La riforma della giustizia è una necessità, non un’ipotesi

Sono quasi trent’anni che politica e giustizia sono in guerra. Gli effetti di Mani pulite ormai sono noti a tutti: le inchieste hanno abbattuto alcuni partiti e ne hanno agevolati altri, i quali ne hanno approfittato per prendersi un governo che, con regolari elezioni, non sarebbero mai riusciti a conquistare.

Alcuni magistrati, grazie a ciò, si sono assicurati notorietà e carriera e non poche persone sono finite ingiustamente in galera. Il che non significa che la corruzione non esistesse, ma che talvolta è stata la scusa per fare altro che nulla aveva da spartire con la giustizia.

Passata la prima ondata di inchieste, ne sono seguite altre e quella che abitualmente è chiamata Seconda Repubblica non è stata diversa dalla Prima, nel senso che forze politiche e correnti della magistratura si sono ritrovate ai ferri corti esattamente com’era accaduto in precedenza e più di un governo è stato abbattuto a forza di avvisi di garanzia. Ciò detto, non ho intenzione di rifare la storia di ciò che è successo nel passato, né di ripercorrere la via crucis di Silvio Berlusconi, che a causa della sua discesa in campo, a 84 anni suonati, è ancora alle prese con i tribunali. No, se parlo di giustizia è solo per segnalare che ancora una volta la stabilità del Paese è alle prese con le toghe. A torto o a ragione, mentre l’Italia fatica a uscire dalla crisi sanitaria indotta dalla pandemia e da una crisi economica che ne è diretta conseguenza, il futuro si gioca in Procura. Anzi, in più Procure, perché all’improvviso alcune di queste sono divenute protagoniste e tengono in mano i destini nazionali.

Il caso più recente è quello che coinvolge sia i vertici dei pm di Milano che quelli della Capitale. In pratica, a seguito delle rivelazioni di un avvocato pentito che è portato in processione da un tribunale all’altro, il capoluogo lombardo è alle prese con accuse esplosive, in gran parte dubbie e forse perfino strumentali, ma in grado di terremotare mezzo Paese e anche il futuro capo dei 5 stelle, ossia l’ex premier Giuseppe Conte. Fosse successo a un comune cittadino di essere tirato in ballo per faccende poco chiare, come minimo sarebbe stata aperta un’inchiesta e all’accusato sarebbe stato recapitato un gentile avviso di garanzia, che ovviamente avrebbe avuto vasta eco sulla stampa, con conclusione della carriera politica del soggetto. Ma siccome ai tempi della deposizione l’avvocato di Volturara Appula era ancora a Palazzo Chigi, invece che finire sul registro degli indagati le accuse sono scivolate in fondo a un cassetto. Per questo a un pm, seguace convinto dell’obbligatorietà dell’azione penale, è venuto il prurito alle mani e si è rivolto, non a un giudice o al Csm per denunciare quella che riteneva un’irregolarità, ma a un amico, anch’egli magistrato e però non titolato a esprimere giudizi. Risultato, la faccenda, anziché in tribunale, è finita sulle scrivanie di qualche giornale. Insomma, al posto della verità sulle accuse abbiamo avuto i veleni, i quali ovviamente hanno contribuito a inquinare gli equilibri istituzionali.

Dal medesimo dossier, i miasmi sono arrivati anche al Consiglio di Stato che, guarda caso, avrebbe presto dovuto pronunciarsi sui vertici della Procura di Roma. Così, oggi il presidente dell’organismo della giustizia amministrativa è indagato da quegli stessi uffici di cui dovrebbe verificare la titolarità dei vertici: un corto circuito che solo da noi può accadere. Non è finita. A Tempio Pausania, il cui tribunale è competente per i reati commessi in Costa Smeralda, da quasi due anni si rimpallano un’inchiesta per stupro ai danni di una ragazza ventenne. In apparenza si tratta di un reato ordinario, per quanto odioso, ma siccome tra gli indagati c’è il figlio di Beppe Grillo, ossia di colui che si è autonominato Elevato, il caso è diventato straordinario perché, come dopo il video del comico genovese è chiaro a chiunque, al probabile processo è legato anche il destino di un Movimento che ha il maggior numero di onorevoli in Parlamento e che dunque è determinante per il governo.

Siccome poi non c’è due senza il tre, a Palermo si processa Matteo Salvini per aver mantenuto la parola data, cioè per aver fatto ciò che aveva promesso agli elettori, ovvero fermare gli sbarchi degli extracomunitari. Anche un ministro deve rispettare la legge, dicono gli stessi che nei casi precedentemente citati si guardano bene dal chiedere che il codice penale sia applicato senza tentennamenti. Peccato che, nel caso in questione, ci siano messaggi di un capo della magistratura come Luca Palamara il quale, prima di essere estromesso per reati ancora da verificare, a fronte delle obiezione dei colleghi sulla fondatezza delle indagini, replicò così: «Salvini ha ragione. Ma adesso va attaccato». Insomma, a distanza di quasi trent’anni siamo al punto di partenza, dove tutto, durata dei governi, carriere politiche, carriere nella magistratura e intrighi istituzionali, si decidono non nell’urna, ma in qualche Procura. Bisognerebbe fare pulizia, smontare il sistema, ricondurre la giustizia nell’alveo che le è assegnato dalla Costituzione, ma nessuno ne ha il coraggio e la forza e dunque siamo in balia delle inchieste, magari fantasiose, come quelle che hanno colpito Finmeccanica, Eni e Unipegaso, per restare alle più clamorose.

Mario Draghi si è incaricato di presentare, insieme al Recovery plan, una riforma della giustizia, ma se non smonterà le correnti, se non cancellerà questo Csm per fare un organo di governo della magistratura che non risponda alla magistratura, se non renderà credibili i procedimenti disciplinari contro le toghe, sarà difficile che la giustizia torni a essere quella immaginata dai padri costituenti, ossia autonoma e indipendente. Soprattutto sarà impossibile che torni a essere un organo dello Stato e non un potere indiscusso che sovrasta gli altri poteri, fino a condizionarli. Insomma, spazzare via questo Csm, aprire un’indagine sui lati oscuri di alcuni processi di alcune nomine ai vertici degli uffici giudiziari non è più un’ipotesi: è una necessità.

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