È un’estate di allarmi: al Sud, dicono, avanza il deserto; al Nord si va sott’acqua, non c’è mai stata tanta neve negli ultimi anni, ma i ghiacciai scompaiono. Tutta colpa del cambiamento climatico e dell’uomo egoista che rovina la terra? In cima alla lista dei cattivi ci sono quelli che con la terra campano: gli agricoltori. Qualcosa non torna, e in questi giorni le forbici cominciano a fare il loro lavoro: si vendemmia. Con 15 miliardi circa di fatturato, di cui quasi otto dall’export, il vino è per l’Italia il più importante – in termini di volume economico – tra i prodotti agricoli.
A capire come stanno le cose ci aiuta Marco Caprai, che ha fatto diventare un’icona mondiale il Sagrantino di Montefalco. Con questo successo tutta l’Umbria del vino ha avuto un fortissimo sviluppo e del pari Marco Caprai non ha mai cessato di innovare. Oggi, con l’apporto del più noto enologo mondiale Michel Rolland, fa anche altri vini: dal Belcompare alla Cuvée Secrete, ma il massimo resta il Sagrantino 25 Anni.
Evoluzione significa anche far lavorare in vigna ragazzi che arrivano da tutto il mondo, accolti con un progetto in collaborazione con la Caritas che è valso a Marco Caprai – membro della giunta nazionale di Confagricoltura – il massimo riconoscimento della Repubblica conferitogli da Sergio Mattarella.
La catastrofe in vigna è reale. Sarà una vendemmia drammatica?
«A me i catastrofisti non piacciono, soprattutto quando si lanciano allarmi senza fondamento. Noi abbiamo cominciato con lo Chardonnay e l’uva è sana e opima; in tutto il Centro Italia si preannuncia un’ottima annata. Ci sono stati, è vero, episodi di maltempo nel Nord che hanno provocato perdita di raccolto, e soprattutto in Sicilia c’è un problema di siccità, ma da quel che mi dicono gli altri viticoltori il disastro non c’è. In Franciacorta le basi spumanti le stanno già raccogliendo e sono ottimisti. Dopo la pessima vendemmia dello scorso anno, l’Italia riprenderà il primato mondiale produttivo. Semmai c’è da ragionare se siamo consapevoli che questo primato impone maggiore attenzione al settore. Avendo bene usato i fondi Ocm vino che sono stati impiegati a qualificare le aziende, a fare azioni commerciali sensate e mirate sui mercati di maggiore interesse, a fare ricerca e a professionalizzare il settore, siamo passati in meno di 40 anni dallo scandalo del metanolo a essere il primo Paese produttore ed esportatore in volume. In fatturati esteri siamo secondi alla Francia. Di questo primato bisognerebbe che tutti, a cominciare dalla politica nazionale e locale, avessero più consapevolezza e rispetto».
Dicono che gli uliveti sono stati bruciati dalla siccità: è così?
«Limitatamente ad alcune zone ci sono delle difficoltà, ma come per il vino in Centro Italia l’annata olearia si presenta ottima. Consentirà di recuperare gli anni di scarsa che hanno fatto alzare molto i prezzi per mancanza di prodotto. Credo che quest’anno avremo un significativo riequilibrio sui prezzi, dunque una salutare – in tutti i sensi – diffusione di consumo di olio extravergine di oliva e anche un’ottima propensione all’export. Poi resta il problema dell’abbandono delle superfici olivate che va affrontato e risolto. I problemi che ha avuto la vigna l’anno scorso, la xylella che ha falcidiato gli olivi in Puglia hanno un’origine comune a tutte le coltivazioni arboree, l’abbandono delle piantagioni. Va risolto aumentando la redditività e riportando il lavoro in campagna. E frenando le utopie green dell’Europa».
Utopie green?
«Siamo stati vittime, ma mi auguro che con la nuova Commissione qualcosa a Bruxelles cambi, di un ambientalismo ideologico e deleterio. Dire basta agli agrofarmaci è una follia: le piante si ammalano e le devi curare. Stanno emergendo nuove patologie e noi siamo disarmati. Se le piante vengono abbandonate diventano ricettacolo di patogeni e contaminano le coltivazioni; il caso della xylella è emblematico. Ma l’ideologismo green ha bloccato anche la ricerca: da anni l’Europa non mette a disposizione nuove molecole. Questa è la prima emergenza per le coltivazioni arboree».
Ursula von der Leyen però ha detto che il Green deal non si tocca…
«E sbaglia. Si può pensare che gli agricoltori che vivono di ambiente siano i nemici della natura? Gli agricoltori sono sostenibili per definizione, se non fossero sostenibili non produrrebbero. Affermare il contrario o è frutto di ingenuità o è portatore di altri interessi. Siccome il decisore politico impatta fortemente sull’attività agricola, è preoccupante se è ingenuo ed è ancora più preoccupante se non lo è. C’è un lavoro continuo delle lobby decise ad attaccare la fortezza europea della sicurezza e della qualità alimentare. La ragione è semplice: il 99% di ciò che mangiamo deriva dall’agricoltura e quello alimentare un business insostituibile. Se si riesce a togliere di mezzo l’agricoltura il guadagno diventa enorme».
Da qui anche gli attacchi alla zootecnia?
«Va affermato un principio: la zootecnia è centrale nello sviluppo agricolo. Abbiamo fatto troppo poco per spiegarlo. Soprattutto per spiegare che la qualità si paga, che il ciclo vacca vitello, che un latte da solo fieno, che un suino brado hanno costi alti e danno risultati straordinari che il consumatore deve essere messo in condizione di apprezzare. Questa è in larga parte la caratteristica della zootecnia italiana. Senza zootecnia non c’è nessuna possibilità di sfamare la crescente popolazione mondiale. Servono rigide regole di produzione che devono essere fatte rispettare e serve un mercato segmentato per tipo di offerta e una buona informazione al consumatore. C’è però un ambientalismo sempre più estremo che pensa che la natura lasciata a sé stessa basti a tutto. La natura al massimo basta a sé stessa».
L’Europa politica è complice?
«La vedo così: c’è una parte consistente dell’Europa politica che pensa di sostituire, chi per errate convinzioni ambientali chi per evidenti ragioni commerciali, la produzione continentale che è sottoposta a rigidi controlli, che ha livelli qualitativi molto alti con prodotti importati da Paesi che non hanno i nostri standard. Ci siamo incamminati verso una diminuzione produttiva – intenzione dichiarata dalle politiche green – che mina la sicurezza alimentare europea e apre le frontiere a produzioni dubbie. È inaccettabile».
Anche sul vino si è fatta una guerra salutistica. Come va il mercato?
«Non c’è dubbio che il mercato stia cambiando. C’è una cultura salutistica, anche questa derivazione di un’ideologia verde mal interpretata, che fa sì che si beva sempre meno. Noi boomers siamo stati educati al vino compagno della tavola, i giovani hanno un approccio diverso: bevono vino come atto di socialità. Questo però non vuol dire che il vino sia passato di moda: bisogna puntare sulla massima qualità e differenziare l’offerta per fasce di prezzo. Quanto all’esportazione gli Usa hanno ripreso bene, la domanda cresce e anche in Europa, sui mercati tradizionali, si vende con soddisfazione. Resta il punto interrogativo dell’Asia dove va creata una cultura del vino: lì a consumare sono davvero in pochi e la Cina sta diventando sempre più protezionista. Poi ci sono le guerre che certo non aiutano. Compito del Paese leader, cioè dell’Italia, è di fare promozione, di sostenere il valore del vino, di accompagnare le imprese a “coltivare” i mercati».
Si dice che la Pac, appena varata, va riformata. Ce n’è davvero bisogno?
«È la prima urgenza. La Pac va cambiata radicalmente, deve tornare alle origini. Si è trasformata nel corso degli anni, e soprattutto con la prima Commissione von der Leyen è diventata una politica sociale, quasi un welfare agricolo. Deve tornare a essere ciò che serve: un sostegno alle produzioni, alla ricerca, al mercato. L’agricoltura ha una centralità che deve essere riconosciuta dai decisori politici che peraltro sono molto influenti; anzi, meglio, sono incidenti sulle nostre attività».
Questo va chiesto al nuovo Commissario agricolo?
«Va chiesto che il Commissario sia di un Paese mediterraneo, perché la nostra agricoltura ha delle specificità che sono state penalizzate».
Mediterranea per la Confagricoltura è una parola a rischio…
«Credo che sia stato un enorme fraintendimento. La Coldiretti ha pensato che mediterranea fosse una sorta di privativa su un valore comune. Resta però un dato: le microimprese in agricoltura non reggono più. Servono aggregazioni, serve magari una nuova cooperazione e serve il dilago, anzi la sinergia con l’industria. La collaborazione con Unione Food da parte nostra ha questo significato: aprire alle aziende agricole che devono necessariamente crescere in termini dimensionali nuove prospettive di produzione e di mercato».
A questo punto la candidatura di Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, a capo del Copa, l’aggregazione degli agricoltori europei, è fatta?
«Credo di sì e con ampio sostegno di tutta l’Italia, ma aggiungo che è indispensabile. Se vogliamo, come è necessario, la difesa e la valorizzazione in sede europea dell’agricoltura mediterranea, delle sue specificità e della sua qualità è indispensabile che ci sia una rappresentanza sindacale degli interessi mediterranei. E Massimiliano Giansanti è l’uomo giusto. Per capirci: un conto è allevare in stalla in Olanda, un conto è fare il ciclo vacca vitello in Appenino, un conto è seminare in automatico migliaia di ettari nelle pianure nel Nord e un conto è coltivare l’ulivo o la vigna a Montefalco difendendo e consolidando anche i valori rurali. L’agricoltura europea, con buona pace di chi fa le norme a Bruxelles, non è tutta uguale. E ora è venuto il momento di rivendicarlo».
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