Quello di ieri è stato un giorno importante per l’Ilva. Arcelor Mittal e i commissari straordinari del colosso tarantino dell’acciaio hanno firmato un accordo che modifica le condizioni del contratto originario d’affitto e acquisto per Ilva. L’accordo delinea le condizioni per un investimento significativo in Am Investco da parte di un veicolo d’investimento legato allo Stato italiano (si stima un esborso di oltre un miliardo di euro), ponendo le basi per rasserenare gli animi tra il gruppo francoindiano e il governo di Roma. La spesa da parte dello Stato in Ilva, che verrà definita in un accordo da siglare entro il 30 novembre, sarà almeno pari alle rimanenti passività di Am Investco rispetto al prezzo di acquisto inizialmente stabilito per Ilva.
Tutte le novità del contratto sono strutturate attorno a un nuovo piano industriale per Ilva, al 2025, che prevede investimenti in tecnologie di produzione di acciaio a basse emissioni di carbonio. «L’aspetto fondamentale del nuovo piano industriale», spiega una nota diffusa ieri da Arcelor Mittal, «è dato dalla costruzione di un impianto per pre-riduzione del minerale ferroso, che sarà finanziato e gestito da investitori terzi, e un altoforno ad arco elettrico che sarà costruito da Am Investco.
In più, Arcelor Mittal e i commissari Ilva hanno stipulato separatamente un accordo di transazione in base al quale Am Investco ha accettato di ritirare l’istanza di recesso dall’accordo originale, mentre a loro volta i commissari hanno ritirato il loro ricorso presso il Tribunale civile di Milano, procedimenti per i quali era fissata un’udienza il 6 marzo.
Nel caso in cui il contratto di investimento non dovesse essere eseguito entro la data convenuta, Am Investco ha un diritto di recesso, previo pagamento di una penale concordata. Quest’ultima, stando a indiscrezioni, dovrebbe essere di 500 milioni di euro. La chiusura definitiva del contratto di locazione e di acquisto è dunque ora prevista per maggio 2022, fatte salve le condizioni precedenti.
In realtà, il Pd di Taranto, prima della firma dell’accordo, si era schierato con il primo cittadino della città pugliese, Rinaldo Melucci, chiedendo ai commissari di non firmare e far saltare il banco, ma alla fine la firma è stata messa.
Gli atti del nuovo accordo che suggella la tregua temporanea tra il gruppo, rappresentato dall’amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, e i tre commissari straordinari dell’Ilva, sono stati firmati presso la sede milanese dello studio notarile Marchetti. La numero uno Morselli non ha voluto rilasciare alcun commento a riguardo. «Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo, non è il momento di fare commenti. È stato fatto molto lavoro e molto ne resta da fare dopo», si è invece limitato a dichiarare Alessandro Danovi, uno dei tre commissari a cui è stato affidato il polo siderurgico tarantino.
Intanto, il preaccordo è già stato «bocciato» dai sindacati. In una nota congiunta, le segreterie generali di Cgil Cisl Uil e Fim Fiom Uilm Nazionali hanno spiegato che «il negoziato avvenuto da novembre 2019 non ha visto alcun coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. Alla luce dei contenuti appresi, riteniamo assolutamente non chiara la strategia del governo in merito al risanamento ambientale, alle prospettive industriali e occupazionali del gruppo. A questa incertezza si somma una totale incognita sulla volontà dei soggetti investitori, a partire da Arcelor Mittal, riguardo al loro impegno finanziario nella nuova compagine societaria che costituirà la nuova Am Investco. Nei fatti», continua la nota, «il preaccordo prevede una fase di stallo da qui alla fine del 2020 per quanto riguarda le prospettive e l’esecuzione del piano industriale. Tutto questo arriva dopo due anni di ulteriore incertezza, particolarmente rischiosa per una realtà industriale che necessita invece di una gestione attenta e determinata. A ciò si somma una congiuntura sfavorevole del mercato dell’acciaio».
Quello che non piace ai sindacati è soprattutto l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione e il «vincolo dell’accordo sindacale entro il 30 maggio senza una nostra preventiva condivisione del piano e degli strumenti adottati. L’assetto complessivo del piano rischia di essere insostenibile alla luce della sua scarsa verticalizzazione produttiva (tubi, laminati, lamiere, treni nastri) i cui investimenti sono molto inferiori al piano da noi sottoscritto e la positiva previsione di ripartenza dell’altoforno 5 ha tempistiche del suo rifacimento troppo dilatate nel tempo». In più, dicono le associazioni di lavoratori, «l’accordo del 6 settembre 2018 non prevedeva esuberi né l’utilizzo della cassa integrazione, garantiva la presenza di un grande produttore di acciaio a eseguire il piano stabilito. Quell’accordo resta la migliore garanzia di tutta l’occupazione, del risanamento ambientale e del rilancio produttivo».
Al momento, però, tutto questo non è possibile. L’unica speranza è il ripristino dell’organico a fine piano. Intanto ci sono altri 1.800 esuberi di cui tenere conto, oltre a quelli legati alla bad company guidata dai commissari. Se non ci saranno ostacoli, prima che tutto ciò avvenga si dovrà attendere fino al 2025, quando la produzione annua raggiungerà quota 8 milioni di tonnellate di acciaio, un dato doppio rispetto alle attuali 4, penalizzate dallo scartamento ridotto a cui viaggiano gli altoforni che hanno bisogno di ingenti investimenti per limitare le emissioni e girare a una maggiore velocità.
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