Imane Khelif è ambasciatrice Unicef, ma l’Onu la sconfessa
Imane Khelif (Ansa)
Nazioni Unite in tilt: l’algerina ne è un’ambasciatrice, però pure la relatrice sugli abusi contro le donne dà ragione all’azzurra.


«Se vai in finale ai Giochi di Parigi vengo in tribuna a fare il tifo per te». Emmanuel Macron sembra sinceramente ammirato (è tutto in un video, davanti alle telecamere non può che essere così) nello stringere la mano della signorina con i capelli corti durante un incontro con il mondo degli sportivi algerini a Orano, nel corso di una visita di Stato del 2022. La ragazza, della quale viene inquadrata soprattutto la sfumatura alta sulla nuca, è Imane Khelif, l’atleta con i cromosomi maschili – intersex o iperandrogina che dir si voglia – protagonista dello scandalo della settimana. Due anni dopo non avrebbe potuto cominciare meglio il torneo di boxe per accontentare Monsieur le Président prendendo a pugni (due, il secondo micidiale) l’italiana Angela Carini nei 46 secondi passati alla storia dello sport, del genderfluid e anche dell’ipocrisia politica.

Ora la nebbia si dirada e alcune mosse diplomatiche del Cio appaiono meno cervellotiche. Con uno sponsor simile era difficile squalificare la pugile dall’ambigua identità sessuale, assurta a simbolo per l’intera comunità algerina e Lgbtq+ di Francia, battezzata personalmente dalla figura istituzionale più importante del Paese che ospita (e paga con almeno 6 miliardi dei 10 a budget) le Olimpiadi. E che dal primo giorno ha voluto consapevolmente trasformarle in un gay pride. Così il Cio si è premurato di esautorare l’Iba (International Boxe Association) che l’anno scorso ai mondiali di New Delhi aveva squalificato Khelif perché furono evidenziati «cromosomi maschili nell’organismo e un livello di testosterone non conforme alle gare femminili». Con la giustificazione che il presidente russo Umar Kremlev è amico di Vladimir Putin, fuori l’Iba e dentro un ente regolatore fatto in casa (Paris 2024 Boxing Unit), più morbido sui parametri dell’idoneità di genere anche per questioni diplomatiche.

Da qui la vicenda che rende Khelif un’intoccabile (l’apostrofo potrebbe essere considerato un refuso), anche perché nel frattempo lei è diventata ambasciatrice dell’Unicef per l’Algeria. Un’autorità a sua volta, con una carriera fuori dal ring che è una garanzia di superiorità morale. Parafrasando il titolo del film di Elio Petri, siamo davanti a una cittadina al di sopra di ogni sospetto; un’occhiata al passaporto dove c’è scritto «female» e il mal di testa passa. Rimangono gli ematomi sulle avversarie per i pugni molto mascolini, ma non si può avere tutto dalla vita.

Dopo il match, ecco un elemento di corto circuito. Mentre il Cio tira diritto, il Coni fa il pesce in barile e il progressismo resiliente sdottora sulla regolarità di tutto ciò, la relatrice Onu sulla violenza contro le donne Reem Alsalem dà una lezione di sensibilità e di femminismo a Laura Boldrini e Monica Cirinnà, accusando con un post su X gli organizzatori «che hanno esposto le atlete a questa violenza». Ecco l’intervento della dirigente giordana in difesa di Angela Carini: «L’atleta italiana ha giustamente seguito il suo istinto e ha dato la priorità alla sua sicurezza fisica. Ma lei e le altre atlete non avrebbero dovuto essere esposte a questa violenza fisica e psicologica basata sul loro sesso». Un corto circuito fra Onu e Unicef, il segno di un malessere che attraversa la società mentre lo sport viene strumentalizzato dalla ferocia del politicamente corretto.

Alla narrazione del fenomeno Khelif è ovviamente funzionale anche il passato da favola sociale; non c’è sportivo che non ne abbia uno. Lei troppo povera per emergere nel villaggio di Tiaret, con il papà saldatore nel deserto del Sahara. Lei che litigava con i maschi giocando a calcio (sport considerato poco femminile in Algeria) ed era costretta difendersi anche a cazzotti. «Sono orgogliosa di essere stata capace di superare gli ostacoli della mia vita», dice oggi ricordando quel periodo. Da quelle scaramucce, ecco la vocazione per il pugilato. Non avendo i soldi per pagare l’autobus necessario per allenarsi nel paese vicino, Imane raccoglieva rottami da riciclare per strada mentre la mamma vendeva cous-cous al mercato. «Ho iniziato con niente e ora ho tutto». È perfetta per trasmettere orgoglio e speranza ai giovani come lei (ha 25 anni) sotto l’ombrello dell’Unicef. Restano, come un’ombra al seguito, il mistero sui cromosomi, il testosterone in eccesso, il diretto destro da Carlos Monzon. Ma provate voi a squalificarla oggi, in Francia.

Davanti a un esempio plastico dell’inclusione e del conformismo non era difficile sacrificare lo spirito olimpico. Ovviamente è stato fatto. Anche questo è doping, ma «buono». Alla luce di tutto ciò, Angela Carini era solo una vittima sacrificale e sacrificabile. La ragazza napoletana l’ha intuito, nel circuito pugilistico tutte conoscono il peso dei colpi di Imane Khelif. L’italiana avrebbe comunque perso, ha solo deciso di non farsi battere come un tamburo da sprovveduta. E con quelle frasi impossibili da equivocare («Dopo quel pugno non respiravo più. Non è giusto. Dovevo salvaguardare la mia incolumità. Per me questa non è una sconfitta»), ha gettato il sasso nello stagno.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ieri ha ammesso di avere «protestato, chiesto chiarimenti in anticipo, e Angela era a conoscenza del nostro prodigarci. Ma di fronte alle rassicurazioni della commissione preposta non si poteva andare oltre. Ora vediamo cosa fanno gli altri». Il torneo di boxe va avanti ed è tutt’altro che scontato che l’intoccabile Khelif lo vinca. Qualche volta è successo, in altre occasioni è stata fermata da un pugno vagante o da un arbitro. Meglio non esagerare, i simboli sono da podio anche quando non ci salgono. E poi dipende dagli impegni di Macron il giorno della finale.

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