Nessun dorma. Dalla Difesa ai dazi, fino all’Intelligenza artificiale e alle politiche industriali, passando al mercato comune, l’altro giorno a Coimbra il presidente Sergio Mattarella e l’ex premier e numero uno della Bce, Mario Draghi hanno suonato la grancassa. «Urgenza, urgenza», hanno detto ribadendo il concetto che all’Ue serve una svolta. L’ennesimo appello che segue una lunga lista di invocazioni a cambiare le dinamiche a Bruxelles. «Dovremmo chiederci perché siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi per guidare la nostra crescita e dovremmo chiederci come possiamo crescere e generare ricchezza da soli», ha detto Draghi pesando l’impatto della guerra tariffaria sul mercato europeo per cui gli Usa rappresentano oltre il 20% dell’export, e sul sistema economico in termini di ricchezza e occupazione. Anche l’esigenza di dotare l’Ue di un sistema di Difesa non nasce con il conflitto tra Kiev e Mosca: «Le crescenti minacce al nostro confine orientale sono evidenti da almeno un decennio», ha puntualizzato l’ex presidente del Consiglio. Ora «mentre l’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti si ritira, ci stiamo rendendo conto della nostra debolezza».
Peccato che ogni volta che l’Europa è in crisi la reazione è sempre la stessa e prende due strade. O coazione a ripetere o immobilismo. L’invocazione al fare presto sembra di fatto alimentare questa dinamica. D’altronde stiamo vedendo che sui pilastri dell’economia europea non c’è alcun passo avanti. Sulla Difesa, al di là delle dichiarazioni, non c’è alcun tipo di coesione. Commissione e Parlamento sono ai ferri corti dal punto di vista legale. I deputati guidati da Roberta Metsola hanno impugnato la scelta di Ursula von der Leyen. Non gradiscono che i fondi del fondo Safe (150 miliardi) vengano inglobati nel piano di riarmo da 800 miliardi. Il problema è che tolto il Safe il resto non esiste. Non ci sono altri fondi. Inoltre, il rinnovato asse franco tedesco muove palesemente a favore della propria industria e ciò porta ad escludere la partecipazione attiva di Italia e Spagna.
Non parliamo nemmeno del progetto fantasma di creare un esercito unico. Non ci sono i presupposti giuridici visto che si tratterebbe di escludere i singoli Parlamenti, ma soprattutto non esiste una politica estera comune. Chi deciderebbe l’invio di truppe? E soprattutto a favore di chi sarebbero dispiegate? Non sono dettagli, ma le basi per una qualunque posizione in ambito geopolitico. Si tratta di un panorama nuovo e quindi chi sostiene l’accentramento dei poteri spiega che è arrivato il momento di fare un salto quantico. Comprensibile? Prima di farlo però ci vorrebbero idee chiare e soprattutto contenuti definiti. Invece l’Ue vorrebbe avviare un maxi piano di pesa senza prima concordare gli obiettivi industriali. Il problema è che l’immobilismo diventa ancor più palese su dossier che nuovi non sono. Come quello della transizione green.
Il settore dell’automotive è stato desertificato per via delle scelte di Bruxelles soprattutto ai tempi di Frans Timmermans. I numeri hanno dimostrato l’errore commesso. Eppure l’unica decisione è stata quella di spalmare le multe sulle emissioni di CO2 su tempi più lunghi. Risultato: la politica aggressiva di Donald Trump ci colpisce più che con i dazi con la capacità di attrarre investimenti.
A tre mesi dall’insediamento sono arrivati piani di per circa 1.300 miliardi. Se l’obiettivo che si è data la Casa Bianca con i dazi è riportare negli Stati Uniti produzioni nevralgiche per l’economia in modo da ridurre la dipendenza dall’estero, qualche risultato comincia a vedersi. L’ultimo annuncio, in ordine di tempo, è venuto dal mondo farmaceutico. Roche, la Big pharma svizzera, prevede di spendere 50 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi 5 anni, che porteranno oltre 12.000 nuovi posti di lavoro. Stesso discorso per le case automobilistiche. In cambio Bruxelles spinta dai francesi spinge per un braccio di ferro con Trump, mentre l’Italia media. E nel frattempo non si prendono decisioni di nessun genere sulle barriere di ingresso alla tecnologia Usa. Così facendo i colossi non investono in Europa. Quelli del digitale se ne tengono alla larga e le aziende delle quattro ruote si trovano in un limbo. Non basta diluire le multe. Va cambiato lo schema e detto una volta per tutte quale tecnologia l’Ue vorrebbe appoggiare. E non ci riferiamo all’elettrico, ma qualcosa che valorizzi la filiera nostrana.
Sull’acciaio e sull’industria pesante pende sempre la spada di Damocle delle norme Cbam. Dazi camuffati da una veste ambientalista. Il Cbam sarà un boomerang per il comparto e a trarne i benefici saranno i Paesi extra Ue alla fine. In questo scenario abbiamo omesso il tema energetico, anch’esso gestito con la consueta logica dell’urgenza. Avanti di questo passo il nessun dorma lo canteranno solo quelle nazioni distanti migliaia di chilometri da Bruxelles. Forse toccherà alle aziende dare un colpo di forte e imprimere una svolta. Se l’antitrust Ue non si metterà di mezzo potremmo sperare in un grande consolidamento nel mondo auto, nell’acciaio e nella Difesa. Più mercato e meno regole.
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