La Segre si allarga. Il suo discorso è un comizio politico
La senatrice a vita, presidente dell’aula per una mattina, elogia l’Ue e lancia moniti alla destra. Uno show per strappare applausi.

A scanso di equivoci, il rispetto dovuto alla senatrice a vita Liliana Segre, alla sua dolorosa e altamente simbolica storia, è assoluto: non sono tollerabili esitazioni o ambiguità su questo punto, da parte di chicchessia.

Ma proprio quel rispetto esige franchezza: alcune parti del suo discorso introduttivo di ieri al Senato sono state improprie e inopportune. Non cambia il giudizio il fatto che il neo eletto presidente Ignazio La Russa le abbia cavallerescamente donato un mazzo di fiori, che l’abbia chiamata «presidente morale» e abbia aggiunto, con abilità politica, che tutte le parole da lei pronunciate hanno meritato il suo applauso. Il problema resta, e, come vedremo, sfiora perfino una parte dello speech di ringraziamento dello stesso La Russa.

Si tratta di ricompitare alcune nozioni elementari, purtroppo largamente dimenticate da troppi e da molti anni. Anche un presidente della Camera o del Senato effettivamente eletto (quindi non il caso della Segre) dovrebbe assolutamente astenersi da ogni considerazione divisiva: i presidenti dei due rami del Parlamento, al contrario, dovrebbero ricordare che la loro funzione è quella di rappresentare e tutelare ogni opinione, di far sentire legittimati tutti gli eletti, e di preoccuparsi di garantire agibilità in primo luogo alle tesi politiche e alle sensibilità culturali lontane dalla propria.

La divisione fisiologica, sacrosanta, è quella che deve crearsi tra maggioranza e minoranza, tra governo e opposizioni: lì è naturale e benefico che le differenze emergano, che tesi anche vigorosamente contrapposte possano misurarsi. Quanto invece ai presidenti delle Camere, non è loro compito essere parte, farsi sostenitori o avversari – ad esempio – di una riforma costituzionale: semmai il loro dovere è quello di garantire agibilità sia ai favorevoli sia ai contrari.

Se questo vale per i presidenti delle Camere, a maggior ragione dovrebbe valere per chi è chiamato a un saluto introduttivo in una seduta inaugurale. Da questo punto di vista, mi è sembrato assolutamente appropriato l’invito della senatrice Segre al reciproco rispetto tra maggioranza e minoranza. Al contrario, sono parse fuori luogo diverse altre parti del discorso della senatrice.

In primo luogo, quella sulle riforme istituzionali passate: a che titolo la Segre si è permessa di liquidare ciò che – a torto o a ragione – precedenti maggioranze di diverso segno e colore avevano legittimamente approvato, nel rispetto della Costituzione e delle procedure? Può farlo – in un discorso politico – un premier che prenda la fiducia su un certo programma; possono farlo i singoli parlamentari in un dibattito: ma non dovrebbe farlo chi presiede.

In secondo luogo, la parte sulle riforme costituzionali future, con il richiamo alla preferibilità dell’attuazione dell’attuale Costituzione rispetto alla sua modifica («non è un pezzo di carta»). Anche qui: la Segre potrà dire quelle cose se e quando interverrà dal suo scranno di singola senatrice in un dibattito su quel tema. Ma ieri il suo compito non era quello di squalificare preventivamente un’opinione differente. A onor del vero, a parti invertite, il problema lambisce anche il discorso di ringraziamento del neopresidente La Russa, che ha invece auspicato l’avvio di un percorso di riforma: anche in quel caso, il presidente non dovrebbe auspicare né contrastare alcunché, né spingere per una riforma né per il mantenimento della Costituzione esistente.

In terzo luogo, tornando alla Segre, è parsa ultronea la parte sull’Ue («l’avremo sempre al nostro fianco»): il compito della seconda e della terza (e pure della prima…) carica dello Stato sarebbe quello di garantire pari agibilità ai sostenitori e ai critici delle attuali regole Ue, non quello di mettere preventivamente fuori gioco una tesi, minoritaria o maggioritaria che sia.

In quarto luogo, la parte sulla guerra. Chi scrive – nel merito – condivide la condanna dell’aggressione russa e la necessità di difendere l’Ucraina espressa dalla Segre. Ma la mia è appunto un’opinione nel dibattito pubblico. Non era compito della Segre, ieri, sostenere né quella tesi né la tesi opposta. Di nuovo, lo ripeterò fino alla noia: chi presiede un’assemblea parlamentare deve tutelare – nella fattispecie – atlantisti e non, pacifisti e non, filo-ucraini e non. Per lui (per lei) ogni tesi, anche la più lontana dalla propria, dovrebbe essere sacra: non preventivamente qualificata o squalificata.

E infine – inutile girarci intorno – c’è un ultimo elemento da considerare. La condanna delle leggi razziali deve vederci tutti uniti, senza eccezioni. E il ricordo dell’atroce e infame ingiustizia patita anche da una bimba di nome Liliana merita l’inchino di tutti.

Ma, più in generale, la senatrice Segre non poteva non sapere che, anche all’estero, il suo discorso di ieri sarebbe stato colto per una parte implicita e politicamente delicatissima. Insistere proprio ieri su fascismo e antifascismo autorizzava i maliziosi a pensare che alcuni – nell’emiciclo – potessero non condividere la condanna della dittatura, trasformando oggettivamente le parole della Segre in una sorta di rampogna preventiva verso la nuova maggioranza, legittimando la velenosa campagna in corso contro un oggi inesistente fascismo italiano. Lasciar anche subliminalmente sospettare che il centrodestra e la maggioranza degli italiani debbano essere sottoposti a un esame sul tema, è a mio avviso un errore.

Processo alle intenzioni? Tutt’altro. È stato sufficiente sintonizzarsi su La 7 e sul Tg1 per trovare non solo l’esaltazione del discorso della Segre, ma addirittura per assistere alla messa all’indice del fatto che alcuni passaggi del suo intervento non fossero stati applauditi da tutta l’Aula. Il giochino mediatico è dunque già chiaro: usare strumentalmente il discorso della senatrice a vita come corpo contundente contro i «sospettati» della nuova maggioranza. Spiace dover ricordare che serve a poco deplorare le contrapposizioni eccessive (bene) se poi (male) si dà la sensazione di voler preventivamente mettere sotto tutela la maggioranza legittimamente scelta dagli elettori.

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