Enrico Fossati (1979, Novi Ligure) è uno de più noti fotografi di natura. Fin da bambino ha dimostrato interesse e ammirazione per i paesaggi dipinti e fotografati, nel 2009 acquista una prima fotocamera e inizia a studiare le diverse tecniche fotografiche e si specializza nell’utilizzo della camera oscura digitale. Il suo percorso, influenzato dalla passione per cinema e musica e Tolkien è stato definito «fantasy art», scatti che dimostrano una certa familiarità con una visione fantasy del mondo delle immagini. Il suo sito: www.enricofossati.it
Iniziamo dal principio: come inizia il suo interesse per la fotografia?
«Per me è sempre stato importante immortalare i luoghi che mi affascinano, fin dall’infanzia, come famosi castelli o locations. Successivamente iniziai a sviluppare interesse per l’editing in quanto volevo trasformare le mie foto in opere uniche, caratterizzate dalle mie passioni. Da informatico, Photoshop non è mai mancato sul mio desktop, così mi dilettavo nel migliorare colore saturazione e regolazioni, un bel giorno parlando con un collega mi chiese perché non passassi ad un sistema reflex, mi avrebbe dato molte possibilità in più. Scoprii un mondo intero e pian piano iniziai ad apprendere la tecnica fotografica in maniera approfondita, mi restava in mente la grande passione per il fantasy e la pittura tradizionale, in particolare quella del periodo romantico, e così iniziai a studiare anche l’editing. Il 2012 fu il punto di svolta: iniziai a ricevere i primi riconoscimenti e ad esplorare la “mia” Terra di Mezzo, ovvero le Alpi occidentali.»
Nel 2009 acquista una prima macchina fotografica. Che cosa ha iniziato a fare? C’erano fotografi che per lei erano un riferimento, fonte di ispirazione?
«Il paesaggio o la fotografia sono una passione che ho da sempre. Nel 2009 acquistai la mia prima Dslr, ma ho sempre posseduto una macchina fotografica, la prima digitale compatta la acquistai nel 2002, ai tempi sembrava un vero prodigio tecnologico. Quando iniziai a scattare seguivo le riviste fotografiche che venivano importate dall’Inghilterra, quindi gli autori di riferimento erano spesso paesaggisti inglesi come David Noton, Joe Cornish, Lee Frost, tradizionalisti e legati all’uso dei filtri, lunghe esposizioni. Su internet scoprii la cosiddetta scuola americana, Marc Adamus e allievi. Lo stile americano mi folgorò per via del forte impatto visivo che mi ricordava alcuni pittori e illustratori che stimavo. Questa scoperta mi elettrizzò in quanto capivo che potevo fare quello che veramente volevo, notte tempo mi misi a cercare informazioni ed eventuali corsi ma nessuno insegnava quelle tecniche nel nostro Paese, e la mia conoscenza dell’inglese ai tempi era scolastica, dunque l’eventualità di partire alla volta degli Stati Uniti per un workshop era fuori discussione. Armato di pazienza raccolsi informazioni seguendo diversi forum specialistici dell’epoca, fino a che non entrai in contatto con la realtà fotografica americana e appresi le tecniche che mi servivano. La passione per il lengendarium Tolkeniano mi spinse a sperimentare, mettendo appunto un flusso di lavoro che mi avrebbe permesso di rendere le mie immagini come le vedete oggi. Ovviamente è tutto in evoluzione: amo spingermi oltre».
Tra le diverse diramazioni della sua arte quella che ha ricevuto maggiore attenzione riguarda la rappresentazione degli alberi e delle foreste. Come le sceglie? Dove è andato a documentarsi? E come lavora?
«Le foreste, gli alberi e le cascate sono soggetti che mi affascinano, solleticano la mia fantasia più di altri luoghi. Inoltre le condizioni di scatto sono meno restrittive, in una giornata “buona” si possono fare diversi scatti interessanti, dunque la produzione alle volte è più generosa rispetto ad uno shooting in alta montagna. Le vecchie foreste attraversate da ruscelli e antichi ponti di pietra sono uno dei miei soggetti preferiti, sono cariche di fascino, adoro passare ore cercando il punto di vista più pittoresco. Inutile dire che le foreste mi rimandano immediatamente alle opere di Tolkien dove esse hanno un ruolo di primaria importanza e sono descritte con dovizia di particolare. Pochi luoghi sono suggestivi come un vecchio bosco avvolto nella bruma magari in pieno autunno! Sono luoghi ancestrali che raccontano la nostra storia, e dove si possono vivere momenti incredibili a contatto con la natura. La scelta delle locations solitamente avviene tramite lo studio del territorio, magari contattando enti locali o semplicemente curiosando nei forum degli escursionisti dove spesso si trovano foto o video fatti per documentare le loro esperienze. Le giornate ideali per scattare ruscelli e foreste sono le giornate uggiose con alcune schiarite, oppure le giornate di nebbia, anche se recentemente devo dire sono rare. Scattare cascate e ruscelli può sembrare semplice ma richiede impegno, prima di tutto serve equipaggiarsi per poter entrare nei corsi d’acqua coi cosiddetti stivali da pesca waders, che permettono una notevole libertà di movimento; se piove bisogna attrezzarsi di un impermeabile efficace che possa garantire la protezione per diverse ore, oltre ovviamente all’attrezzatura fotografica. Ci si muove lentamente studiando il terreno, il movimento dell’acqua e tanti particolari che fanno la differenza. Purtroppo, è un sottogenere fotografico sottostimato ma richiede molto in termini di sforzo. Spesso mi soddisfa più un scatto riuscito di quel genere che non una iconica montagna, in quanto lo sento più mio, più personale, più intimo, senza influenze esterne».
Ha un orario preferito per scattare le fotografie o fotografa a qualsiasi ora?
«Gli orari variano molto in base al soggetto e al risultato che si vuole ottenere. Per quello che mi guarda, contrariamente al lavoro di molti miei colleghi, scatto più nelle ore centrali del giorno, ad esempio quando sono in montagna. La mia ricerca estetica consta nel rifarmi all’immaginario fantasy ma anche alla pittura classica, per esempio a quella Romantica o a quella dell’Hudson River School americana. La luce è spesso rappresentata durante i temporali o comunque entra nella scena con preponderanza, donando alla scena una forte componente drammatica ed è quello che cerco di riprodurre grazie alla fotografia. Quando invece scatto in foresta o tra i ruscelli non ci sono orari, dipende dal meteo: la giornata giusta è quando c’è poca luce, quando si può scattare tutto il giorno senza problemi».
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