo tipo tra i due Paesi». Ad accendere ulteriormente gli animi sono state le parole di Cohen: «Con al-Mangoush si è discusso dell’importanza di preservare il patrimonio degli ebrei libici, che include il rinnovamento delle sinagoghe e dei cimiteri ebraici». Per poi aggiungere che «le dimensioni e la posizione strategica della Libia offrono un’enorme opportunità per lo Stato di Israele».
Dopo una notte di disordini sono arrivate le parole di Dbeibah: «L’interazione non ha incluso discussioni, accordi o consultazioni con noi e ribadiamo il rifiuto totale e assoluto alla normalizzazione con Israele. Parole che hanno convinto i manifestanti a interrompere le protese ma la situazione resta tesa.
Tutto questo accade mentre le unità dell’Esercito nazionale libico, guidato da Haftar, quattro giorni fa hanno lanciato un’operazione militare nell’area del confine meridionale «per proteggere i confini dello Stato, le sue capacità e la sicurezza dei suoi cittadini, e come parte della continua estensione del suo controllo e della sua influenza su tutto il territorio libico». E da chi? Per il portavoce di Haftar, Ahmed Al Mismari, «dai gruppi o formazioni armate che rappresentano una minaccia per i nostri vicini o un trampolino di lancio per azioni illegali». Il riferimento è (ma non solo) allo Stato islamico che dopo un periodo di appannamento è tornato alla ribalta con le fotografie del giuramento al nuovo e misterioso califfo identificato come Abu Hafs al-Qurashi. Solo tre giorni fa a Tripoli è stato catturato il leader locale dell’Isis che ha pianificato i tre attacchi mortali a Tripoli nel 2018 nel quale morirono 19 persone. Secondo il generale di corpo d’armata Giorgio Battisti «lo scontro tra i due governi crea forti ostacoli alla sicurezza regionale, allo sviluppo socio-economico (malgrado le abbondanti riserve petrolifere) e alla coesistenza pacifica nell’intera area del Mediterraneo (allargato), agevola l’immigrazione verso l’Europa e provoca nuovi scenari di instabilità che si collegano alle dinamiche conflittuali del confinante Sahel a sud». E la comunità internazionale ed in particolare le Nazioni Unite e l’Unione europea? Per Battisti, «non volendo impegnarsi direttamente sul campo, assistono impotenti a questa realtà dove attori regionali con interessi contrastanti, come Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele, Russia e altri, operano con spregiudicatezza per espandere e consolidare la propria influenza. Una situazione che non appare di facile soluzione anche per la presenza di 140 tribù (dati delle Nazioni Unite) che controllano fisicamente in modo parcellizzato il vasto territorio e che sono pronte a cambiare alleanze a seconda della propria convenienza». Impossibile però non registrare come l’approccio della precedente amministrazione targata Trump fece nascere gli «gli Accordi di Abramo», che avevano portato ad una progressiva distensione nel Medio Oriente mentre le troppe incertezze dell’attuale amministrazione guidata da Joe Biden non fanno che alimentare il caos anche in Libia.
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