Ma c’è una folle idea per il rilancio gialloblù
Ansa
Gian Marco Centinaio lancia un indizio: «Molti colleghi grillini dicono “piuttosto che i dem meglio un nuovo contratto”». Sarebbe un disastro di immagine, però praticabile. Il pertugio è la legge costituzionale: approvarla aprirebbe al rimpastone (con annessa poltrona Ue).

Quante via d’uscita ha la crisi più pazza del mondo? Almeno un centinaio. Anzi, un Centinaio, inteso come Gian Marco, ministro leghista delle Politiche Agricole, che ieri, a sorpresa ma non troppo, ha messo nero su bianco quel pensiero (mica tanto) stupendo che in molti, tra leghisti e pentastellati, sotto sotto coltivano: e se i due separati in casa tornassero insieme?

«Io sono quello», dice Gian Marco Centinaio rispondendo, a Circo Massimo su Radio Capital, alla domanda sulla possibilità di riallacciare il rapporto con il M5s, «che non chiude mai le porte fino in fondo. Noi con i colleghi del M5s ci siamo parlati in aula in queste ore e quello che dicono tanti colleghi parlamentari pentastellati è che piuttosto che andare con il Pd e con Renzi è meglio tornare con la Lega con un nuovo contratto di governo. In ogni caso, il nostro obiettivo resta quello di andare al voto», aggiunge il quasi ex ministro, «perché i no erano diventati troppi e la situazione insostenibile. Noi per il bene della Lega potremmo anche restare a guardare Renzi e la Boschi che tornano al governo, ma poi c’è il bene del paese». E la mozione di sfiducia (depositata ma non calendarizzata) nei confronti del premier Giuseppe Conte? «In questo momento non la ritiriamo, poi deciderà Matteo Salvini», sottolinea, sibillino, Centinaio, «sarà lui a valutare l’opportunità. Se Luigi Di Maio vuole che la Lega ritiri la mozione , prende in mano il telefono, chiama Matteo Salvini, si incontrano e decideranno insieme se è il caso di proseguire questa iniziativa di governo».

Da torniamo al voto a torniamo insieme, in fondo, è un attimo: certo, la Lega non uscirebbe bene a livello di immagine (eufemismo) da un’eventuale retromarcia, ma in politica, si sa, tutto è possibile, e del resto chi mai, fino a qualche giorno fa, avrebbe pensato alla possibilità di un governo giallorosso con Matteo Renzi e Luigi Di Maio a braccetto?

Salvini, intervistato dal Corriere della Sera, aggiunge un altro tassello al mosaico. «Quello a cui penso io», spiega il leader della Lega, «è un governo con Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia. Questo è quello che voglio e per cui lavoro». Non sappiamo se il ministro dell’Interno sia un appassionato di poker, ma il suo sembra tanto un rilancio: un governo con Giorgetti all’Economia non potrebbe nascere già ora, senza il bisogno di andare alle elezioni e soprattutto senza dare la possibilità a Pd e M5s di dare vita a un esecutivo destinato a durare almeno fino al 2022, quando si voterà il successore di Sergio Mattarella al Quirinale? Certo che sì. La strada, seppure tortuosa (c’è da aggirare l’ostacolo Giovanni Tria «coperto» dal Quirinale) è praticabile, al netto di valutazioni di carattere politico sul danno di immagine per il Carroccio.

I ministri della Lega non si sono dimessi, il premier neppure, e dunque il governo è pienamente in carica. Il prossimo 20 agosto, nell’aula del Senato, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, svolgerà le sue comunicazioni in merito alla crisi politica. Se in questi cinque giorni i consulenti matrimoniali alla Centinaio riusciranno a smussare almeno un po’ gli angoli tra Di Maio e Salvini, se Luigi metterà da parte l’orgoglio e comporrà il numero telefonico di Matteo, toccherà all’avvocato del popolo trasformarsi in matrimonialista e pronunciare a Palazzo Madama un discorso alto e nobile all’insegna del «non disperdiamo quanto fatto di buono in questo anno di governo, ritroviamo un afflato unitario per il bene del paese». Inoltre, in caso di non dimissioni e non sfiducia, il 22 – alla Camera – potrebbe essere l’esecutivo in carica a votare un provvedimento scritto nero su bianco sul contratto fondativo. Un viatico perfetto per un rilancio: a quel punto perché far saltare tutto per inciuciare con il Pd?

Ovviamente, accanto alle ragioni del cuore, dovrebbero essere prese in considerazione anche quelle, più materiali, in questo caso dell’assetto di governo. Prosaicamente: il M5s dovrebbe concedere alla Lega un sostanzioso rimpasto, a partire da Giorgetti all’Economia al posto di quel Giovanni Tria mai amato fino in fondo né dalla Lega né dal M5s. Del resto, in quel turbolento 25 maggio 2018, quando il «no» di Mattarella a Paolo Savona stava per far saltare il governo Lega-M5s, fu proprio l’inquilino del Colle a proporre la soluzione Giorgetti: non se ne fece nulla per ragioni legate alla effervescenza politica di quei giorni.

Sacrificare Tria, Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta, per salvare l’Italia dal pastrocchio giallorosso, se in questi 5 giorni che ci separano dal 20 agosto sarà chiaro a tutti che le elezioni anticipate non ci saranno: il M5s potrebbe mai dire di no? A quel punto, il giorno dopo, il 21 agosto, Conte terrebbe anche alla Camera il discorso della Grande Riappacificazione. Il giorno dopo, il 22, Lega e M5s voterebbero insieme, sempre alla Camera, il taglio dei parlamentari, e tutti sarebbero felici e contenti. E se la figura di Conte fosse un impedimento? Resta sempre la casella della Commissione Ue: un incarico di prestigio per una figura istituzionale, apprezzata dal Colle. L’avvocato del popolo sarebbe perfetto.

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