Era il 4 novembre del 1979 quando l’ambasciata americana a Teheran veniva colpita dai sostenitori del regime iraniano. Oltre 400 giorni di calvario. Il 12 dicembre del 1983 è la volta delle ambasciata americane e francesi a Kuwait City. Dietro ci sono gli attivisti Kwaa e quindi le mani dell’Iran. A marzo del 1984 è invece Hezbollah a sequestrare una diplomatico americano. Sempre Hezbollah assalta l’ambasciata israeliana a Buenos Aires: 29 morti. Nel 2011 a Washington viene ucciso un ambasciatore saudita: dietro l’attentato le Guardie della rivoluzione iraniane e i cartelli della droga messicani. Ci limitiamo a elencare l’elenco della scia di sangue del regime di Teheran attorno alle sedi diplomatiche occidentali. Omettiamo gli innumerevoli attentati contro caserme e militari e ancor più (non basterebbe l’edizione odierna del giornale) gli attenti ispirati o pagati dall’Iran e realizzati dai loro assistenti o servi in giro per il mondo. Eppure l’altro giorno l’ex premier e guida morale di un bel pezzo della sinistra italiana, Massimo D’Alema, è apparso in tv condannando l’attacco di Israele all’ambasciata iraniana di Damasco mirato a uccidere un paio di generali con il loro entourage. «Qualcuno dovrebbe spiegare agli israeliani che non è carino bombardare le sedi diplomatiche. Qualcuno dovrebbe avere una voce nei confronti di Israele», ha detto D’Alema, lasciando chiaramente intendere che la reazione di Teheran e quindi il lancio di droni e missili balistici sullo Stato ebraico e il popolo di Israele sia quasi legittimo. Non deve però essere una questione di amnesia ma un tema di cecità politica impossibile da curare. Anche a costo di dire ovvietà, ci preme ricordare che il regime iraniano ha investito miliardi nel tentativo di portare avanti il progetto atomico e sistemi di attacco sparpagliati sul proprio territorio e in mezzo Medio Oriente, ma quasi nulla nei sistemi di difesa dei propri cittadini. Così se si leggono i report di intelligence sugli armamenti iraniani si comprende che hanno riempito arsenali di Sam, missili terra aria, missili balistici Icbms, l’equivalente dei nostri Meteor, varianti di missili nordcoreani e vettori spaziali per mettere in orbita piccoli satelliti. Senza contare l’imponente sistema di hacker e di cyberattack che ormai rende l’Iran un Paese all’avanguardia nel dark Web. Ma soprattutto, secondo la comunità dell’intelligence statunitense, dal 2022 l’Iran possiede il più grande inventario di missili balistici del Medio Oriente, con oltre 3.000 vettori che hanno visto notevoli miglioramenti in termini di portata e precisione negli ultimi cinque-sette anni. Questo formidabile arsenale fornisce all’Iran un vantaggio asimmetrico rispetto agli eserciti regionali convenzionalmente più potenti. Per capirsi, se Teheran avesse deciso l’altra notte di attingere a questo arsenale avrebbe colpito Israele in 12 minuti. Un problema reale che non va sottovalutato.
Al contrario, il regime quando si tratta di difendere la propria popolazione va decisamente al risparmio. Per carità hanno batterie antimissile, come i Bavar 373, derivate dai sistemi russi S-300, ma per il resto si affidano a vecchi Mig 29 e vecchissimi SuKhoi 25. Il motivo è molto semplice. Le infrastrutture militari critiche sono state decentralizzate in numerose città e mescolate alla popolazione civile. La quale viene periodicamente indottrinata all’autodifesa e all’utilizzo di sistemi di rimessa in funzione. L’obiettivo degli ayatollah è quello di ripristinare le piattaforme missilistiche nel più breve tempo possibile, ma non di difenderle. In questo modo se dovessero subire un attacco potrebbero sventolare in sede Onu il numero dei morti. D’altronde i capi di Hamas, che dall’Iran hanno preso ispirazione, hanno invocato l’alto numero di morti tra i palestinesi per poter godere del martirio. D’altronde, se torniamo a Teheran, perché i vertici religiosi e politici dovrebbero investire per difendere il proprio popolo che continua a battersi per la libertà e a farsi impiccare alle gru? Così, se è comprensibile l’atteggiamento delle guide religiose di Teheran, è più difficile capire come pezzi di politica italiana pur di attaccare il blocco occidentale si schierino con il regime teocratico. Ovviamente, continuando a godere dei privilegi dell’essere cittadini italiani. Tant’è che, tornando a quanto e come uno Stato spende nei momenti di emergenza, possiamo cercare di fare quattro conti in tasca all’Iran e a Israele in occasione dell’attacco di sabato notte. Teheran ha lanciato almeno 200 droni dal costo approssimativo di 20.000 euro l’uno. Una cinquantina di intercontinentali balistici dal valore di circa 350.000 euro l’uno. Poi circa 200 missili a medio raggio che potrebbero costare non più di 100.000 euro. Se si aggiungono anche i costi di trasporto, manutenzione, logistica, Teheran ha comunque speso meno di 100 milioni. Mentre attivare l’Iron Dome per all’incirca 700 interventi in una notte è costato dieci volte di più: più o meno un miliardo. Passateci i conti spannometrici. Ma visto il momento e la situazione politica, vale la pena soffermarsi su tale dettaglio perché ci dice due cose.
Prima, per fortuna l’Iran non gode di tecnologia avanzata e al momento si dimostra efficace solo quando fa da mandante ai terroristi. Seconda, la civiltà di un Paese si misura nella tutela del proprio popolo. Ovviamente, non resta che rimanere con il fiato sospeso e capire se il governo di Bibi Netanyahu sia pronto ad attaccare e rispondere a sua volta. Non potrà mai farlo senza l’appoggio delle portaerei americane e inglesi. Attacchi mirati, ma con il rischio concreto di uccidere molti civili. Quello che Teheran cerca, ma sul quale l’Ocidente non dovrebbe scivolare.
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