«La mia vita è stata uno di quei romanzi a cui la gente non crede più. È la storia di una bambina cresciuta in tempo di guerra assieme a sei fratelli nella povertà più assoluta. Papà girava il mondo in cerca di un impiego dopo l’altro per garantirci qualcosa da mangiare. Nel 1942, due giorni dopo la nascita di mio fratello, fu deportato dai tedeschi e messo ai lavori forzati; tornò a casa due anni dopo, ammalato. La mamma si occupava di una mucca, qualche capra, e di noi. Non so come fece, non avevamo neanche le scarpe da metterci».
Nel ritrarre con estrema lucidità la sua giovinezza, il racconto di Maria Bonomi, 81 anni, scorre spedito come una confessione. Interrotta, di tanto in tanto, da qualche breve pausa: niente a che vedere con una memoria tradita dal progressivo dissolversi dei ricordi; semmai, scandita dal decoroso imbarazzo di chi non è avvezzo a trasformare le vicissitudini personali in un’esibizione del dramma.
Eppure, le origini umili hanno lasciato una traccia indelebile nell’esistenza dell’ex sindacalista di origini bresciane, oggi presidente dell’Auser di Borgomanero (Novara). Trentasette anni in fabbrica, da sempre impegnata nel volontariato, nel 2014 è stata nominata Cavaliere del lavoro per l’instancabile attività sociale dai sindaci di Borgomanero e Gozzano, dove attualmente risiede.
Il suo capolavoro, se così si può dire, è la fondazione di un ambulatorio polispecialistico che da cinque anni offre visite mediche gratuite a chi non ha le disponibilità economiche per sostenerle. Un’iniziativa resa possibile grazie alla collaborazione di Sergio Cavallaro, direttore sanitario, e di 23 specialisti in pensione (quattro dei quali sono ex primari) che ogni giorno dedicano parte del loro tempo ai meno fortunati.
«Oggi vengono da tutta Italia per conoscere il progetto», afferma con orgoglio Maria. «Dopo il nostro, sono sorti nuovi ambulatori a Pisa, Catanzaro, Vercelli. Altri stanno per nascere. Seminare è la cosa più importante».
Siete operativi dal 2014. Perché si è iniziato a parlare di voi solo recentemente?
«Merito del nostro presidente nazionale Auser che l’anno scorso, quando venne a visitare la sede, vedendo l’ambulatorio rimase esterrefatto. Tornato a Roma, si mise in contatto con la Rai e da lì nacque l’interessamento: televisioni, giornali, ecc.».
È stato difficile coinvolgere 24 specialisti?
«No, e non ce l’aspettavamo. L’Italia è ancora un paese solidale, paragonato a tanti altri. Chi è arrivato per conoscenza, chi ha sentito parlare di noi… Sono come gli angeli. Uno di loro, purtroppo, ci ha lasciato: Piero Sacchi, aveva 82 anni. Gli abbiamo dedicato l’ambulatorio».
Qual era la sua specializzazione?
«Primario cardiologo. La malattia lo aveva costretto sulla sedia a rotelle, ma fino all’ultimo ha prestato servizio. È stato il mio medico di famiglia per 44 anni. I miei figli, quando lo vedevano, gli saltavano in braccio; il giorno in cui è mancato, hanno pianto come se se ne fosse andata una parte di loro».
Un esempio di grande abnegazione. C’è qualche storia particolare dietro all’adesione di qualche medico?
«Vengono perché hanno capito che c’è tanta povertà. Sanno di avere avuto tanto dalla vita e vogliono dare qualcosa indietro. Il volontariato è una questione di sensibilità. Una scelta di vita».
Che relazioni si instaurano tra medici e pazienti?
«Un rapporto molto umano, fatto di dialogo. Il medico entra nel cuore del paziente, che per sdebitarsi magari arriva con la bottiglia di vino o con una scatola di cioccolatini. Finalmente, qualcuno sta a sentire gli ultimi. Ecco: il partito del saper ascoltare, questo servirebbe all’Italia oggi».
Coprite ogni tipo di visita?
«Certo. Dalla chirurgia alla psichiatria. Abbiamo tutte le attrezzature per il cuore, per la ginecologia e l’ortopedia; da poco abbiamo comprato un ecografo. Ci manca solo l’oculista: nonostante i diversi appelli, ancora non siamo riusciti a trovarlo».
Quali sono i requisiti per poter accedere all’ambulatorio?
«Per la visita dall’odontotecnico (che, essendo troppo costosa, copriamo noi pur avendo degli sconti), bisogna passare attraverso i servizi sociali con la certificazione Isee. Negli altri casi, accettiamo chiunque si presenti. È capitato di accorgerci di avere aiutato qualche furbetto, ma sono pochi per fortuna».
Con l’approvazione del Piano per la gestione delle liste d’attesa varato dal ministro della Salute, Giulia Grillo, si è parlato molto di tempistiche. Quali sono le vostre?
«Una settimana, 15 giorni al massimo. Ogni medico visita in due fasce orarie giornaliere, prendendo in carico 7-8 pazienti a prestazione. Ovviamente, abbiamo numeri contenuti, altrimenti non ce la faremmo».
Vi siete mai trovati nella condizione di dover dire di no?
«Solo per le visite dentistiche che, come spiegavo, non possiamo offrire a tutti».
In che modo riuscite a sostenere i costi che un’attività ambulatoriale comporta?
«Grazie alle donazioni dei privati e alle convenzioni con il Consorzio per il trasporto dei pazienti: i nostri autisti, nel 2018, hanno percorso oltre 300.000 chilometri per accompagnare i poveri negli ospedali delle varie città d’Italia. Inoltre, abbiamo vinto dei bandi: l’ultimo, regionale, ha portato nelle nostre casse 50.000 euro».
Le prestazioni effettuate nel 2017 sono oltre 1.500. Può fornire un dato per il 2018?
«Abbiamo superato le 2.000 visite».
Un numero che vi fa onore, ma che non è incoraggiante per il Paese.
«Significa che qualcosa non va. Non dovremmo essere noi a sopperire alle mancanze della sanità pubblica».
A proposito: il vostro modello ha suscitato un qualche interesse da parte del ministero della Sanità?
«L’unico a interessarsi è stato l’assessore alla Sanità della regione Piemonte, Antonino Saitta. Per il resto: silenzio».
Come se lo spiega?
«Chi sta al governo conosce i numeri, ma non conosce i poveri. Bisogna guardarli in faccia. Noi abbiamo scelto di non attaccarci ai partiti, non voglio che entrino anche qui: verrebbero solo a cercare voti, come hanno fatto con gli stranieri che arrivavano e che qualche politico si è preso per usarli in occasione delle primarie o delle elezioni. Io ho fatto la sindacalista per 30 anni, sono di sinistra, ma so distinguere il bene dal male».
Che intende dire?
«L’attuale sindaco di Borgomanero, Sergio Bossi, è del centrodestra. Beh, mi creda, abbiamo ricevuto molto più aiuto da lui che dal centrosinistra. Non posso che ringraziarlo».
È delusa da questa sinistra?
«Guardi… Renzi lo avevo votato, ma non pensavo che ci avrebbe ridotto così. Certo, i giornali non gli hanno mai fatto sconti».
Riguardo all’arresto dei genitori dell’ex premier, che idea si è fatta?
«Se è tutto vero, mi vergogno per loro. Però, senta, a me i carabinieri non vengono mica a cercare per arrestarmi. Sono stata abbastanza chiara?».
Chiarissima. Vede una figura in grado di risollevare il Pd? Carlo Calenda vorrebbe essere il nuovo profeta anti Salvini.
«Mah… è una brava persona, anche intelligente, ma per riformare la sinistra ci vorrebbe un uomo di sinistra».
Tralasciando la politica… Lei ha raccontato di essere nata in una famiglia povera. A tratti, però, sembra quasi che lo viva come un difetto. Senza quelle origini, forse oggi non sarebbe la persona che è.
«Vero. La miseria mi ha migliorata. I ragazzi di oggi non sono mai contenti perché non la conoscono. Pensi che, da bambina, non avevo mai visto un paletot e ignoravo cosa fosse il prosciutto. Mi era capitato di mangiare qualche pezzettino di salame, perché ammazzavamo il maiale, ma erano pezzettini che se ti cadevano sul piede ti rovinavano».
Ricorda quanti anni aveva quando assaggiò il prosciutto per la prima volta?
«Sedici. Dalla Lombardia ci eravamo trasferiti in Piemonte, mio papà aveva trovato una casa dietro al Santuario del Santissimo crocifisso di Boca. Quando il rettore me lo diede, sentii quel sapore e pensai: “Mamma mia, la gente ricca ha il prosciutto!”».
Che sensazione fu?
«Eccezionale. Pensai che quel sapore avrebbe dovuto essere di tutti. Oggi lo mangiano anche i cani, ma all’epoca per me era una festa. Quando andavo in fabbrica, mia mamma mi preparava tre michette con la bologna. È rimasta il mio salume preferito».
A che età incominciò a lavorare?
«Ero una bambina, avevo 12 anni. Andai a vivere con una famiglia di Milano, facevo la serva e curavo i figli. La sera, nel letto, piangevo perché mi mancava la mamma. Ma riuscivo a mandare un po’ di soldi ai miei: prendevo 3.000 lire al mese. Una volta, avevo bisogno di un paio di scarpe e la signora mi accompagnò a comperarle. Quel mese non potei spedire il denaro a casa. Mi sentii in colpa».
Sembra davvero un altro mondo. I suoi figli cosa pensano di tutto quello che ha fatto?
«Mia figlia sostiene che dia troppo. “Devi sperare di non avere mai bisogno”, le rispondo. Il figlio, invece, mi dice: “Siamo orgogliosi di te non per le onorificenze che hai ricevuto, ma per ciò che hai fatto e per il ricordo che ci lascerai”».
Senta, mi racconta cosa si prova a ricevere il Cavalierato della Repubblica?
«Una fifa della Madonna! Ricevetti una telefonata dei Carabinieri. Pensai: “Avrò parcheggiato male la macchina come faccio sempre”. Dissi al maresciallo: “Che ho combinato?”. Lui elencò alcune cose che avevo fatto e mi chiese se quella fosse la mia vita. Qualche mese più tardi, ero a Novara alla presenza del prefetto: una poveraccia cresciuta in mezzo alle capre che ha la quinta elementare e, per andare a scuola, faceva 8 chilometri a piedi su e giù per la montagna. Ma non mi faccio chiamare Cavaliere da nessuno, sa? Io sono Maria. Punto e basta».
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