L’atroce dilemma delle femministe: chi paga il conto del ristorante?
Negli Stati Uniti, dopo un articolo del Washington Post, esplode il dibattito e le attiviste si chiedono se tocchi al maschio aprire il portafogli al primo appuntamento o se, per parità, non spetti alle donne.

Chi deve pagare il conto al ristorante al primo appuntamento? L’uomo o la donna? Negli Stati Uniti si è scatenato questo imperdibile dibattito e la cosa più sorprendente è che anche secondo alcune femministe è giusto che sia il maschio a pagare. Il poveretto non ne ha il diritto, ma addirittura il dovere.

Ad aprire la discussione è stata Jenna Birch, firma del Washington Post, niente meno. In un ampio articolo, ha raccontato quanto segue. Si trovava a un happy hour in compagnia di due amiche, ovviamente femministe. A un certo punto, la conversazione ha deviato sulla fatale questione: che cosa pensavano le due illustri attiviste della tradizione secondo cui dovrebbe essere il maschio a pagare il conto al primo appuntamento? La Birch, udendo le risposte, è rimasta profondamente sorpresa. Le «brillanti e affermate femministe erano fermamente risolute: non avrebbero concesso un secondo appuntamento a un uomo che non avesse pagato l’intero conto al primo».

Ma come? Ci si aspetterebbe che le femministe decodificassero il pagamento del conto come un abuso di potere patriarcale: l’uomo che provvede per la donna come se lei non fosse in grado di farlo. E invece no. Davanti al conto, nessuno tocchi la consuetudine. E se la consuetudine non è in linea col femminismo, chi se ne importa.

Pur essendo economicamente indipendenti e petulanti paladine della parità di ruoli, le amiche femministe della Birch pretendono bellamente che il maschio paghi e taccia. Mica sceme. Evidentemente, il concetto del «me too» («anche io»), vale solo quando le femministe devono apparire sui media come presunte molestate. Quando, invece, si tratta di mettere mano al portafogli, esse diventano le più solerti esponenti del «not me», («non io»): il conto, anche per me, lo deve pagare il maschio.

In realtà, la logica del ragionamento è piuttosto evidente. Si tratta dell’ennesimo capriccio narcisistico di signore per cui parità non significa davvero parità, ma «rivoluzione». Secondo loro, dev’esserci un ribaltamento di posizione: le donne devono passare da (presunte) dominate a dominatrici. Devono avere in pugno la situazione, anche quando si tratta di farsi offrire il pranzo o la cena. La femminista scroccona costringe l’uomo ad aprire il portafogli non per consentirgli di esercitare un po’ di cavalleria, ma per sottoporlo all’ennesimo maltrattamento. Solo che non vuole ammetterlo, allora si inventa sofismi assai divertenti.

Secondo Jenna Birch, per esempio, le donne – femministe comprese – sarebbero ancora vittime di antichi condizionamenti. Un’altra studiosa intervenuta sulla «questione conto», la sociologa dell’università di Notre Dame Elizabeth McClintock, esprime una posizione ancora più articolata: «Le donne», spiega, «hanno percorso più grandi passi verso l’uguaglianza nella vita pubblica, nell’istruzione e nell’occupazione di quanti ne abbiano fatti nella vita privata, nelle relazioni e nella famiglia». Secondo costei, nella società regna ancora una «concezione di genere» delle questioni sentimentali. Che significa? Semplice, che il corteggiamento funziona ancora secondo «copioni» (battute e azioni) influenzati dalle differenze di genere. Insomma, se la donna lascia che sia il maschio a pagare il conto è colpa degli stereotipi, dei pregiudizi e del condizionamento sociale. In un certo senso, dunque, la donna è vittima anche quando le offrono la cena. Per eliminare questi rimasugli maschilisti, dice la McClintock, occorre eliminare definitivamente le differenze di genere (alla fine, la femminista sempre lì va a parare). Difficile trovare qualcosa di più disonesto intellettualmente.

Un tempo, il maschio lavorava fuori casa e guadagnava denaro, la donna lavorava in casa e per la famiglia ed era economicamente mantenuta dai denari maschili. Da ciò deriva che il maschio, in passato, provvedesse a pagare per la donna anche in fase di corteggiamento. Il sottotesto era che lui fosse in grado di provvedere a lei e alla prole, per una cena come per la vita. Entrando al ristorante, in quanto sesso forte dell’accoppiata, l’uomo oltrepassava la porta per primo per sincerarsi che non ci fossero pericoli o sconcezze inopportune per la donna.

È semplicemente assurdo affermare che le donne – femministe in primis – siano ancora inconsciamente condizionate da questi riti ancestrali, che naturalmente il maschio porterebbe avanti perché genericamente aduso alla sopraffazione. È falso e ridicolo perché le femministe castrano continuamente e senza alcun problema, ma anzi con sadico compiacimento, l’uomo che eserciti ancora una qualsiasi protettività verso la donna. Dunque non si vede perché non possano pagarsi il conto al ristorante. Dopo tutto, tirare fuori 30 euro alla cassa è assai più semplice che lottare per il divorzio e l’aborto, no?

Pagarsi la propria parte (o addirittura l’intero conto) sarebbe un modo molto veloce di ribadire una parità. Ecco perché le femministe – pronte a criminalizzare ogni respiro maschile e a vedere abusi anche dove non ci sono – dovrebbero essere pronte a sborsare. Sempre, non solo al primo appuntamento. Vogliono dominare? Bene, allora dominino pure il portafogli, aprendolo.

Una donna che si concepisce come ancella del maschio – come sua sodale e non sua antagonista – ha tutto il diritto di apprezzare il gesto protettivo e cavalleresco del corteggiatore che paghi per lei. Ma le femministe – quelle che si sentono offese se gli uomini «spiegano le cose», quelle che vorrebbero la «matria» al posto della patria, quelle che s’infervorano per il «Me too» – non hanno tale diritto.

Le quote rosa, che impongono il cinquanta per cento femminile in qualsiasi contesto professionale, o valgono sempre o non valgono mai. Le femministe, per essere davvero coerenti, dovrebbero applicare la quota rosa anche al conto del ristorante. Metà per uno, dunque, come minimo.

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