Sprechi giallorossi, arriva il conto
L’esecutivo costretto a tamponare la voragine aperta da M5s, Pd e Matteo Renzi per finanziare le promesse grilline. Il Conte bis, nato col pretesto di salvare l’Italia dal dissesto gialloblù, ci ha portato a un passo dal default. Ora cercano pure di assolversi.

Non so se ricordate, ma quando nell’estate del 2019 Renzi e compagni andarono in soccorso di Giuseppe Conte, impedendo le elezioni e dando vita al governo bis dell’avvocato del popolo, motivarono l’incredibile giravolta dicendo che non lo facevano per guadagnare una poltrona di governo, ma soltanto per evitare che la crisi politica fosse pagata dagli italiani. «Serve un esecutivo per sventare l’aumento dell’Iva e scongiurare che le famiglie sopportino il peso del fallimento del governo gialloverde», sentenziò lo stesso Renzi che, cacciato dalla porta un anno prima con due voti popolari che lo costrinsero alle dimissioni, prima da premier e poi da segretario del Pd, così rientrò dalla finestra. Con quattro anni di ritardo, gli italiani possono toccare con mano qual è stato il risultato di quella manovra politica che riportò al governo gli sconfitti, ovvero la sinistra: un buco di un centinaio di miliardi, che solo con fatica e con polemiche, Giorgia Meloni sta provando a tappare.

Come ho raccontato ieri, a rivelare la disastrosa gestione dei conti pubblici del governo giallorosso è stato venerdì Luigi Marattin, compagno di merende del fondatore di Italia viva e, all’epoca dei fatti, presidente della commissione Finanze della Camera. Nel 2019, oltre a guidare il gruppo parlamentare adibito all’analisi della manovra di bilancio e dei decreti di spesa, Marattin era anche deputato del Pd, vale a dire che faceva parte della maggioranza che sosteneva l’esecutivo. In un tweet, l’onorevole ha svelato che fin da allora era chiaro che gli incentivi per l’edilizia, accompagnati dalla possibilità di cessione dei crediti fiscali, avrebbero creato un buco colossale nel bilancio dello Stato. Ma di fronte alle obiezioni, i 5 stelle non vollero sentire ragioni. Dunque, Marattin e compagni si adeguarono, tacendo i rischi contenuti nel cosiddetto decreto Rilancio che venne approvato nel 2020. Il bonus 110 venne portato in gran trionfo, come operazione capace di risollevare un settore. E in effetti, molte aziende hanno risollevato bilanci che il Covid aveva contribuito ad affossare, ma un certo numero di approfittatori hanno sollevato solo il loro conto in banca, rendendosi protagonisti di truffe il cui valore complessivo è stimato dagli esperti in circa nove miliardi. E mentre le imprese edilizie festeggiavano, e insieme a loro brindavano anche le imprese criminali, lo Stato non ha avuto alcuna ragione di rallegrarsi, perché per l’Europa quei crediti fiscali così generosamente concessi non sono altro che debito, da conteggiare nei rendiconti pubblici. Insomma, il governo Conte bis, con gli incentivi all’edilizia, da un lato ha regalato un centinaio di miliardi ai padroni di casa e dall’altro ha creato una voragine nelle casse dello Stato che, dice un’autorevole fonte, se fosse stata messa a carico dell’esercizio in corso avrebbe provocato il default, ossia il fallimento dell’Italia.

Un errore grave, dice Marattin, il quale attribuisce la totale responsabilità del disastro ai 5 stelle. In questo modo l’onorevole, che ribadisco era presidente della commissione Finanze, cioè aveva un ruolo importante nella maggioranza, si autoassolve. Soprattutto, assolve il suo partito dell’epoca, il Pd, e in fondo anche quello attuale, Italia viva. In realtà, quello a cui Giorgia Meloni, con fatica, sta provando a mettere una toppa, è un buco di cui sono equamente responsabili sia il Movimento grillino che il Pd. Perché è vero che all’epoca i 5 stelle avevano più del 30% e il Partito democratico solo il 18,5, ma il ministro dell’Economia era Roberto Gualtieri, ovvero un deputato che proveniva direttamente da Largo del Nazareno. In altre parole, era il Pd ad avere le chiavi della cassa, e la sciagurata misura la cui cancellazione oggi fa strillare i compagni fu introdotta con il consenso del Partito democratico, quello che diceva di non voler far pagare agli italiani gli errori della Lega. Infatti, fino a ieri la sinistra tutta si vantava di aver aiutato le imprese con un incentivo straordinario. Peccato che nessuno dei sostenitori dei bonus e della cessione dei crediti fiscali avesse di fatto calcolato gli effetti devastanti che il provvedimento avrebbe avuto sui bilanci pubblici.

Con il senno di poi si capisce la malafede di coloro che si autonominarono difensori dei conti dello Stato. Mentre da un lato accusavano Lega e centrodestra di voler far pagare agli italiani lo scioglimento anticipato della legislatura, dall’altro si preparavano a svuotare la cassa. Mai come oggi, con l’epilogo dei crediti fiscali, si comprende che la campagna in difesa del rigore nei conti pubblici era tutta una finzione per salvare poltrona e stipendio. Così come i bonus sono stati una grande operazione di voto di scambio, il cui costo alla fine è sempre a carico dei contribuenti.

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