«Quanta poesia buttata via/Ave Maria!». Nel bel mezzo del Festival di Sanremo del 1993, sulle note di una canzone dedicata alla madre di Cristo il tono della voce saliva, diventava un po’ enfatico: Renato Zero al culmine del suo successo portava sul palcoscenico della musica spensierata all’italiana la sua paradossale preghiera alla Madonna. Paradossale se confrontata col personaggio che aveva introdotto il glamour più esagerato nella tv di Stato, in un’epoca in cui bisognava essere ancora anticonformisti per farlo; ma non tanto paradossale se si confrontano i temi di quella canzone-preghiera con le convinzioni immutate nel tempo di Renato Fiacchini, in arte Zero. Convinzioni scandalosamente «conservatrici» di un cantante che ha sempre cercato di conciliare atteggiamenti trasgressivi (più sulla scena che nella vita) con il rispetto per le radici profonde del vivere: Dio, la famiglia, il rispetto per il padre, quel padre poliziotto verso il quale non ha mai avuto pulsioni edipiche e al quale non ha mai rivolto sberleffi sessantottini.
«Stai, con la povera gente, stai/Dai colore a chi non ha niente, niente…Ave Maria!», cantava a Sanremo e Roberto d’Agostino nel dopofestival ascoltava divertito quella preghiera in musica di Renato poi lo staffilava con affetto: «Ecco la pazza!». A distanza di tempo, Zero conferma tutta quella pazzia, o assoluta originalità del suo personaggio, e la ripropone quasi come una lucida «follia» sul modello dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam.
Si accorge anche Repubblica dove va a parare la follia anticonformista del grande cantante romano e ieri, raccogliendo le parole che Zero ha pronunciato per presentare il suo ultimo album, intitola: «Ci salverà la follia non il sesso gratuito». Sintesi efficace dello Zero-pensiero. L’ultimo album di Renato Zero significativamente contiene un brano che si intitola La culla è vuota e pone al centro dell’attenzione nientemeno che la crisi demografica della nostra civiltà. Carlo Moretti di Repubblica riporta il pensiero di Zero sulla questione epocale: «Ognuno è responsabile in qualche modo di questo spopolamento. Condanno l’aborto anticoncezionale, quello che supplisce al profilattico. E un po’ colpevole il sesso spesso fine a sé stesso: una passione liberatoria che ci preclude il futuro». Certo fa un po’ impressione che sulle pagine del quotidiano che ha fatto della esaltazione dei «diritti civili» più sforzati e artificiali quasi una religione sia un cantante ad invocare il senso della responsabilità, nei confronti del mondo, della tradizione che abbiamo alle spalle e delle generazioni che seguiranno.
E soltanto i superficiali si stupiranno del fatto che a sviluppare tali discorsi sia quell’animale selvaggio da palcoscenico che in altri tempi sdoganò il «triangolo». Zero in verità non ha mai pensato che i modelli estremi dello spettacolo possano essere trasposti nella vita reale. E infatti il maestro del travestitismo musicale non è mai stato tenero nei confronti dell’ideologia gender e dell’omosessualismo ostentato se non imposto nei rapporti ordinari.
Un conservatore nei valori, Renato Zero. È lui stesso a definirsi così nella presentazione del suo ultimo album all’Auditorium parco della musica di Roma e Paolo Giordano su Il Giornale riporta così le sue parole: «In La culla è vuota mi riferisco allo spopolamento del nostro Paese. Sono vecchia maniera, sono ancora convinto che l’amore si debba trasformare in nuova vita. E, oltretutto, penso che fare un figlio e poi lasciarlo in balia del proprio destino sia criminale».
Facile a questo punto l’obiezione dei giornalisti: ma lei non ha fatto figli. Renato non si scompone e argomenta il suo percorso di vita: «Ho scelto di non tralasciare chi era al mondo ma non aveva indirizzo di residenza. L’ho adottato. E mi ha reso nonno di due nipotini». Poi al netto dei casi di violenza carnale ribadisce la sua avversione per l’interruzione di gravidanza come diritto e come «conquista sociale»: «Ci sono situazioni, come le donne che hanno subito violenza sessuale, nelle quali credo sia legittimo un eventuale aborto. Ma condanno fortemente l’aborto determinato dalla superficialità e dalla disattenzione di chi non mette un profilattico o una spirale».
L’impressione è che soltanto una straordinaria popolarità, un corale affetto di popolo abbia salvato Renato Zero da un linciaggio mediatico, negli anni in cui si è fatta sempre più stretta e più pesante la catena del politicamente corretto. Zero può permettersi di essere oggi autenticamente trasgressivo, molto di più di quando irrompeva in abito leopardato negli studi televisivi di Mamma Rai, e può concedersi la libertà di ribadire opinioni fortemente «sconsigliate». In uno dei brani dell’album che uscirà a metà ottobre Zero canta che «il maschio impazza e l’uomo scarseggia», toccando in tal modo il tasto delicato del sesso e dei comportamenti di genere.
Renato Zero dice di sé: «Sono un peccatore eccellente e non mi aspetto molta clemenza dal piano di sopra…». Ma non lo dice soltanto ora che intravede la soglia dei settanta anni, lo diceva già un quarto di secolo fa quando a Sanremo portava una canzone, decisamente anticonformista (e anche un po’ populista) dedicata a Maria.
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