Immaginate per un attimo che ieri si sia votato non in Italia, ma in Francia, e che a vincere sia stato Jean Luc Mélenchon, cioè un veterocomunista che vorrebbe far uscire Parigi dalla Nato, che più volte s’è schierato con il regime cinese, fiancheggia il terrorismo palestinese e abbatterebbe volentieri Israele. Ecco, ora immaginate cosa sarebbe accaduto se oggi Giorgia Meloni (non necessariamente come prossima premier, ma anche solo da leader di Fratelli d’Italia) avesse osato dire: «Sulla Francia vigileremo noi italiani». Le schiene dei francesi, da Nord a Sud e dall’estrema destra fino all’estrema sinistra, sarebbero state percorse da brividi d’indignazione. I giornali avrebbero gridato, unanimi, contro l’orrida ingerenza fascista, spingendo alle stelle lo sciovinismo anti italiano. E almeno quattro quinti del Parlamento, riunito in seduta straordinaria, avrebbero preteso dure proteste diplomatiche, se non il ritiro dell’ambasciatore. Chissà, magari Parigi avrebbe già chiuso la frontiera.
Questa, però, è fantapolitica. Volete la realtà? Rovesciatela. Perché ieri il primo ministro francese, Elizabeth Borne, ha gettato un’occhiata schifata dall’Eliseo verso quel quasi 44% d’italiani che hanno osato votare centrodestra, e ha proclamato che «ora la Francia sarà attenta, con la presidente della Commissione europea, che in Italia siano rispettati i diritti umani, a partire dall’aborto».
Proteste di qua dal confine? Zero. Indignazione? Macché. Del resto, ieri madame Borne ha soltanto chiuso il cerchio delle minacce che due giorni prima era stato aperto da Ursula von der Leyen, per l’appunto presidente della Commissione Ue: «Se dopo il voto le cose in Italia andranno verso una situazione difficile, qui abbiamo gli strumenti…».
Dalla prima mattina di ieri, in realtà, tutta l’internazionale di sinistra s’è messa a contestare il nostro voto. Sempre in Francia, l’ex presidente socialista François Hollande ha scritto su Twitter che «la vittoria dell’estrema destra in Italia è una minaccia per i diritti fondamentali e un rischio di paralisi per l’Europa». Ancora più dura, se possibile, la deputata Clémentine Autain di France Insoumise, il partito della gauche radicale: a sentir lei, il risultato delle nostre elezioni «è tragico perché in Italia prendono il potere gli eredi di Benito Mussolini. A consentirlo sono state le politiche neoliberali e la scomparsa della sinistra», ha concluso la Autain, che ha proclamato «solidarietà ai progressisti italiani».
Il coro della sinistra affranta è riecheggiato anche in Spagna, dove Yolanda Diaz, vicepremier e ministro del Lavoro, s’è messa a fare l’eco a Debora Serracchiani, descrivendo il risultato delle nostre elezioni come «molto triste e preoccupante». E proprio come la capogruppo del Pd alla Camera, che ieri aveva ingiustamente rivendicato al centrosinistra la maggioranza dei consensi (in realtà il centrodestra ha ricevuto 12,3 milioni di voti, battendo di molto il centrosinistra con 7,3 milioni di preferenze e i grillini con 4,3), anche la Diaz ha criticato «una situazione in cui pochi vogliono distruggere i diritti della maggioranza». Esponente dell’estrema sinistra di Unidas Podemos, la Diaz s’è detta «convinta che alla fine emergerà un’Italia moderna e giusta», cioè quella fatta da Pd e M5s. Ha intonato, insomma, una versione aggiornata di Venceremos, l’inno degli Inti-Illimani, ma nel totale disprezzo di un voto democraticamente espresso.
Come lei, il ministro spagnolo degli Esteri, il socialista Juan Manuel Albares, ha commentato il risultato italiano sostenendo che «in tempi d’incertezza i populismi crescono e finiscono sempre nello stesso modo, con una catastrofe». Anche Katharina Barley, vicepresidente tedesca del Parlamento europeo, ed esponente della Spd, s’è detta «preoccupata»: «Meloni sarà un premier i cui modelli sono il capo del governo ungherese, Viktor Orbán, e l’ex presidente Usa, Donald Trump».
A destra, ovviamente, i commenti sono stati del tutto diversi. Proprio Orbán s’è congratulato per la «meritata vittoria». In Francia la leader del Rassemblement nationale, Marine Le Pen, ha detto che «gli italiani hanno deciso di riprendere in mano il loro destino, eleggendo un governo patriottico e sovranista».
Mentre è parso dettato dal più concreto pragmatismo il commento del segretario di Stato americano. A nome dell’amministrazione dem, Antony Blinken s’è detto «ansioso di lavorare con il nuovo governo italiano sui nostri obiettivi condivisi: sostenere un’Ucraina libera e indipendente, rispettare i diritti umani, costruire un futuro economico sostenibile». Poi ha sottolineato che «l’Italia resta un alleato fondamentale, una democrazia forte e un partner prezioso».
Fin qui solo Vladimir Putin sembra aver sospeso il giudizio. Il suo portavoce, Dmitry Peskov, ha detto che «le elezioni sono un affare interno italiano. Siamo pronti ad accogliere ogni forza politica in grado di andare oltre l’odio contro la Russia». La Komsomolskaya Pravda, quotidiano da 22 milioni di copie, ha scritto però che «non conviene sperare in un ravvedimento della futura premier italiana: non bisogna dimenticare che ha sempre espresso l’intenzione di proseguire la linea di collaborazione con Usa e Nato».
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