Guido Vannucchi: «Così la Fiat diede Telettra ai francesi»
In mezzo Guido Vannucchi (Ansa)
L’ultimo direttore generale del gioiello tecnologico tricolore: «Fui richiamato dalla Svezia a Torino, dove mi dissero della vendita ad Alcatel. Gli Agnelli misero a posto i loro bilanci, ma per l’Italia fu una perdita grave».

C’è stato un tempo, dal dopoguerra fino a tutti gli anni Novanta, in cui l’Italia è stata un riferimento europeo nel campo manufatturiero delle telecomunicazioni. Prendiamo ad esempio il nome Telettra, nata nel 1946: oggi ai giovani forse non dice nulla, ma ha rappresentato, con la sua storia, un esempio di vera imprenditoria e di innovazione tecnologica nel panorama dell’Italia post bellica. L’iter Telettra si può dire parallelo all’avventura della divisione elettronica dell’Olivetti nel campo dell’informatica. In ambedue i casi è la Fiat a sancire (direttamente o indirettamente) la vendita all’estero di queste grandi realtà nazionali. Un film che, decenni dopo, avverrà ancora con Stellantis: stessi attori protagonisti (la famiglia Agnelli/Elkann, una classe politica che balbetta davanti alla cessione delle eccellenze industriali e i sindacati) e non protagonisti, ovvero i lavoratori del settore. A ricordare quelle parabole, simili a quella dell’automotive, è Guido Vannucchi, l’ultimo storico direttore generale Telettra, (chiamato poi in Rai come vice direttore generale per la transizione tecnologica al digitale), ora novantunenne.

Com’è nata e con che prodotti Telettra?

«Nell’ottobre del 1946, Telettra prende vita come società manifatturiera di apparati elettronici, grazie all’ingegner Virgilio Floriani, uno dei migliori imprenditori del dopoguerra. Sono anni che segnano una trasformazione epocale per l’Italia, che passa in breve tempo da un’economia prevalentemente agricola a una industriale. La missione che si poneva Telettra era quella di contribuire alla ricostruzione della disastrata rete di telecomunicazioni del Paese. La piccola azienda, stimolata da poche informazioni provenienti dai laboratori Bell negli Stati Uniti, progetta e sviluppa apparati di trasmissione elettronica, consentendo ai concessionari telefonici italiani di gestire la rete esistente, via via sempre più ampliata negli anni con nuovi e più moderni apparati».

Un’azienda che ha fatto rapidamente scuola.

«Agli inizi degli anni Sessanta Telettra compie un passo epocale per le sue dimensioni: seconda al mondo (dopo i Bell Labs) e prima in Europa, introduce nella rete italiana i primi sistemi telefonici in tecnica digitale (Pcm) per brevi distanze, moltiplicando per più di dieci volte la capacità dei cavi in zona urbana. Questa cultura dell’innovazione e dell’indipendenza dalle multinazionali era peraltro comune ad altre ditte manifatturiere e ai gestori telefonici dell’epoca».

Quali erano i punti di forza dell’azienda?

«Telettra investiva il 10% del fatturato in ricerca e sviluppo, credendo fortemente nella necessità di innovazione in un ambiente culturale in cui si diventava amici prima che colleghi. Si lavorava tutti con grande passione ed entusiasmo con l’idea di essere almeno pari se non superiori alle migliori ditte internazionali. Un altro punto di forza era una cultura manageriale ispirata alle migliori aziende americane, in particolare alla Hewlett-Packard. Floriani era convinto che la continuing education del personale, con corsi specialistici e manageriali fosse essenziale. Si iniziò presto anche una forte collaborazione con molte università italiane che ormai stavano chiudendo il gap di conoscenze in capo elettronico rispetto alle migliori università americane».

L’avventura di Telettra si lega anche a quella di Olivetti nel settore dei semiconduttori…

«Nel 1955, l’ingegner Virgilio Floriani, grazie ai suoi legami con i laboratori Bell, fonda un laboratorio italiano per la creazione di semiconduttori. Fu Olivetti a cercare Telettra per accelerare l’ingresso in questo campo, di grande interesse per entrambi. Dopo un incontro a Ivrea, nacque una società al 50% tra Olivetti e Telettra. La Società generale semiconduttori (Sgs), fondata nel 1957 da Olivetti e Telettra diviene nel tempo un’autonoma e importante società italiana di sviluppo di dispositivi elettronici. Nel 1968, la Sgs fu venduta da Olivetti all’Iri e Telettra era uscita nello stesso anno. Poi si fuse con l’azienda di semiconduttori francese Thomson formando la Sgs Thomson, poi STMicroelectronics. Quante persone in Italia sanno che StM ha registrato un fatturato di quasi 18 miliardi di dollari nel 2023, con il 25% di utile netto? Con un personale di 46.000 unità (di cui 12.500 in Italia) e 8.000 impegnati in ricerca e sviluppo? StM è una grande multinazionale, al 50% italiana e al 50% francese, con un’equa distribuzione dei poteri».

Olivetti che venne venduta «grazie» a Fiat agli americani…

«Nel 1964 viene varato il cosiddetto “gruppo di intervento” per intervenire con soluzioni alla crisi finanziaria di Olivetti. In tale gruppo era presente anche il mitico Vittorio Valletta della Fiat che sentenziò: “Bisogna estirpare questo neo dell’elettronica dall’Italia che richiede investimenti che noi non ci possiamo permettere”. E così si decise di vendere agli americani della General Electric».

Oltre che con Olivetti, la storia di Fiat si intreccia anche con quella di Telettra

«L’ingegner Floriani, nel 1968, aveva proposto a Fiat di entrare come socio di minoranza, al 35 %, confidando che il gruppo torinese potesse dare una mano di carattere “politico” all’ingresso Telettra nel ricco mercato della commutazione telefonica che stava passando dall’elettromeccanico all’elettronico. L’accordo prevedeva che la Fiat avrebbe dovuto rilevare la società al 100% a condizioni già pattuire in base al bilancio dell’anno in cui Floriani avesse deciso di lasciare l’azienda. Questo avvenne nel 1976».

Si arriva cosi al fatidico 1976 in cui Telettra diventa Fiat al 100%…

«Carlo De Benedetti, allora alla guida di Fiat dove rimase per tre mesi, nomina come ad di Telettra Simone Fubini, ex divisione elettronica Olivetti. Il personaggio fu confermato anche da Cesare Romiti quando tornò al timone di Fiat. Rivisto a posteriori, questo inserimento non fu per niente infelice per Telettra e quindi fummo fortunati perché il nuovo ad non era di cultura Fiat ma “olivettina”».

E poi per il sogno italiano della comunicazione arriva l’epilogo.

«Agli inizi del 1990, dopo una crescita consistente di Telettra cominciano in gran segreto le discussioni tra Alcatel e il corporate Fiat per la cessione dell’intera Telettra perché le cose per l’auto non andavano molto bene. La Telettra, che conservava la cultura del fondatore, era cresciuta dal 1960, anno della mia entrata, da 400 dipendenti a ben 9.000 persone, di cui 4.000 all’estero con 2.500 tra tecnici e laureati impegnati in ricerca e sviluppo. Eravamo diventati, cioè, una multinazionale di tutto rispetto con una forte presenza industriale in Spagna e il fatturato consolidato del gruppo Telettra in quell’anno era stato di 1.700 miliardi di lire dell’epoca. Era il periodo storico in cui Telettra aveva affrontato, attraverso un accordo con Rai, il tema dell’alta definizione televisiva in formato totalmente digitale. Nell’entusiasmo di una conferenza stampa organizzata da Romiti per propagandare i notevoli risultati raggiunti con la compressione dei segnali televisivi digitali, non mi resi conto che la presenza di Romiti serviva solo ad aumentare la valutazione di Telettra nella trattativa segreta con Alcatel».

E poi che successe?

«Ero a Stoccolma con l’ad di Telettra, Raffaele Palieri, artefice della costruzione del marketing in particolare per l’estero, quando venimmo invitati da una telefonata arrivata dalla sede della Fiat a tornare urgentemente con un aereo privato a Torino. Arriviamo in corso Marconi e veniamo ricevuti per pochi minuti con questa comunicazione: “Si è chiusa la trattativa con Alcatel per la completa cessione di Telettra ed una valutazione della società di 2.500 miliardi di lire”. Così si chiude la vicenda Telettra a controllo italiano anche se il contributo dei suoi uomini al nuovo gruppo francese fu notevole per molti anni. Ma il nome Telettra scomparve presto».

Come si spiega questa vendita?

«Romiti non ci aveva in antipatia, ma reputava che il core business di Fiat fossero solamente le auto. Con quella vendita Fiat mise a posto i suoi per un paio di anni i suoi bilanci, che erano abbastanza cattivi. Per il Paese fu una grave perdita. Io diedi le dimissioni perché ero contrario alla scelta. Se guardo l’intera vicenda con il senno di poi, non so se Telettra avrebbe in ogni caso resistito alla rivoluzione che investì in quel momento il mondo delle telecomunicazioni europee».

Che cosa insegnano queste vicende?

«La scomparsa dell’Italia industriale è un fenomeno di antica data e riguarda interi settori industriali dall’elettronica di consumo alla chimica, dalla meccanica di precisione alle grandi macchine elettriche. Telettra è stata sfortunata perché aveva delle sovrapposizioni con il gruppo Alcatel e alcune attività sono state sottratte per essere portate a Parigi, salvo poi ricredersi e ritrasferirle in Italia. In Italia non esistono più imprenditori che hanno il coraggio di rischiare in proprio. Una grandissima parte della responsabilità della progressiva disindustrializzazione italiana la porta la politica, anzi la partitocrazia che ha gestito l’Italia negli ultimi 40 anni. I politici italiani, quando hanno potuto prendere decisioni sulle aziende nazionali, le hanno quasi sempre sbagliate. O per miopia (l’assalto dei “Capitani coraggiosi” a Telecom), o per incapacità gestionali (Alitalia), o per debolezza di fronte a interessi esteri. In questo i politici non si sono comportati molto meglio dei loro amici imprenditori che hanno dismesso i gioielli del Paese per fare cassa (Fiat con Telettra), oppure per tirarsi fuori dai debiti (Pirelli con Telecom). Sono fortemente pessimista sul futuro del Paese perché recuperare una situazione così compromessa è impresa impossibile».

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