Ecco i danni dell’atto di forza su famiglie e lavoro
Il passaporto vaccinale non è una misura sanitaria. Serve però a rendere più complicata la vita di chi non ha ancora accettato di farsi somministrare il siero. E porta con sé anche una serie di complicazioni

Ho una domanda preliminare: ma i ministri che l’altro ieri hanno annunciato il decreto di estensione del green pass per 23 milioni di lavoratori, dando a intendere che il certificato sia indispensabile per garantire la salute degli italiani, sono gli stessi che per le conferenze stampa a Palazzo Chigi e per gli incontri con le parti sociali non tengono conto del green pass, ma pretendono che le persone esibiscano un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti? A qualcuno la domanda potrà apparire oziosa, ma in realtà rivela la sostanza del provvedimento, ovvero dimostra che il passaporto vaccinale non è una misura sanitaria, come hanno ben detto i medici del lavoro, ma un modo con cui rendere più complicata la vita di chi non ha ancora accettato di farsi somministrare il siero, così da indurlo a rassegnarsi e offrire il braccio per l’iniezione. Che l’obiettivo sia questo lo ha detto senza troppi giri di parole lo stesso ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, il quale ha parlato di «modo gentile» per indurre gli italiani a vaccinarsi. Anche il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha sostenuto l’idea che il decreto del governo contenga misure dolci, che hanno «evitato la messa al bando di chi non è immunizzato, tracciando un solco meno profondo nella società». Ma è evidente che, nel momento in cui a un cittadino si tolgono i diritti di lavorare, viaggiare e avere una vita sociale, di dolce o gentile c’è veramente poco. Senza dichiararlo, per ragioni oscure o forse troppo chiare, si è introdotto l’obbligo vaccinale. Infatti, manca solo che a chi non è vaccinato si vieti di uscire di casa e di andare al supermercato (come peraltro qualche talebano aveva suggerito) e l’operazione di limitazione delle libertà è completa.

Ciò detto, così come fin dall’inizio il certificato vaccinale era motivo di straordinarie contraddizioni (infatti ad agosto era obbligatorio per i ristoranti, ma non per le mense; necessario per chiunque volesse andare in palestra, ma non per chi tra i tapis roulant vi lavorava) le incongruenze continuano: dunque si salirà sui treni ad alta velocità solo con il green pass, ma se ne potrà fare a meno su quelli dei pendolari e perfino su metropolitane e autobus, mentre al museo sarà necessario e in chiesa no. Ma oltre a prevedere una serie di assurdità, il certificato vaccinale porta con sé anche una serie di complicazioni. La prima riguarda la vaccinazione delle badanti, molte delle quali hanno il regolare permesso di soggiorno, ma non il passaporto vaccinale. Che facciamo con loro? Ci auguriamo che si affrettino entro il mese di ottobre a farsi somministrare il siero, così da essere in regola con il decreto? E se non lo fanno che si fa? Le licenziamo in blocco? E gli anziani che sono a loro affidati, come li curiamo? Stesso discorso per le baby sitter. Una volta licenziate, anzi sospese, se dopo un certo periodo si ripresentano con il certificato, che si fa, visto che il posto va conservato? Il pasticcio delle colf rischia di essere anche più complicato nelle aziende private, dove il lavoratore senza green pass va sospeso, però per venire incontro alle richieste sindacali, gli si può togliere lo stipendio ma non il posto. E quando il dipendente, settimane dopo, ci ripensasse, che succede? Si lascia a casa lui o l’eventuale sostituto? E il giudice del lavoro a chi darà ragione, al lavoratore o al titolare? La faccenda potrebbe anche apparirvi di poco conto, ma si dà il caso che vada moltiplicata per 4 milioni di volte, tanti sono i dipendenti che non si sono ancora vaccinati. Il rischio è di intasare i tribunali, con una valanga di ricorsi che daranno lavoro agli avvocati giuslavoristi.

C’è di più: siamo sicuri che sospendendo i lavoratori non vaccinati, le aziende non avranno problemi? Pensate a quel che è successo negli ospedali: vi siete mai chiesti perché le direzioni sanitarie abbiano impiegato tanto a sospendere medici e infermieri che non si erano immunizzati? La risposta è facile: per non lasciar sguarniti i reparti. Dunque, allo scopo di non trovarsi in difficoltà, i vertici delle aziende ospedaliere hanno chiuso un occhio e in qualche caso anche tutti i e due. Lo stesso rischia di verificarsi in tante piccole imprese, dove già si fatica a trovare personale, perché, grazie al reddito di cittadinanza, c’è chi preferisce il sussidio e il lavoro nero al posto fisso.

Altro nodo non facile da sciogliere: il tampone – che a rigor di logica è da considerarsi un esame diagnostico – può essere considerato motivo di permesso retribuito? Se la risposta è sì, siamo destinati a vederne delle belle. Oltre alle assenze per malattia, che certamente fioccheranno, anche i permessi per il tampone: una presenza a singhiozzo per cui le imprese ringrazieranno.

Era proprio necessario imbarcarsi in questa guerra di posizione? A vedere la curva dei contagi e il tasso di occupazione delle terapie intensive, direi di no. In ogni Paese, dalla Germania all’Inghilterra, ci sono movimenti no vax, anche più agguerriti e resistenti di quelli nostri (ministro Lamorgese permettendo), ma nessun governo ha introdotto surrettiziamente l’obbligo vaccinale. Un motivo forse c’è ed è forse che insieme alla difesa della salute – sacrosanta e giustificata – si tengono da conto anche altri principi. E l’uso della forza non sempre è il modo migliore per tutelarli.

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