Che i francesi siano, in blocco, un popolo di spocchiosi antipatici è solo un volgare stereotipo. Peccato che nessuno lo abbia spiegato a Raymond Domenech, che invece nel ruolo del francese delle barzellette, quello che si alza in piedi e dice ogni volta una cosa stupida e inopportuna, ci si trova divinamente. L’ex ct transalpino ha un conto aperto con l’Italia dai mondiali del 2006, vinti da Fabio Cannavaro e compagni proprio a spese dei cugini d’Oltralpe. Ecco perché Domenech è stato costretto ad attaccarsi al caso. Al caso Atalanta, si intende. I ragazzi di Gasperini sono stati la vera rivelazione di questa anomala Champions League, arrivando a sfiorare la semifinale, sfumata a causa dei due gol realizzati dal Psg negli ultimi minuti di un match combattutissimo. Chiunque abbia visto la partita non ha potuto fare a meno di rendere onore alla compagine bergamasca. Chiunque, tranne Domenech, che ha twittato: «Bravo al Psg per questa bella emozione e grazie a Gasperini per i suoi cambi a fine partita. La leggenda che i tecnici italiani siano grandi dal punto di vista tattico stavolta resta una leggenda. Tuchel ha fatto meglio». L’analisi tattica del match dell’altra sera, in realtà, è presto fatta: la rosa dei francesi vale 801,45 milioni, quella dei nerazzurri 261,70. Con i suoi 36 milioni netti a stagione, Neymar guadagna quanto tutto il parco calciatori dell’Atalanta. Per comprare il campione brasiliano, pagato la bellezza di 222 milioni, servirebbero 13 Mario Pasalic: il centrocampista croato andato a segno a Lisbona è infatti costato «solo» 17 milioni.
Eccola qui, la chiave tattica della partita: qualsiasi risultato diverso dal 5-0 per i francesi dovrebbe essere interpretato come un campanello d’allarme, visti i valori teoricamente messi in campo dalle due formazioni, figurarsi una partita che i transalpini hanno seriamente rischiato di perdere.
Tutti elementi che Domenech, nell’ansia di maramaldeggiare sugli sconfitti, non ha ritenuto di dover considerare. Ma il personaggio è così. Sarà per questo che il suo palmares è più ricco di figuracce mediatiche che di trofei. Raymond Domenech è un po’ l’equivalente calcistico di Bernard-Henry Levy. Anche le idee, del resto, sono quelle: il padre, di origini catalane, è stato un convinto militante repubblicano e anti franchista. E lui non è da meno. A Les Inrockuptibles, nel 2012, dichiarò di votare «all’estrema sinistra». E all’intervistatore che gli chiedeva se fosse un sostenitore di Jean-Luc Mélenchon, rispose: «No, ancora più a sinistra, ma non vi dirò chi».
Non è stato tuttavia il suo animo rivoluzionario a fargli avere problemi con la giustizia: nel 1994 Domenech, allora commentatore calcistico per la tv francese, fu arrestato per bagarinaggio mentre cercava di vendere biglietti validi per la partita Corea del Sud-Bolivia dei Mondiali americani. Soprannominato «il macellaio» quando era giocatore del Lione (ma, giura lui, tutto nacque da uno scambio di persona), Domenech ha toccato il picco della sua carriera nel mondo del calcio tra il 2004 e il 2010, periodo in cui ha allenato la nazionale maggiore transalpina, guidandola in due campionati mondiali. Dal mondiale tedesco tornerà a casa con un secondo posto, dopo aver perso la finale con noi. Quello sudafricano risulterà essere invece una vera e propria catastrofe, con i francesi incapaci di superare la fase a gironi, dopo una serie di ammutinamenti e di bordate dallo spogliatoio («Sono da 12 anni in Nazionale e non ho mai vissuto questa situazione. Non sappiamo come metterci, come organizzarci. Non sappiamo che fare. Non abbiamo un modo di giocare, un’idea da seguire, un’identità», dichiarerà, già nelle qualificazioni, Thierry Henry). Dopo quello che i francesi chiamano le fiasco de Knysna, dal nome della città sudafricana in cui aveva il ritiro la selezione transalpina, Domenech lascerà al suo successore, Laurent Blanc, una nazionale balcanizzata, preda di fazioni e di tensioni etniche.
L’allenatore, in compenso, stava sulle balle a tutti, tanto che si dice che i veterani della squadra facessero a gara a chi riusciva a pronunciare meno il suo nome durante le interviste. Un sondaggio del dicembre 2010 vedrà Domenech ai primi posti nella classifica delle personalità ritenute più «fastidiose» dai francesi, al secondo posto assoluto tra gli sportivi, dopo Franck Ribéry.
Odiato dai giocatori, inviso ai tifosi, l’allenatore ha da sempre un rapporto conflittuale anche con i giornalisti. Colpa, forse, di Estelle Denis, la sua compagna, a cui prima del mondiale tedesco concesse un’intervista esclusiva in cui rivelò l’elenco dei convocati. Il sindacato dei giornalisti non la prese bene. Secondo l’ex giornalista de L’Equipe Bruno Godard, la bella Denis sarebbe anche entrata in intimità con alcune stelle del calcio francese, cosa che avrebbe poi influito sulle convocazioni del ct.
E se la gelosia non sembra un buon criterio per selezionare una nazionale, figuriamoci se lo è l’astrologia: patito degli astri, infatti, Domenech parrebbe avere un conto aperto con i giocatori dello Scorpione. Ma la sua vera bestia nera sono gli italiani. Il 9 agosto 2007, a un anno di distanza dalla finale di Berlino in cui gli soffiammo da sotto al naso la coppa del mondo, dichiarò che in una vecchia partita di molti anni prima tra Francia e Italia Under 21 gli azzurri avessero «comprato l’arbitro».
Sì, a quanto pare il problema con l’Italia di Domenech è davvero grosso. Fabio Grosso, per la precisione.
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