Prima ancora di studiare i dossier e i fascicoli e di accogliere dieci dirigenti del Mit, il neo ministro alle Infrastrutture, Paola De Micheli ha pensato di rilasciare un’intervista alla Stampa. In poco più di 5.000 battute la piddina commissaria straordinaria – con scarso esito – al terremoto ha smontato tutte le dichiarazioni e le idee del suo predecessore, Danilo Toninelli. Ha anche azzerato dalle fondamenta le idee sul tema cemento, rotaie e tutto ciò che comprenda un cantiere dei 5 stelle. Ha fatto sapere che la Tav si farà, ovviamente. Che è contraria alla mini-gronda, il progetto ideato dai grillini, per depotenziare e rallentare la Gronda, il bypass infrastrutturale a Nord di Genova. Non solo ha specificato che «ostacoli politici ai cantieri non ce ne saranno più». Una tomba calata sulle dichiarazioni di Luigi Di Maio e su tutti i rappresentanti governativi dei 5 stelle. Un modo chiarissimo e palese per tagliare le corde vocali alla parte giallo dell’esecutivo giallorosso.
Tanto che l’intervistatore chiede al ministro: «Non è un regalo alle ragioni della Lega?», riferendosi chiaramente al fatto che il partito di Matteo Salvini ha sostenuto durante l’esperienza governativa le stesse posizioni filo cantieristiche del Pd. D’altronde lo si era visto anche sul voto in Parlamento alle interrogazioni pro Tav. La risposta della De Micheli è diretta. «No, la Lega in quattordici mesi non ha risolto un problema». Certo. Se un ministro leghista avesse fatto le medesime dichiarazioni a mezzo stampa, Di Maio e tutti i 5 stelle sarebbero insorti, come nella realtà hanno sempre fatto, minacciando di far cadere il governo e ogni male possibile. Ieri invece da Di Maio in giù nessuno ha replicato alla De Micheli, la quale era sadicamente consapevole di stropicciare, sbatacchiare e prendere a schiaffi non più esponenti politici ma bambole di pezza che dove le metti stanno. Anche quando la De Micheli ha sbandierato il nome di Autostrade, il vessillo del grillismo, spiegando che non si parlerà mai di revoca ma al massimo di revisione delle concessioni. Perché al Pd interessa che i gestori investano di più per la tutela degli automobilisti e magari in futuro non facciano più cadere ponti con sopra 43 vetture e camion con relativi autisti e passeggeri. Anche di fronte a tale sfacciata esternazione che comunica alla famiglia Benetton che tutto è tornato a prima dell’agosto 2018, Di Maio non ha aperto bocca e nessun altro delle prime fila. Soltanto un deputato e un senatore 5 stelle genovesi sono insorti e hanno minacciato di non votare la fiducia ai giallorossi la prossima settimana. «Se intende differenziare la propria posizione da quella del M5s può benissimo farlo, accomodandosi fuori dal governo e andando all’opposizione immediatamente senza tergiversare», ha detto ieri Michele Giarrusso. Ma si tratta appunto di uno dei pochi dissidenti, il che conferma che la linea grillina è già supina al volere piddino e all’establishment che da anni circonda i dem. D’altronde che mai potrebbero fare oggi? Gridare che fanno cadere il governo e finire al voto per incassare il 5%, al massimo. Così, se tanto ci dà tanto, basterà aspettare qualche settimana perché la De Micheli apra il fascicolo delle trivelle e lo sbatta in faccia a Di Maio e magari lo costringa pure a farne un peana pubblico.
È chiaro che personalmente siamo sempre stati favorevoli ai cantieri. Non in senso assoluto, ma in relazione alla necessità di far ripartire una massa di investimenti che nel complesso vale oltre 60 miliardi, parte dei quali sono già stati finanziati e messi a bilancio dai precedenti governi. Il punto è un altro. La totale permeabilità del Movimento. Che un giorno di settembre si è svegliata già con la divisa da nuova casta. E tanto ha dimostrato rabbia e violenza (verbale) contro le lobby di potere, contro le multinazionali, contro i ricchi che piacciono al Pd, contro Capalbio come luogo metafisico, tanto nei prossimi mesi si dimostrerà zelante nell’accodarsi ai politici di sinistra. I quali però dallo loro hanno la forza del partito e la tradizione. Cosa che rischierà di lasciarli sempre e comunque in seconda fila.
Per il resto – e una volta compiuto l’atto dovuto di usare il bisturi sulla faccia dei grillini – Paola De Micheli aprirà i fascicoli e avvierà probabilmente l’iter degli incontri. Ieri, sempre nel corso dell’intervista ha tenuto a precisare che sulla scrivania di Toninelli c’era un fascicolo con ben 256 richieste d’incontro evidentemente mai evase. Quanto riuscirà a combinare effettivamente il neo ministro è tutta un’altra storia. La sua esperienza da commissario al terremoto al Centro Italia, dove è stato consegnato solo il 23% delle casette provvisorie richieste, è il suo biglietto da visita. Con tanto curriculum, vedremo. Mentre basterà aspettare il 20 settembre per raccogliere i frutti dell’apertura ad Austostrade, quando la controllante Atlantia (sempre dei Benetton) dovrà incontrare Fs e Delta per il futuro di Alitalia. Il dossier è formalmente in mano al collega grillino Stefano Patuanelli, ma stavolta le decisioni saranno prese dal Mit e soprattutto da Roberto Gultieri, il nuovo inquilino del Mef. Quali concessioni avranno i privati pur di prendersi una volta per tutte Alitalia?
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