Ma quale America allarmata dal voto. Intel produrrà i microchip a Verona
Un investimento da 4,5 miliardi deciso prima delle nostre elezioni che smonta la teoria degli Usa terrorizzati dal «ritorno del fascismo». Puntano, invece, a staccarsi dalla Cina. E l’Italia diventerà un partner strategico.

L’Italia diventa strategica per i semiconduttori. Secondo Reuters, il governo Draghi e il colosso tecnologico californiano Intel hanno concordato di aprire uno stabilimento per assemblare microchip nella cittadina veneta di Vigasio (Verona). L’investimento iniziale (che sarà coperto fino a un massimo del 40% dall’esecutivo) si aggirerebbe attorno ai 4,5 miliardi di euro: l’impianto dovrebbe essere avviato tra il 2025 e il 2027, mentre si prevede la creazione di circa 1.500 posti di lavoro (più altri 3.500 tra partner e fornitori). Tra l’altro, sempre secondo Reuters, lo stabilimento veneto sarà «ben collegato con la Germania e in particolare con la città di Magdeburgo, dove Intel realizzerà due stabilimenti». La mossa del gigante californiano rientra nel contesto di una strategia più ampia, visto che a marzo l’azienda aveva annunciato un piano di investimento complessivo per l’Europa da oltre 77 miliardi di dollari.

L’accordo con il colosso statunitense è una buona notizia sotto vari punti di vista. In primis, come abbiamo detto, tale intesa avrà delle ricadute economiche positive per il nostro Paese: non solo l’investimento è poderoso, ma verranno creati anche numerosi posti di lavoro. In secondo luogo, bisogna tener presente la crescente strategicità che i semiconduttori stanno rivestendo dal punto di vista geopolitico. Una delle ragioni principali del duello in atto tra Stati Uniti e Cina riguarda proprio il settore hi-tech e, in particolar modo, il comparto dei microchip. Ricordiamo che, alcune settimane fa, il Congresso statunitense ha approvato il Chips Act: una legge bipartisan che prevede fondi pubblici per le aziende nazionali produttrici di semiconduttori, purché evitino di aprire nuovi stabilimenti all’avanguardia in territorio cinese.

Che l’aria stia cambiando lo si capisce anche dal comportamento di colossi un tempo abbastanza morbidi nei confronti di Pechino, come per esempio Apple: la società di Cupertino sta, infatti, spostando parte delle sue attività dalla Cina all’India, in particolar modo per quanto concerne la produzione dell’iPhone 14. Alla luce di questo quadro, è chiaro che gli investimenti di Intel renderanno l’Italia un Paese maggiormente strategico agli occhi di Washington. D’altronde, il governo Draghi si era reso conto molto presto dell’importanza del settore. L’anno scorso, l’esecutivo, su proposta del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, aveva bloccato l’acquisizione della società tecnologica lombarda Lpe da parte del gruppo cinese Shenzhen Investment.

Si scorge, infine, anche un dato politico assai rilevante. È vero: l’accordo con Intel lo ha fatto il governo Draghi. Tuttavia l’Italia è in campagna elettorale dallo scorso luglio e, in questi ultimi due mesi, tutti i sondaggi hanno dato Fratelli d’Italia saldamente in testa. L’ipotesi che il nuovo esecutivo possa essere guidato da Giorgia Meloni non è, quindi, certo spuntata nelle ultime ventiquattr’ore. È dunque chiaro che Intel, così come anche i vertici politici di Washington, si attendessero ormai da tempo un trionfo elettorale di Fratelli d’Italia. E, davanti a tale prospettiva, il colosso californiano ha comunque tirato dritto con la sua intenzione di investire significativamente nel nostro Paese: una scelta che è molto improbabile sia avvenuta all’oscuro delle alte sfere politiche e istituzionali americane, vista la strategicità del settore. D’altronde, il ceo di Intel, Pat Gelsinger, fu pubblicamente ringraziato a marzo da Joe Biden durante il suo discorso sullo stato dell’Unione, per aver avviato un hub di chip in Ohio: segno, questo, della vicinanza tra il colosso californiano e la Casa Bianca.

Ne consegue l’infondatezza della vulgata che vorrebbe Washington preoccupata dalla probabile nascita di un esecutivo di centrodestra in Italia a trazione Fdi. Segno che la linea atlantista, condotta finora dalla Meloni, ha rassicurato le alte sfere d’Oltreatlantico, con buona pace di chi paventava enfaticamente (e strumentalmente) improvvisi cambi di collocazione internazionale del nostro Paese.

D’altronde la questione dei semiconduttori aveva fatto (per quanto indirettamente) capolino anche in campagna elettorale. Pochi giorni fa, la Meloni aveva espresso il proprio sostegno politico a Taipei, suscitando la piccata reazione dell’ambasciata cinese in Italia. Ora, al di là delle infondate pretese di sovranità formulate dal Partito comunista cinese su Taiwan, ricordiamo che l’isola è tra i principali produttori di chip al mondo. Ed è questa una delle ragioni alla base delle tensioni tra Washington e Pechino relative a Taipei. È anche temendo un’invasione militare cinese che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta investendo per aprire stabilimenti in Arizona e in Giappone.

Fino allo scorso giugno sembrava in procinto di creare impianti anche in Europa, sebbene, almeno per il momento, non se ne sia fatto nulla.

Resta comunque il fatto dell’interesse americano per il nostro Paese. E quindi no: il prossimo (probabile) governo di centrodestra non si avvia ad essere, come dice qualcuno, internazionalmente isolato.

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