Inizia l’arrampicata del Bullo sulle poltrone di Stato più alte
Matteo Renzi si prepara a fare quello che sa fare meglio, ossia occupare le poltrone. Fin dal primo giorno della capriola con cui, da contrario a un’alleanza con i 5 stelle, si trasformò in sostenitore di un governo con i grillini, vi avevamo avvertito che il dietrofront aveva come obiettivo le nomine nelle grandi aziende pubbliche e ai vertici delle istituzioni. È il potere ciò che interessa al fondatore di Italia viva, non a caso il suo partito è nato per consentirgli di avere un posto a tavola quando a Palazzo Chigi si devono prendere importanti decisioni. Da senatore semplice di Scandicci, per quanto influente e con persone a lui vicine nell’esecutivo, Renzi avrebbe rischiato di essere escluso dalle trattative, in cui avrebbero avuto titolo solo gli azionisti di riferimento del Conte due, ossia (…)

(…) Nicola Zingaretti, Luigi Di Maio e al massimo un rappresentante di Leu. Con Italia viva, che ha nel Dna la spartizione, l’ex premier torna invece all’antico amore dell’occupazione dei posti di potere, l’unica cosa che gli prema.

Così, come fece ai tempi del suo arrivo a Palazzo Chigi, Renzi per conquistare una casella deve prima liberarla. Nel 2014, ovviamente, si trattò di un’operazione facile, perché da presidente del Consiglio egli pretese le dimissioni dei capi di tutte le partecipate del Tesoro. In breve fece sloggiare presidenti, amministratori delegati e consigli di amministrazione di Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Terna, Finmeccanica, Consip e così via. In Cassa depositi e prestiti, il braccio finanziario dello Stato, i vertici non erano neppure prossimi alla scadenza, ma Renzi riuscì a far fare le valigie anche a loro. Risultato, l’occupazione fu piena e condotta in prima persona, il tutto con un manuale Cencelli che prevedeva l’80 per cento dei posti a uomini suoi e le briciole agli alleati.

Ma, come dicevo, se prima, essendo il capo assoluto, sia del partito che dell’esecutivo, il blitz fu facile e non incontrò ostacoli, ora la situazione è più complessa, perché, anche se a capo di un suo partito e benché dotato di un potere di veto (se non si fa ciò che chiedo metto in difficoltà il governo, è la minaccia sottintesa a ogni richiesta), Renzi al momento, secondo i sondaggi, vale tra il 3 e il 4 per cento e ha un indice di gradimento tra i più bassi della classe politica. Secondo una ricerca condotta da Nando Pagnoncelli, il suo tasso di popolarità è pari a quello di Roberto Speranza, il quasi sconosciuto ministro della Salute. Più del 70 per cento degli italiani non lo sopporta e solo il 12 ripone in lui la sua fiducia. Dunque, con una credibilità al minimo e con l’arma spuntata delle elezioni, che può fare l’ex presidente del Consiglio per tornare a contare e spartire il potere?

Come dicevamo, può fare ciò che sa fare meglio, ossia occupare le poltrone che contano. Ma, siccome non si può fare come prima, quando a decidere era lui solo, ora è costretto a un lavoro più sotterraneo, per minare nelle fondamenta la solidità dei manager e dei funzionari che oggi sono ai vertici delle aziende pubbliche e delle istituzioni.

Le prove di quanto sosteniamo? La prima si è avuta qualche giorno fa, quando Renzi è partito all’attacco del presidente del Consiglio sul famoso Russiagate. A Giuseppe Conte l’ex segretario ha chiesto di farsi da parte, mollando la delega sui servizi segreti. Ovviamente l’esigenza di un avvicendamento non era dettata dalla necessità di fare chiarezza, ma dal fatto che in tal modo si sarebbe potuta liberare una casella e questa avrebbe potuto essere occupata da una persona vicina al leader di Italia viva. Quello degli 007, del resto, è sempre stato un vecchio pallino di Renzi, il quale a un certo punto cercò di piazzare l’amico Marco Carrai alla guida della cybersicurezza, cioè il servizio di sicurezza online.

Tuttavia non c’è solo la mossa per spingere Conte a lasciare la delega sulle agenzie che si occupano della difesa dello Stato da attacchi interni ed esterni. A rivelare le reali intenzioni di Italia viva e del suo capo è anche l’interrogazione che un paio di parlamentari che fanno capo a Renzi ha presentato contro l’amministratore delegato delle Ferrovie, Gianfranco Battisti. Un attacco personale servito a freddo, ma con un solo obiettivo. Il siluro sparato mira infatti ad affondare la riconferma del gran capo dei treni, al fine di poter mettere al suo posto qualcuno più gradito al Giglio magico. Repubblica, che ha dato notizia dell’interrogazione parlamentare, scrive che in tal modo si è aperta ufficialmente la stagione delle nomine. È probabile e c’è da giurare che il tentativo di colpire Battisti sarà messo in atto anche con altri manager o funzionari dello Stato poco graditi all’ex segretario del Pd. Il Bullo presto metterà nel mirino chi non gli piace o non si è dimostrato troppo condiscendente. Da Eni a Poste, c’è dunque il rischio di vedere ballare un po’ di poltrone, perché Renzi 2 la vendetta è in cerca di una rimonta per tornare a Palazzo Chigi. Conte e i manager sono dunque avvisati. Occhio, perché, come si è visto, l’uomo ha una voglia matta di rivincita e le tenterà tutte. Com’è nel suo stile. Amministratori avvisati, mezzi salvati.

Da non perdere

L'editoriale

Fa paura la sinistra, non Vannacci

Da giorni l’attenzione della grande stampa è concentrata sul generale Vannacci, il nuovo pericolo nero. Strumentalmente i giornali passano al setaccio le idee e la squadra di Futuro nazionale nella speranza che, enfatizzando le notizie che riguardano il nuovo partito,…

Il chirurgo del cuore congelato starà fermo solo un anno
L'editoriale

Il chirurgo del cuore congelato starà fermo solo un anno

Ogni cittadino deve essere considerato innocente fino a prova contraria. Il principio giuridico è sancito nella Costituzione, che con l’articolo 27 stabilisce come la «prova contraria» consista nella condanna definitiva. Dunque, fino a quando la Cassazione non abbia «validato» il…

Commissione Covid: la sinistra ha paura e la sabota
L'editoriale

Commissione Covid: la sinistra ha paura e la sabota

La sinistra non vuole che sul Covid si facciano troppe domande. Dunque, ha deciso di abbandonare i lavori della commissione istituita per fare chiarezza sulla gestione della pandemia. È successo ieri, durante una seduta agitata in cui la delegazione di…

2 GIUGNO, FESTA DELLA MONARCHIA
L'editoriale

2 GIUGNO, FESTA DELLA MONARCHIA

Programmi tv a senso unico e sondaggi compiacenti: le celebrazioni per il referendum, che 80 anni fa cambiò le sorti del Paese, assomigliano sempre più a una cerimonia per omaggiare un sovrano, Mattarella, esondante in ogni campo. E con il…