«Il mio vino selvaggio come Pantelleria. Ma che fatica fare l’attrice contadina»
L’artista francese Carole Bouquet,: «Ho acquistato una piccola casa sull’isola che non aveva l’elettricità. Ma oggi produciamo 5.000 bottiglie».

Coerentemente con l’indole che la contraddistingue, solare e tempestosa, un giorno, Carole Bouquet, conquistata dal fascino selvaggio della natura dell’isola di Pantelleria, al centro del Mediterraneo, ha deciso, con pervicacia, di fare un vino tutto suo. Si è rimboccata le maniche. E impuntata. Ha superato numerosi ostacoli, ma c’è riuscita. Con risultati lusinghieri convalidati dall’esigente milieu della critica enologica. Il suo «Sangue d’oro», un passito di Pantelleria di notevole longevità, prodotto da uve di moscato di Alessandria, comunemente conosciuto come Zibibbo, ha ottenuto 91 punti dalla prestigiosa Wine Spectator e vari altri riconoscimenti, come l’inserimento dell’etichetta tra i 107 migliori vini italiani nella rassegna «Opera wine», all’edizione 2018 del Vinitaly.

Così il riscontro sulla personalità dell’attrice e modella francese, nata nell’agosto 1957 nell’aristocratico centro francese di Neuilly-sur-Seine, ai confini con Parigi, con un portfolio di 47 film, da quello d’esordio con Louis Buñuel Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977) ai numerosi realizzati anche in Italia, come Bingo Bongo di Pasquale Festa Campanile, a fianco di Celentano (1982), Mystère di Carlo Vanzina, dell’83, Donne con le gonne di Francesco Nuti, del 1991, trova espressione anche in un vino fortemente desiderato. Inevitabilmente, chi la vede nella sua vigna in contrada Serraglio a Pantelleria (Trapani), la associa con Melina, la ragazza con la balestra decisa a vendicare l’assassinio dei genitori interpretata in 007 – Solo per i tuoi occhi (1981), a fianco di Roger Moore in un paesaggio marino.

Impossibile dimenticare anche il suo ruolo di testimonial per lo Chanel numero 5, raggi di sole e venti di tempesta in pochi secondi. Ha due figli, Louis e Dimitri, quest’ultimo marito di Charlotte Casiraghi, secondogenita della principessa Carolina di Monaco e di Stefano Casiraghi. Oggi, il suo compagno di vita è Philippe Sereys de Rothschild (classe 1963), figlio della baronessa Philippine de Rothschild e dell’attore Jacques Sereys e dunque discendente della nota famiglia dei Rothschild, anche lui produttore di vini.

Carole, perché ha scelto di dar forma al suo sogno in Italia e non in Francia, un Paese che, come il nostro, sul vino, dice sempre la sua?

«Non avevo mai pensato di fare un vino. Da anni andavo in vacanza a Pantelleria, prendendo case in affitto. Un giorno ero nell’isola e, per andare a nuotare, mi portavo nella valle della Ghirlanda. Ho visto una piccolissima casa con un ettaro di vite, sulla montagna, in alto. Poi ho parlato con Gabriella Giuntoli, l’architetto che ha progettato la casa di Armani e fatto di tutto per convincere i panteschi a salvare il tesoro dei dammusi. Mi disse che lì non c’era l’elettricità. L’anno dopo, senza dir niente a nessuno, ho acquistato dal signor Nunzio Gorgone quella casa con il vigneto. Volevo un pezzo di terra in Italia che fosse solo mio, ma anche un vino tutto mio. Ho sistemato la casa. La vigna di Nunzio era tenuta bene e poi si sono aggiunti altri pezzettini, qua e là. All’inizio abbiamo usato un gruppo elettrogeno, ma ora l’elettricità c’è da otto anni».

Ha incontrato difficoltà?

«Volevo cercare un enologo, pensavo a Tachis e a Donato Lanati. Tutti mi dicevano: “Non risponderanno”».

E invece?

«Cerco il numero nell’elenco telefonico e chiamo Lanati, che mi dice: «Certo!». Mi ha fatto un regalo meraviglioso. Ma dovevo trovare una cantina, ce n’era una con il silos che andava bene, ma mi dissero “lei qui non mette piede” e allora mi sono arrabbiata come una bambina di cinque anni dicendo “allora me ne vado!”. Poi ho trovato una vecchia cantina vicino a casa mia, erano rimaste due pietre, ma avevo il diritto per ricostruirla e così siamo riusciti a vinificare, nel 2000, il primo Sangue d’oro, che allora non aveva ancora il nome…».

Perché ha deciso di chiamarlo così?

«Il nome mi è venuto in un secondo momento. Sangue perché è il sangue di questa terra vulcanica, frutto di un lavoro eroico. E d’oro perché è il colore di questo vino e della luce di Pantelleria. La difficoltà nel produrlo e la sua bellezza insomma. Con me lavora il nipote di Nunzio, Michael, che ha trent’anni e si occupa della cantina. Considero un miracolo che sia rimasto a Pantelleria per occuparsi della mia terra».

I giovani non vogliono più continuare il lavoro dei padri nei vigneti dell’isola?

«In 30 anni si è perso l’80 per cento delle viti. E, purtroppo, quando, nel caso non si faccia vino, l’uva è venduta, il prezzo è ridicolo. Non è come in Francia che i piccoli si mettono insieme e dicono: il prezzo è questo. I grandi produttori fuori Pantelleria lo comprano a un prezzo troppo basso e qui, tanti non possono più vivere. Non fa parte della cultura siciliana mettersi insieme. Piuttosto ci rimettono».

Com’è stato l’incontro con il grande enologo Donato Lanati?

«È stato fantastico. Ad Alessandria ha un laboratorio che è più grande della dogana dei vini della Francia. Ho portato con me Nunzio. Donato gli ha detto: “Tu della tua terra ne sai più di me, io mi occuperò delle analisi”. È nel suo carattere, ha una sapienza allucinante. Ed è sempre lì che mi protegge, mi segue, mi dà consigli, lavora per noi».

Non con le parole del sommelier, ma con quelle della sua anima, come descriverebbe profumi e palato del Sangue d’Oro?

«L’odore è quello dell’Oriente. Siamo in Italia, i profumi sono importantissimi nella mia vita. Quando metto il mio naso nel passito sono a Pantelleria, nel sud, ho l’impressione di essere a Noto, a Siracusa, persino a Roma. E il colore è quello, che adoro, della pittura medievale fiorentina, con questa luce e questo sole. Se guardi le Madonne di Botticelli in Belgio sono grigie perché il clima fuori dalla finestra è grigio. Al palato è di una tale bontà… Io non amo le cose troppo dolci… I vini dolci li preferisco sempre prima delle cene e dei pranzi, altrimenti, quando si arriva ai dolci, si aggiunge dolce al dolce. Si può bere benissimo come aperitivo e poi passare a un rosso. Ha un buon equilibrio tra acidità e dolcezza, lascia il palato pulito, non troppo dolce».

Vino da aperitivo e meditazione. E come accompagnamento, in versione italiana e francese?

«Con un po’ di gorgonzola o del Parmigiano e, come formaggi francesi, Le Roquefort, Le Bleu, Le Comtè. Ma funziona da Dio anche su tutti i crostacei. Certo, va bene anche con il cioccolato. Anche in Francia si sta cercando di far capire che i vini dolci sono ottimi anche come aperitivo, ed è un viaggio. Il vino è sempre un viaggio e il mio è verso il sole, il sud e il Mediterraneo».

Se si pensa, poi, alla fatica di produrlo…

«Fare il passito di Pantelleria è un lavoro pazzesco. Ci vogliono tre vendemmie, il caldo può sfiorare i 50 gradi. Tutto avviene a mano, le donne lo sgrappolano in salotto e non in cucina, affinché non prenda cattivi odori, chicco per chicco, che vanno nel silos».

Fino a qualche tempo fa, al Sangue d’Oro affiancava un altro passito.

«Ora abbiamo cambiato politica. L’altro era un passito semplice per la Gdo. Troppo difficile per la gente distinguerlo con uno Château. E poi i costi sono aumentati, è aumentata la luce. Basta Gdo, non ha senso fare di più. È anche complicato spedirlo. Devo mandare tutto a Milano con nave e camion. Il distributore è Campari».

Dove si può trovare?

«Enoteche e ristoranti».

Numero di bottiglie previste, quest’anno?

«Cinquemila».

Esporta?

«Ormai quasi più. L’ho esportato senza difficoltà negli Stati Uniti, a Singapore… Forse in Francia, Belgio e Svizzera sarà più probabile. La gente mi vuole vedere e vorrei conoscere tutti i miei clienti, ma non sempre è possibile».

Anche perché i clienti vorrebbero vedere non solo la vigneron, ma anche l’attrice…

«Certamente le persone vogliono vedere di persona chi produce i vini».

Vini italiani e francesi che particolarmente ama?

«Almeno 20 anni fa era il Sassicaia. Ma anche i vini dell’Etna e quelli dell’Alto Adige. E poi i baroli. In Francia quelli di Borgogna, Bordeaux. Ma adesso non è più vero che preferisco un vino a un altro. Mi piace ascoltare i sommelier e conoscere vini che non conosco. Ora sono incuriosita da alcuni della Languedoc. Ma sono fortunata, perché vivo con un uomo che fa un vino fantastico e conosciutissimo, il Mouton Rothschild. Posso berlo a casa, sono viziata. Philippe lavora tutti i giorni con il vino, ed è a Bordeaux per la metà del suo tempo».

Ma quando è iniziata la sua storia d’amore con il vino?

«Non lo amavo per nulla fino a 21 anni, anzi lo odiavo. Poi mi hanno fatto bere uno dei grandi vini francesi e ho detto: “Ah, questo è il vino”».

Di quale vino si trattava?

«Haut-Brion, del principe di Lussemburgo. Anche lui deve essere dovunque a occuparsi del suo vino. La gente lo vuol vedere».

Oltre al vino, a Pantelleria, produce anche olio d’oliva.

«È solo per i regali di Natale, assieme ai capperi. Un anno l’abbiamo venduto tutto, ma non è il mio mestiere, io sono attrice».

Quanti mesi l’anno trascorre a Pantelleria?

«Dipende dal mio lavoro. Tre mesi sicuro, qualche volta di più».

A proposito, a cosa sta lavorando in questo momento?

«Stasera sono in teatro, a Parigi, per Bérénice, di Racine, una storia vera, tra Tito e Bérénice».

In quale teatro?

«Ha un nome italiano. “La Scala».

È stato scritto che Gerard Depardieu, con cui ha avuto una storia, facesse il vino con lei a Pantelleria…

«Non c’è niente di vero, tutte cose inventate».

Con lui tutto ok?

«Forse questo è fuori dall’intervista. Ma lo amo molto. Fra me e lui nessun problema».

Che ricordo ha del grande regista Louis Buñuel, che la volle per il suo film Quell’oscuro oggetto del desiderio?

«Ero talmente timida. Non osavo parlare con lui. Era come un sogno. Ero molto impressionata. Avevo 18 anni e lui 77».

Affinché una storia d’amore resista, è più pericoloso stare troppo vicini o troppo lontani?

«(ride) La risposta non ce l’ho e non so se mai l’avrò».

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