La guerra di Hong Kong spacca i giallorossi
L’Assemblea del popolo cinese dà il via alla legge per soggiogare l’ex colonia britannica. Se il viceministro pd degli Esteri si appella al principio «un Paese, due sistemi», il capogruppo grillino in Commissione difende la «sovranità» cinese. E Luigi Di Maio non sa che dire.

Oggi sarà il giorno della verità per l’Unione europea: i 27 ministri degli Esteri degli Stati membri riusciranno a trovare una posizione comune sulla Cina dopo che ieri è arrivato il via libera dell’Assemblea nazionale del popolo (2.878 voti favorevoli, uno contrario e sei astenuti) alla nuova stretta su Hong Kong che di fatto sancisce la fine dell’approccio «un Paese, due sistemi» che ha garantito autonomia e indipendenza all’ex colonia britannica?

Mercoledì davanti al Congresso di Washington il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo aveva spiegato che Hong Kong non è più del tutto autonoma dalla Cina. Un mossa arrivata poche ore prima che, come previsto, l’Assemblea nazionale del popolo dicesse sì all’iter di avvio per la contestata legge (per la scrittura si parla di un paio di mesi) che punirà secessione, sovversione del potere statale, terrorismo e atti che mettano a rischio la sicurezza nazionale: 2.878 voti a favore, uno contrario e sei astenuti. Una misura che, dicono gli attivisti pro democrazia, rappresenta un ulteriore strumento nelle mani di Pechino per reprimere il dissenso a Hong Kong.

Riuscirà a Bruxelles a prendere (per una volta) una posizione netta? Intanto, fa ciò che riusce meglio all’Ue: convocare riunioni. Ma date le premesse pare difficile. Il Consiglio europeo Charles Michel ha spiegato che «è importante cooperare, anche se non condividiamo lo stesso approccio su vari temi». Per l’Alto rappresentante Josep Borrell le sanzioni non sono la soluzione. «Non possiamo evitare che gli Stati membri abbiano una relazione speciale» con Pechino, aveva aggiunto, spiegando che «questa è una scelta sovrana» di ciascun Paese.

Parole che suonano come musica per le orecchie di Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Mercoledì la cancelliera tedesca era stata piuttosto cauta sulla questione Hong Kong. Pur sottolineando la sua preoccupazione non ha chiuso il dialogo con Pechino. Un mezzo incidente diplomatico è invece scoppiato tra il presidente francese e il governo cinese. Ieri l’Eliseo è dovuto intervenire smentendo quanto riportato dalle agenzie di stampa di Pechino dopo la telefonata tra il consigliere diplomatico di Macron, Emmanuel Bonne, e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. I media cinesi avevano riportato parole mai pronunciate dal consigliere di Macron che avevano addirittura spinto Pechino a ringraziare Parigi per aver espresso rispetto per la sovranità della Cina su Hong Kong.

Chi di dialogo con Pechino sono gli Stati Uniti, che valutano addirittura sanzioni, e i loro alleati. Il segretario di Stato Mike Pompeo e i ministri degli Esteri di Regno Unito, Australia e Canada hanno rilasciato un comunicato congiunto per dire che «la decisione della Cina è in diretto conflitto con suoi obblighi internazionali». Ma non è tutto. Gli Stati Uniti stanno pensando di cancellare i visti di migliaia di studenti cinesi che secondo l’amministrazione Trump hanno legami con l’esercito e l’intelligence di Pechino. Diversa la mossa di Londra: ieri il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha annunciato che se la legge entrasse in vigore, il Regno Unito estenderebbe i limiti (da sei mesi a dodici) per i possessori del passaporto British National Overseas a Hong Kong, che potranno viaggiare nel Paese senza visto per un anno, cercare lavoro o studiare e da lì costruirsi la strada per la futura cittadinanza britannica.

E in tutto questo, l’Italia? La maggioranza di governo è spaccata. Pd e Iv indicano nella mediazione europea la soluzione, mentre il M5s appare più vicino alle posizioni di Pechino. Ieri il pentastellato Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri del Senato, ha dichiarato all’Agi: «Fermi restando l’obbligo assoluto e universale di rispettare i diritti umani e civili, a Hong Kong come a Minneapolis, e la ferma condanna di qualsiasi forma violenta di protesta, ogni Paese sovrano ha il diritto e il dovere di garantire l’ordine pubblico e la stabilità sociale ed economica sul suo territorio». Una dichiarazione di segno opposto rispetto alle tante giunte del Pd, che chiedono il rispetto dei diritti umani e degli accordi internazionali. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio rimane in attesa dell’incontro con gli omologhi europei previsto oggi. Ma ieri ha parlato la viceministra degli Esteri in quota Pd, Marina Sereni, che ha sottolineato come Italia e Ue siano schierate «in difesa del fondamentale principio «Un Paese, due sistemi»» e dell’«elevato grado di autonomia assicurato a Hong Kong in base alla sua Legge Fondamentale e agli accordi internazionali in materia».

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