Conte vuole il bonus vacanza
L’avvocato sa che alle Camere, nonostante l’accozzaglia che lo sostiene sia incollata alla poltrona, l’incidente è dietro l’angolo. Perciò spera di paralizzare il legislativo e, piuttosto, si lascia dettare l’agenda da Sergio Mattarella.

Giuseppe Conte vuole il bonus vacanze. Ma non per gli italiani, per sé. Eh già, il presidente del Consiglio non vede l’ora che il Parlamento chiuda per ferie. Il suo incubo non sono il Covid-19, la seconda ondata del coronavirus e neppure il Mes: le sue vere preoccupazioni si chiamano Camera e Senato. E non perché abbia in odio le stanze e gli stucchi di Palazzo Madama o di Montecitorio, ma semplicemente perché vede i luoghi dove si esercita la democrazia parlamentare come fonte di pericolo. Egli infatti sa che, indipendentemente dalle decisioni espresse dai vertici dei partiti, basta un niente per finire sotto e cadere. È vero che la maggioranza dei parlamentari non ha alcuna voglia di provocare una crisi di governo, perché si sa come si comincia, ma non si sa se si finisce con l’andare dritti alle elezioni. E il voto, come è noto a chiunque frequenti il Palazzo, è la cosa che più atterrisce deputati e senatori, perché non solo si deve fare campagna elettorale e la faccenda costa, ma c’è sempre il rischio di essere trombati. Ci sono carriere politiche che sono state interrotte prematuramente dalla fine anticipata della legislatura e in quella attuale, se si dovesse andare a votare, potrebbe essere un’ecatombe, con uno sterminio di onorevoli e l’improvvisa esigenza di trovarsi un lavoro.

Prendete i 5 stelle: con le elezioni del 2018 sono entrati in massa grazie a quel quasi 33 per cento conquistato nonostante una legge elettorale confezionata su misura per farli perdere. Ma se si votasse domani, dai 338 eletti si passerebbe probabilmente alla metà, visto che nel frattempo i voti si sono dimezzati. Considerando poi che la legge elettorale attuale premiava per un terzo i primi arrivati nei collegi e che la riduzione dei parlamentari votata mesi fa potrebbe essere in vigore, la pattuglia grillina si ridurrebbe ancora di più. Ma non ci sono solo i pentastellati: analogo problema si registra anche fra molti onorevoli di Italia viva, che con il 2 per cento attualmente attribuito al partito di Matteo Renzi, dovrebbero cambiare mestiere. Insomma, stando così le cose, Giuseppe Conte in teoria potrebbe dormire tra due guanciali, sicuro che nessuno gli prepari uno sgambetto. Ma la storia parlamentare è piena di premier che si sentivano in una botte di ferro e che, per un verso o per l’altro, si sono trovati buttati giù dal trono dalla sera alla mattina. L’ultimo che si ricordi è Romano Prodi, il quale nel 2006 vinse le elezioni per il rotto della cuffia, ma perse la seggiola senza preavviso. Alla maggioranza mancarono tre voti, tre fiducie non accordate che nessuno aveva immaginato che potessero mancare.

Conte tutto ciò lo sa bene. Sa che la sua maggioranza non ha alcuna voglia di andare a casa, ma sa anche che una parte di chi lo dovrebbe sostenere non vede l’ora di detronizzarlo. Da Di Maio a Renzi, sono in tanti quelli che detestano l’avvocato del popolo e gli vorrebbero soffiare la poltrona. Dunque, per dirla con il senatore semplice di Scandicci, il presidente del Consiglio non ha nessun motivo per stare sereno. Perché gli agguati o anche solo gli incidenti sono sempre dietro l’angolo.

In un momento così complicato, con una crisi economicamente strisciante, con un’epidemia terribile che ancora incombe, il pericolo di inciampare è concreto. È per questo che Conte preferisce girare al largo, evitando le aule parlamentari. Abituatosi a governare per Dpcm, cioè senza gli impicci di dover rendere conto a nessuno, il premier non vede di buon occhio il controllo delle Camere e trova ogni modo per sfuggire. L’ultima volta in cui il capo del governo se l’è data a gambe è stata ieri, in vista del Consiglio europeo, appuntamento in cui si devono affrontare le delicate questioni dei finanziamenti dell’Ue, Mes compreso. Invece di presentarsi alle Camere per discutere il da farsi, Conte si è limitato a una breve informativa, come se non ci fosse in gioco il futuro dell’Italia. Ma se da un lato si è sottratto al dibattito a Montecitorio, dall’altro, prima dell’incontro a Bruxelles, è salito al Quirinale a riferire, dando prova di una trasformazione del nostro Paese da Repubblica parlamentare a Repubblica presidenziale. Dove il presidente non è necessariamente il capo dello Stato, ma forse anche quello del governo, il quale ambisce a fare da solo, a non avere obblighi di discussioni collegiali, ma – come si è visto con gli Stati generali – ha un’unica ambizione ed è quella di recitare da solo sul palco del potere.

Sì, Giuseppi non ama condividere. Da quando il burattino si è liberato dai fili tirati da Di Maio e Salvini (copyright Repubblica), vuole ballare da solo. E se serve è anche pronto a sospendere lo spettacolo. Sì, meglio fare le vacanze. Gli italiani forse le ferie non le avranno, ma a Conte invece serviranno: meno sedute sono un toccasana per salvare la sedia. Almeno fino a settembre.

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