Il controllo è la feroce ossessione del nostro tempo. Lo esercitano gli Stati e le organizzazioni sovranazionali, con pressione crescente. Ma forse il più terribile dei Leviatani è quello che si nasconde dentro di noi, acquattato nella nostra mente. Un controllo che ha il colore e l’odore putrido della paura, che ci spinge a rifiutare le sfumature del reale, incasellandolo entro confini di comodo, e a evitare il confronto con tutto ciò che fuoriesce da quella che si usa chiama «comfort zone», comprese le opinioni diverse, potenzialmente urtanti.
È contro questa ossessione che si scaglia, con rara chiarezza, Maurizio Botta, bocconiano ordinato sacerdote nel 2006, in forze alla Congregazione dell’Oratorio San Filippo Neri a Roma. La sua azione e i suoi scritti si rivolgono soprattutto a ragazzi e ragazze, che egli incontra con regolarità, sottoponendosi a serrati scambi di riflessioni. Alcuni di questi sono raccolti in Botta e risposta con i giovani. Su sesso e altri argomenti scomodi (Cantagalli) e Senza freni. Sull’ossessione del controllo (Piemme). È in quest’ultimo saggio che Botta tocca il punto nodale. «Il problema», scrive, «è che la complessità del reale è acerrima nemica del controllo. Il controllo è di per sé impaziente: al contrario, la comprensione delle situazioni reali è fastidiosamente lenta; il controllo esige istantaneità laddove invece decifrare la realtà richiede tempo e lentezza».
Il primo e fondamentale passo da compiere, dunque, è riappropriarsi della realtà: distruggere i paradisi artificiali e accogliere le sfumature, comprese quelle negative, di quel che ci circonda. Anche perché, nota Botta, «le fughe nei vari mondi artificiali – che siano droghe, alcol o sesso – esprimono proprio la volontà di perdere il controllo per illudersi che la vita sia un po’ più semplice».
Sbriciolare l’artificio è un atto di coraggio, che comporta una assunzione di responsabilità e la disposizione al rischio. «E allora forse la prima verità, il primo insegnamento da trasmettere ai ragazzi a proposito del controllo è che la vita è paurosamente rischiosa», scrive Botta. «Lo è a partire dai fondamentali di ogni esistenza: la morte e l’amore. Non possiamo controllare la morte, sarà banale ma è così. E lo stesso è per l’amore, entrambi non sono “manovrabili”, nemmeno attraverso il denaro. L’ossessione del controllo che vorrebbe eliminare il rischio di non essere amati è l’illusione estrema. Esistono leggi non scritte e ineludibili a questo proposito, per esempio il fatto che i pensieri e i sentimenti altrui sfuggono da ogni seppur fortissimo desiderio di controllo. È vietato immaginare o ancor peggio cercare informazioni o spiare alla ricerca di quello che gli altri pensano o sentono».
Occorre dunque mollare i freni, aprirsi al reale e alla sua complessità. L’esempio, qui, è ovviamente quello di Cristo, cioè «un Figlio che ha accettato, seppur nella paura, una storia e una morte che non ha potuto controllare, dominare. Questo è il cuore della teologia cattolica e da qui deve partire una riflessione di fede». L’abbandono alla divina Provvidenza comporta uno slancio verso l’Altro e verso l’alto, una fiducia coraggiosa che fronteggia apertamente il rischio.
Botta riconduce al momento più angosciante del racconto evangelico, quello della paura e della fragilità, in cui Cristo chiede al Padre di liberarlo dalla fatica spaventosa della croce. Il brano è noto: «Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” […] Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà”». (Matteo 26, 39-42).
Si manifesta, in questi versetti, il terrore dell’ignoto, si percepisce tutto il peso del mondo che cade sulle spalle dell’uomo. Gesù è custodito, dice Botta, da un padre «che gli chiede l’abbandono, la perdita di controllo. Potremmo dire Talis Pater, talis Filius, cioè come è il Padre così il Figlio e anche se il Pater è il Pater Noster che è nei cieli e il Figlio è Gesù. Lui, il Figlio, chiede lo stesso abbandono della volontà propria a chi lo vuole seguire: come il Padre lo vuole con Lui, Gesù lo chiede a noi per essere Suoi discepoli. A noi Gesù chiede di essere senza freni in Dio».
È, questa, una teologia potente e libertaria. Qui non c’è sottomissione. Al contrario, c’è coraggioso e responsabile abbandono, forza virile che dispone ad affrontare le avversità, prepara alla lotta fisica e spirituale. «Gesù ribadisce continuamente che pensare di avere il controllo sulla propria vita è semplicemente stolto», spiega Botta. «C’è fede solo quando c’è la perdita del controllo diretto su una situazione. San Paolo, come ogni vero cristiano, dice: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Lettera ai Galati 2, 20). Abbiamo fede tutte e sole le volte in cui lasciamo veramente, sinceramente e dolorosamente il controllo a Dio. Lì, solo lì, c’è fede. E smettiamola di raccontare di essere “consegnati” cercando mille argomentazioni ingegnose su quale sia il senso di questa “consegna”! Se sei consegnato veramente a Dio, sai cosa fai e taci. Diventi uno che tace quasi sempre e rinunci a voler controllare i mali della vita».
Attenzione, tacere non significa accettare passivamente. Piuttosto questo silenzio è una alternativa al chiacchiericcio e alla lamentazione costante che affliggono il nostro mondo. Pensiamo, di questi tempi, di poter controllare la vita e la morte, ci illudiamo di giungere al «rischio zero». Ci sfugge una verità difficile da accettare: il rischio zero è solo nella morte.
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