La Lega fissa l’asticella del deficit. Pure i 5 stelle si agganciano al 2%
Ansa
Superare la soglia dell’1,6% consente di trovare 12 miliardi per quota 100. Flat tax solo per le partite Iva, il redditto di cittadinanza accorperebbe Naspi e Cig. Prevista la super Ires al 15% per chi reinveste gli utili.

Ieri mattina c’è stata l’ennesima riunione per definire le linee guida della prossima manovra. Presenti i vertici dei due partiti di maggioranza e ovviamente Giovanni Tria. Primo risultato tangibile, anche se non sappiamo quanto sia definitivo, è l’asticella del deficit. La Lega ha fissato il valore al 2%. I 5 stelle si sono accodati. Dal vertice di ieri sono emersi tre punti fermi: reddito di cittadinanza, quota 100 e flat tax, fanno sapere veline del M5s. In particolare, si spiega, «siamo soddisfatti perché si è deciso di mettere da parte alcune misure per garantire il superamento della Fornero. C’è stata inoltre condivisione su quella che è sempre stata la linea grillina, cioè che i cittadini vengono prima delle virgole: perciò non ci sono tabù intorno al 2% da parte di nessuno, l’importante è la credibilità della politica economica».

Dal canto suo, la Lega conferma quota 100 sulle pensioni (62+38) e la riforma fiscale e propone un sistema snello di ammodernamento delle opere pubbliche che consentirebbe un miglioramento delle infrastrutture, da affiancare all’apertura di cantieri più impegnativi. Tra le proposte anche la super Ires al 15% per gli utili reinvestiti in azienda in macchinari o in assunzioni stabili che comporterebbe «un risparmio per le imprese di quasi un miliardo di euro», ha spiegato il sottosegretario al Mef, Massimo Bitonci, illustrando una delle misure chiave del pacchetto fiscale messo a punto dalla Lega per la prossima manovra. Anche se i singoli esponenti stanno cercando di buttare la palla oltre la porta, già il 2% sarà un forte elemento di discussione e trattativa, con Tria che resta fermo all’1,6%. Si tratta di ben 12 miliardi di euro. Non poco se si conta che ci sarà anche da colmare l’effetto revisione del Pil.

Secondo le nuove stime dell’istituto di statistica, il prodotto interno lordo del 2017 è cresciuto in volume lievemente più alto delle stime precedenti, +1,6% rispetto a +1,5%. Intanto, però, a poche ore dal taglio dell’Ocse anche l’agenzia di rating Fitch abbassa le prospettive per la crescita del 2018: ora secondo gli esperti è preventivabile un +1,2% (da 1,3 di giugno) per il 2018 e lo stesso livello per il 2019, confermato.

Discesa all’orizzonte, invece, per il 2020, con un +0,9%. Quel che preoccupa gli analisti è che «il governo ha inviato messaggi conflittuali sulla sua agenda fiscale, cosa che ha creato rinnovata volatilità sul mercato dei titoli di Stato».

Le revisioni si abbattono anche sui dati relativi alle entrate e alle uscite 2017, correggendo il dato sull’indebitamento netto che, in rapporto al Pil, sale al 2,4% dal 2,3% della stima precedente, e quelli sul rapporto tra debito e Pil, sceso al 131,2% contro il 131,4% del 2016. I calcoli precedenti indicavano, invece, un rapporto al 132% nel 2016 e al 131,8% nel 2017. Il dato del debito, spiegano i tecnici dell’Istituto, «è molto sensibile al denominatore» e risente quindi della revisione al rialzo del Pil 2017. Lunedì il governo avrà a disposizione ulteriori dati sulla crescita e a quel punto dovrà definire la bozza del testo. Entro il 27 settembre è previsto l’invio della bozza a Bruxelles. Se il governo attuale definisse il 2% come asticella, l’opposizione avrebbe ben poco da replicare. Lo scorso anno, l’allora ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ottenne la medesima deroga dell’Ue. Il 12 aprile del 2017 il governo Gentiloni vedeva un miglioramento dell’economia «anche in seguito alla flessibilità sui conti pubblici di cui aveva goduto negli ultimi due anni (circa 19 miliardi di euro) grazie al via libera di Bruxelles e che aveva avuto effetti positivi», sottolineava Padoan sulle colonne del Corriere. Se questa flessibilità non fosse accordata anche per i prossimi anni, le conseguenze sarebbero negative. Per dimostrarlo Padoan da un lato decise di mantenere l’obiettivo di un deficit dell’1,2% del Pil nel 2018 e dello 0,2% nel 2019, in ossequio alle regole Ue, ma modificò, rispetto alle precedenti previsioni, la stima di crescita, abbassandola all’1% sia per il 2018 sia per il 2019, contro l’1,3% e l’1,2% stimati in precedenza. Anche qui decimali, «ma il messaggio è chiaro», scriveva il quotidiano di via Solferino, «se l’Italia sarà costretta a tagliare il deficit dal 2,1% del Pil che dovrebbe raggiungere quest’anno all’1,2% nel 2018 dovrà fare una manovra monstre e l’economia rallenterà, invertendo quel processo virtuoso cominciato nel 2014 (Pil +0,1%, poi nel 2015 salito allo 0,8%, nel 2016 allo 0,9% e quest’anno appunto all’1,1%)». Più o meno quanto ieri in dibattito al Sole 24 Ore ha sostenuto Paolo Savona in risposta allo stesso Padoan: «Se innalziamo la crescita reale e la facciamo convergere per tutti i Paesi membri con una buona politica fiscale, se sistemiamo razionalmente gli eccessi di debito pubblico sul Pil, e manteniamo i bilanci pubblici in equilibrio, ossia facciamo crescere la spesa pubblica a ritmi inferiori al saggio di crescita nominale del Pil, vi è una forte probabilità che gli spread si azzerino».

All’interno di questo discorso è chiaro che i gialloblù sono pronti ad attuare qualche gioco di prestigio. Tutte le riforme saranno in realtà inserite all’interno di un contesto regolatorio già esistente. Ad esempio: la flat tax varrà solo per le partite Iva. Fino a 65.000 euro al 15% e, forse, fino a 100.000 euro al 20%. Soprattutto il discorso si applica al reddito di cittadinanza. La Lega sta cercando di convincere i 5 stelle che Cig, Naspi e centri per l’impiego vadano riorganizzati, accorparti e leggermente rifinanziati. Poche centinaia di milioni in più. Il tutto prenderà il nome di reddito di cittadinanza, ma sarà poco più di ciò che già oggi viene concesso ai disoccupati.

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