2019-01-14
La madre di Andrea Sempio, Daniela Ferrari (Ansa)
Daniela Ferrari è stata soccorsa ieri nella sua abitazione e trasferita al pronto soccorso di Vigevano. Era stata più volte interrogata in relazione allo scontrino del parcheggio che avrebbe fornito al figlio l’alibi per l’ora e il giorno in cui era stata uccisa Chiara Poggi.
Forse il segnale più inquietante era arrivato già un mese fa, quando aveva detto: «Neanche la morte mi fa paura sinceramente. Neanche quella. Forse sarebbe la cosa migliore per riposare».
A rileggere quelle parole di Daniela Ferrari, 66 anni, mamma di Andrea Sempio, dopo la corsa al Pronto soccorso di ieri e il ricovero d’urgenza «per eccesso nell’assunzione di farmaci», come conferma l’avvocato Liborio Cataliotti, assumono il tono di un disagio che probabilmente andava oltre la stanchezza e la preoccupazione. È una donna che da oltre un anno vive attraversata da una vicenda che ogni giorno la riporta al centro dell’attenzione. E quella di ieri non è la prima volta che ha comunicato segnali di cedimento.
Già il 28 aprile dello scorso anno, convocata dai carabinieri del Comando provinciale di Milano come testimone, avrebbe dovuto ricostruire la mattina del 13 agosto 2007, quella dell’omicidio di Chiara Poggi: orari, commissioni, il ticket del parcheggio. L’audizione si fermò dopo le prime domande. Daniela accusò un malore. Anche in quel caso arrivò un’ambulanza. Da allora l’inchiesta ha continuato a stringersi attorno alla famiglia Sempio. Il padre Giuseppe è finito indagato a Brescia per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Mentre a Pavia la Procura ha continuato a scavare negli intrecci familiari. Non solo quelli con il precedente pool difensivo e con i carabinieri dell’aliquota di polizia giudiziaria della Procura di Pavia che si erano occupati della prima inchiesta cannando completamente le trascrizioni delle intercettazioni. E nel fascicolo, con la discovery successiva all’avviso di chiusura delle indagini preliminari, sono finiti anche aspetti molto personali della vita di Sempio. Ma anche della vita della stessa Ferrari. E tutto questo mentre attorno alla vicenda la pressione mediatica diventava sempre più forte. Forse è per questo che, durante quell’intervista di un mese fa, Daniela Ferrari arrivò a pronunciare una frase che colpì tutti: «Dico la verità, io ci ho pensato. Se io dovessi fare una cosa del genere, cosa dicono? La mamma si è ammazzata perché sa che il figlio è colpevole». Parole che raccontavano soprattutto la paura di una sentenza pronunciata fuori dalle aule di giustizia. «Sai quanti messaggi mi sono già arrivati di gente che mi dice: “Ammazzati che è meglio”?». Meno di un mese dopo è arrivato il ricovero. L’avvocato Cataliotti ha fatto sapere che l’ultimo «bollettino medico» prevede che «rimarrà nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Vigevano quantomeno per la notte».
La donna, che non è in pericolo di vita, è stata sottoposta a una lavanda gastrica. La notizia del malore si è diffusa più o meno all’ora di pranzo: la donna è stata soccorsa da un’ambulanza e ricoverata d’urgenza «per un eccesso o diciamo overdose», spiega Cataliotti, «di assunzione di farmaci tranquillanti». Non è ancora chiaro se l’assunzione sia stata volontaria oppure no. Ma c’è una frase pronunciata dal legale che probabilmente aiuta a capire meglio il dramma personale che si consuma di pari passo con il caso giudiziario e mediatico: «È una testimone, non è indagata, ha il solo torto di avere il figlio sottoposto a questo procedimento», afferma Cataliotti, aggiungendo: «È un campanello di allarme che ci dice che è il momento per tutti di abbassare i toni». L’avvocato, intervistato da Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia su Canale 5, ha raccontato di aver ricevuto la comunicazione mentre era in Cassazione con la collega Angela Taccia, per un altro processo. «Come team difensivo», ha sottolineato, «ci siamo raccomandati che Andrea stia vicino alla mamma, la tranquillizzi e le dica che noi moltiplicheremo addirittura gli sforzi perché si dimentichi gli attacchi dei social, le lettere che riceve e le email». Delle tracce della condizione psicologica della Ferrari sono state annotate poco dopo la riapertura dell’inchiesta anche da Andrea su una Moleskine che gli è stata sequestrata: «Mamma in panico per la cosa di Stasi». Quello stesso taccuino sul quale scriveva dei suoi incubi «e», annotarono i carabinieri, «in alcuni si descriveva come un protagonista violento». Ma è in una intercettazione riportata negli atti che, parlando dello scontrino di Vigevano conservato da Andrea, Daniela Ferrari arrivava perfino a rimproverare se stessa: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino... gli ho rovinato la vita». Parole che restituiscono il senso di colpa e il peso con cui la donna sembrava vivere quegli sviluppi dell’indagine.
Ora i legali dei Sempio chiedono «un minimo di riserbo». E precisano che per la famiglia si tratta di una vicenda che «non attiene alle indagini in corso», ma esclusivamente «alla sfera personale e privata». Una sfera che, secondo Cataliotti e Angela Taccia, sarebbe stata già ampiamente violata nel corso degli ultimi mesi: «È stata calpestata abbastanza». Mentre il caso continua a occupare trasmissioni televisive, prime pagine e alimenta i social network, gli avvocati dei Sempio provano (anche loro mediaticamente) a tracciare un confine tra l’inchiesta e il dramma personale, «sapendo», affermano, «che comunque il riserbo sperato non ci sarà».
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Il cantante Olly (Ansa)
Stasera prima delle tre date per il cantante vincitore a Sanremo. Genoa e Samp pagano Marassi 58.000 euro a match: oggi chi salda?
Nella Concertopoli genovese scoppia il caso Olly. Il cantante stasera si esibirà nella prima delle tre date allo stadio Luigi Ferraris intitolate «Tutti a casa».Olly, al secolo Federico Olivieri, genovese doc e vincitore di Sanremo 2025 con Balorda nostalgia, torna in effetti a casa, nell’impianto dove, per anni, è andato a tifare la Sampdoria (la stessa squadra della sindaca Silvia Salis).
Nel capoluogo ligure c’è grande fibrillazione visto che la musica dal vivo torna al Ferraris dopo oltre vent’anni di assenza. Il gruppo genovese dei Buio Pesto si esibì nel 2003 e nel 2007 (totalizzando circa 16.000 spettatori complessivi). Qui si parla di 90.000 spettatori per le date del 18, 20 e 21 giugno.
A organizzare l’evento è la Rst events di cui ci stiamo occupando da due giorni, la società con un solo dipendente (assunto nel 2025), capace di conquistare 1,2 milioni di fatturato tra gennaio e ottobre dell’anno scorso e di vincere la gara per l’organizzazione del concerto di Capodanno dei Pinguini tattici nucleari in cambio di 736.000 euro di soldi pubblici.
Nel frattempo tale gara è stata giudicata irregolare dal Tribunale amministrativo regionale della Liguria, che ha ordinato di rifarla. Anche perché il bando prevedeva pure l’organizzazione di eventi analoghi nel triennio 2026-2028. Ma il Comune ha fatto ricorso contro la decisione e ha ottenuto dal Consiglio di Stato la sospensiva della decisione. I supremi giudici amministrativi entreranno nel merito solo a ottobre, ma nella loro ordinanza ci danno già una notizia: l’amministrazione, pur di non rifare subito la gara, ha «espressamente assunto l’impegno di non procedere medio tempore all’affidamento diretto dei servizi analoghi». Di fatto, la giunta si è privata della possibilità di organizzare eventi in modo celere.
Perché ha scelto di fare questo autogol? Voleva far passare la tre giorni di Olly evitando alla Rst di finire sotto esame mentre è impegnata nell’organizzazione dell’evento musicale dell’anno per la città?
E pensare che il vicesindaco Alessandro Terrile, interrogato dai consiglieri dell’opposizione, il 28 aprile scorso, era stato netto: «Né il concerto di Charlotte De Witte, quello che è stato fatto ad aprile, né il concerto di Olly allo stadio, che peraltro non è organizzato dal Comune, risultano organizzati dalla Rst events srl che è la aggiudicataria della procedura di gara del Capodanno 2020».
E, invece, come risulta chiaro dalle locandine di «Tutti a casa» e dalle interviste rilasciate in questi giorni dai politici della maggioranza a organizzare l’evento, patrocinato da Palazzo Tursi, è proprio la Rst amministrata da Alessandro Orlando. Che, come il vicesindaco Terrile e il consigliere comunale delegato agli eventi Lorenzo Garzarelli, non ha risposto alle nostre richieste di chiarimento, in particolare su quanto sia costato a Olly e alla Rst l’affitto stadio.
A tutti abbiamo fatto notare che Genoa e Sampdoria pagherebbero 2,2 milioni annui per la concessione dell’impianto per un costo-partita pari a circa 58.000 euro.
Anche Olly ha pagato 60.000 euro a data? E, se lo ha fatto, i soldi sono andati al Comune o alla Luigi Ferraris srl che gestisce la struttura per le società sportive?
Nessuna risposta. Riserbo assoluto.
Il sospetto è che lo stadio sia stato concesso gratuitamente o quasi in cambio di un robusto ritorno di immagine per l’amministrazione comunale.
Garzarelli, su Repubblica, ha usato il successo del triplo concerto di Olly per fare propaganda all’attività dell’amministrazione che punterebbe a «creare centri e spazi sociali di comunità in ogni quartiere» per «ricreare quel tessuto che è andato polverizzato negli anni». Quindi ha evidenziato come «per la riconquista del Ferraris sono serviti un anno di lavoro, una marea di permessi, tantissimi soldi e lo slancio “quasi incosciente” della squadra che ha allestito l’evento dei prossimi giorni, Magellano, Rst events, il Comune, ovviamente oltre al management dell’artista».
In sostanza se Olly è tornato a casa il merito è anche della giunta.
La sindaca Salis già nel 2025 aveva messo il cappello sull’evento con queste parole: «Riportare dopo 22 anni la grande musica al Ferraris è un sogno che si realizza. E per questo non posso che ringraziare Olly e tutto il suo staff per aver fortemente voluto questo evento, mostrando ancora una volta lo stretto legame che unisce Federico alla sua, alla nostra città».
La prima cittadina, nell’occasione, aveva già evidenziato la centralità della giunta per il raggiungimento dell’obiettivo: «Siamo consapevoli delle difficoltà che ci sono al momento per allestire un grande spettacolo come questo nel nostro stadio ed è il motivo per cui il Comune si è detto subito disponibile ad aiutare la produzione per quanto di sua competenza e possibilità».
L’evento viene promosso persino sul sito istituzionale Visit Genoa, con tanto di riferimento al sito di vendita dei biglietti. Uno spot per l’artista, ma anche per la città e, di conseguenza, per i suoi amministratori: «Olly ha scelto per la prima data, il prossimo 18 giugno 2026, lo stadio Luigi Ferraris di Genova che riapre eccezionalmente le sue porte alla musica proprio per Olly e la sua gente a 22 anni dall’ultimo concerto di Vasco Rossi» si legge sul sito. «L’evento “Tutti a casa”, già dal titolo, racconta del legame stretto di Federico con la sua città e le sue radici, della voglia di condividere con Genova l’energia, la potenza e il senso di condivisione che vengono sprigionate da un suo live».
Insomma tutta la maggioranza sta provando a sfruttare i tre concerti per avere un dividendo politico.
Questa vicenda poco trasparente ci ha fatto tornare alla mente l’inchiesta aperta dalla Procura di Pesaro sulla giunta dem guidata all’epoca dall’europarlamentare Matteo Ricci. L’indagine è partita investigando su alcune presunte irregolarità negli affidamenti diretti assicurati dal Comune a un paio di associazioni culturali non profit, per una cifra complessiva (600.000 euro) molto inferiore a quella che a Genova è stata stanziata per gli eventi musicali di cui abbiamo parlato in questi giorni. L’accusa per l’ex sindaco è stata inizialmente questa (successivamente si è aggravata): «Otteneva direttamente un’utilità non patrimoniale, attraverso la realizzazione, con modalità illegittime, di opere ed eventi pubblici del Comune di Pesaro di grande richiamo in grado di conferire una immagine di efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa e politica del sindaco, così arrecando al medesimo un rilevante beneficio in termini di accresciuta popolarità e consenso».
Per provare ad avere le delucidazioni che la politica non ci ha dato, ieri abbiamo contattato l’amministratore della Rst, Orlando, ma anche lui ha evitato di rispondere alle nostre domande.
«Sono in commissione vigilanza allo stadio Marassi, quindi sono messo malissimo. Sarà una cosa lunga». Gli abbiamo spiegato che saremmo stati rapidi, ma lui ha ribadito: «Domani abbiamo la prima data. Sono molto impegnato sino al 22». Allora gli abbiamo annunciato che gli avremmo inviato le domande per messaggio e lui ci ha ringraziato. Salvo poi sparire.
La domanda più importante era, ovviamente, quella sul prezzo pagato da Olly per la concessione dello stadio.
Poi gli abbiamo chiesto lumi sulla gara di ottobre (quella sub iudice) e sulla struttura quasi fantasma della società di cui è titolare del 49 per cento delle quote.
I quesiti riguardavano quanto abbiamo scoperto spulciando i bilanci: nel 2024 la Rst ha dichiarato un fatturato da 1 milione e nessun dipendente. L’amministratore, Orlando, ha ricevuto un compenso di soli 15.000 euro. Nel 2025 è stato assunto un altro dei tre soci, Nicolò Sasso, detentore del 45 per cento delle quote.
Secondo il bilancio provvisorio del 2025 l’unico dipendente avrebbe un costo complessivo di 15.000 euro lordi per tutto l’anno.
In pratica le società che con la giunta Salis fanno incetta di affidamenti diretti e non, la Rst e la gemella Ops (di cui sono soci sempre Orlando e Sasso) hanno strutture così leggere che sono quasi invisibili.
La sede è condivisa con una ditta di sicurezza, non ci sono dipendenti e, sembra di capire, fanno tutto i due principali soci.
Che sono capaci di realizzare, però, fatturati milionari. Complimenti.
La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, dopo la pubblicazione delle nostre inchieste attacca: «Ieri criticavano i grandi eventi di Marco Bucci, oggi ci vanno a fare le sfilate. Ci ricordiamo bene quando l’allora segretario provinciale del Pd e consigliere regionale, Simone D’Angelo, commentava l’inizio del mandato della Salis parlando testualmente di "bilanci scritti dalla destra che investono risorse solo per i grandi eventi”, contrapposti a un fantomatico "bilancio di sinistra che pone priorità diverse.” Oggi gli esponenti del Pd, che un tempo storcevano il naso, presenziano e partecipano in massa ai tanti appuntamenti che la Salis organizza in città in maniera continuativa, spesso a colpi di eventi sotto i 140.000 euro, ossia sottosoglia. Quando fa comodo per un po’ di visibilità, la narrazione della sinistra cambia improvvisamente».
Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera più votata di Genova, in un comunicato diramato ieri, si concentra, invece, sulla vicenda dei posti «speciali» riservati dal Comune ai soli consiglieri di centrosinistra per il mega concerto organizzato in città da Radio dimensione suono: «Se confermato, il meccanismo di biglietti vip per la maggioranza sarebbe un comportamento inaccettabile su cui fare al più presto chiarezza, in ogni sede. Quello di domenica non era un evento privato della sindaca, nel quale ciascuno è libero di invitare chi desidera, ma una manifestazione realizzata con risorse pubbliche (e ci piacerebbe anche sapere quante). Quando si coinvolgono rappresentanti istituzionali, è doveroso farlo nel rispetto di tutti i cittadini che essi rappresentano, maggioranza e opposizione. Le risorse investite da Palazzo Tursi per organizzare eventi non sono un affare privato, non sono e non possono essere strumenti di promozione personale o di parte. Se questa maggioranza intende utilizzare le manifestazioni pubbliche per promuoversi, lo faccia almeno nel rispetto delle regole e dei ruoli istituzionali e soprattutto dia spiegazioni sulla gestione di quanto accaduto».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Imagoeconoica)
I pentastellati chiedono che l’ex plenipotenziario di Conte durante il Covid venga audito in commissione «senza alcun vincolo di testimonianza veritiera». Non bastavano lo scudo erariale e i controlli anticorruzione aggirati: arriva pure la licenza di dire bugie.
Chi ha avuto modo di partecipare a un processo sa che quando un testimone finisce davanti a un giudice, per essere interrogato, deve leggere ad alta voce una formula di rito in cui si impegna a dire tutta la verità e a non nascondere nulla, consapevole delle conseguenze penali di dichiarazioni mendaci.
Ma a quanto pare ci sono testimoni che possono dire il falso e anche omettere una parte della verità, senza per altro rischiare nulla. Vi state chiedendo a che cosa io mi riferisca? Mi spiego subito. Ieri mi ha colpito un comunicato dei componenti della commissione Covid in quota Fratelli d’Italia. Gli onorevoli, con una lunga nota, accusano i colleghi del Movimento 5 stelle di voler dare al testimone Domenico Arcuri, già plenipotenziario del governo Conte durante la pandemia, una specie di immunità testimoniale. In pratica, durante l’ufficio di presidenza della commissione, il gruppo pentastellato ha avanzato la richiesta che la prossima audizione di Arcuri, ovvero di colui che tra il 2020 e il 2021 ha gestito miliardi senza alcun obbligo di rendicontazione, avvenga senza l’obbligo di dire la verità.
Sì, non sto scherzando. Siccome la commissione d’inchiesta sulla pandemia ha le stesse prerogative della magistratura - e quindi chi mente rischia - gli onorevoli grillini, ormai orfani di Grillo e della bandiera della «trasparenza», vorrebbero che all’ex commissario fosse garantita una specie di patente che gli consenta, all’occorrenza, di mentire. O, detto in altre parole, ad Arcuri vorrebbero che fosse data la licenza di sparare balle.
Credo che non ci voglia molto a capire che più si va avanti e più la gestione della stagione Covid appare torbida, con molte verità che non si possono o si vogliono raccontare. Non soltanto abbiamo scoperto l’attivismo di alcuni consulenti legali, che in cambio delle proprie prestazioni chiedevano contropartite pesanti in termini percentuali, accreditando vere o finte vicinanze al presidente del Consiglio dell’epoca, Giuseppe Conte. Non solo abbiamo avuto notizia che i tamponi che avrebbero dovuto accertare la presenza del virus erano fallati e non in grado di garantire alcunché. Non basta aver appreso che miliardi di mascherine furono acquistate da società sconosciute e da aziende senza requisiti. Adesso si vorrebbe anche impedire che la commissione usi fino in fondo i propri poteri per accertare i fatti. In pratica, si vorrebbe consentire ad Arcuri di dire, se lo ritiene, il falso.
È evidente l’obiettivo: i componenti pentastellati puntano a far concludere i lavori della commissione con un nulla di fatto e, soprattutto, senza alcuna accusa nei confronti di chi ha gestito la pandemia, sia che fosse ai vertici della struttura commissariale, sia che avesse altri ruoli. È un gigantesco colpo di spugna, quello a cui si punta. Il Covid non è costato solo decine di migliaia di vite, è anche costato molti miliardi. E su tutto si vorrebbe far calare il sipario senza che nessuno sia chiamato a dare risposte.
La singolare richiesta dei 5 stelle si aggiunge alla deposizione del presidente dell’Anac, l’Agenzia nazionale anticorruzione. Giuseppe Busia, nominato dal governo Conte, davanti ai commissari ha praticamente ammesso di non aver fatto controlli sull’operato dell’organismo anti Covid perché, ha spiegato, ad Arcuri era stato garantito una specie di scudo erariale, divenuto nei fatti anche uno scudo nei confronti dell’Anac. Dunque, davanti a miliardi di spesa autorizzati con la massima urgenza per ragioni di salute nazionale, gli enti che avrebbero dovuto vigilare sono stati costretti a chiudere gli occhi. E adesso qualcuno vorrebbe persino che si chiudesse la bocca. Non ad Arcuri: il bavaglio lo dovremmo indossare noi, evitando di fare domande e pretendere risposte. Ovviamente veritiere.
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