Il mercato per la sinistra: vendersi
Antonio Panzeri (Imagoeconomica)

Grottesco tentativo del Pd di fuggire dall’inchiesta. Qui non c’è una mela marcia ma un intero sistema. Ed è difficile cancellare l’impressione che per molti in Europa fare politica voglia dire solo difendere interessi particolari. Dietro adeguati pagamenti 750.000 euro a casa di Eva Kaili. I giudici: consegnate moglie e figlia di Antonio Panzeri al Belgio.

«Io Antonio Panzeri lo conosco bene, anche se non lo vedo da tempo. È un tipo prudente, che prima di fare un qualsiasi passo azzardato ci pensa due volte. Se quindi ha fatto ciò di cui lo accusano vuol dire una sola cosa: che quello è il sistema». A parlare è un ex dirigente della Cgil, che ha frequentato a lungo l’europarlamentare arrestato nei giorni scorsi a Bruxelles negli anni del comune lavoro nel sindacato. Certo, è l’opinione di un esterno, che però sa molto bene quali sono i meccanismi in vigore dentro le grandi confederazioni e anche dentro i partiti. In altre parole, è a conoscenza delle pressioni che si esercitano sulla politica e anche delle connivenze che si annidano nelle istituzioni, e per questo chiarisce: Panzeri è solo la punta dell’iceberg, un mariuolo che come 30 anni fa Mario Chiesa rischia di aprire uno squarcio nel sistema. L’arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio da parte di Antonio Di Pietro fu l’inizio di Mani pulite, perciò, se corrisponde al vero ciò che confida l’ex dirigente della Cgil, quello di Panzeri potrebbe scoperchiare una Tangentopoli europea. Con una sola differenza rispetto al 1992: ciò a cui stiamo assistendo ha per protagonista non la classe politica del pentapartito, ossia quel ceto moderato che per quasi 50 anni ha guidato l’Italia, ma la nomenklatura della sinistra, che negli ultimi 30 anni ha occupato ogni posto di potere nel nostro Paese, esportando il modello fino a Bruxelles.

In effetti, più della choccante scoperta di centinaia di migliaia di euro in contanti nascosti in casa, ciò che colpisce della vicenda che ha per protagonista l’ex segretario della Camera del Lavoro di Milano, ai tempi forse uno degli uomini più influenti della Cgil dopo Sergio Cofferati, è la ramificazione della lobby che al Parlamento europeo era pronta a mettersi al servizio di chiunque fosse disposto a pagare. Soldi a palate, scoperti a casa dell’ex dirigente sindacale ed ex europarlamentare; soldi stipati nella valigia che il padre della vicepresidente del Parlamento europeo cercava di far sparire prima che fosse troppo tardi; soldi nei sacchi, custoditi a casa di Eva Kaili, esponente del Pasok greco. Due nomi noti quello di Panzeri e dell’onorevole di Salonicco, ma attorno ai quali ne ruotano molti altri. L’inchiesta ha messo nel mirino diversi parlamentari e anche alcuni assistenti, i quali guarda caso provengono tutti dallo stesso ambiente, ovvero dalla sinistra e in particolare dal Pd o dai suoi cespugli. Articolo uno, Radicali, socialisti, sono queste le sigle che ricorrono, con addentellati italiani ed esteri. Colpisce dunque che di fronte a quello che appare uno scandalo tutto legato alla nomenklatura rossa, il Partito democratico faccia finta di non vedere o, peggio, di non conoscere i compagni che hanno sbagliato. Non alludo solo al silenzio imbarazzato di Enrico Letta, il quale fino all’altro ieri elogiava i successi di uno degli arrestati, e ora non riesce a spiccicare una parola. Né penso ad Andrea Orlando, che si è affrettato a cancellare i messaggi scambiati via Twitter con l’ex sindacalista fermato, sperando che il suo nome non venisse accostato a quello degli indagati. Neppure mi riferivo alla rapida presa di distanza di Federica Mogherini e di Emma Bonino, che quel mondo fatto di relazioni internazionali e Ong lo conoscono bene, al punto di far parte fino a ieri del comitato di Fight Impunity, la Onlus di Panzeri.

No, a colpirmi è stato domenica sera in tv l’intervento di Brando Benifei, capo delegazione del Pd a Bruxelles, il quale si è affrettato a scaricare l’ex compagno di partito dicendo che faceva parte di Articolo uno, quasi che il partitino guidato da Roberto Speranza non fosse una dependance di Largo del Nazareno. Panzeri è un uomo che è andato a scuola alle Frattocchie, il centro dove il Pci allevava i suoi dirigenti. Poi ha percorso la carriera che gli ha indicato il partito nella Cgil e conclusa quella sindacale ne ha intrapresa una in Parlamento. I Ds, della cui direzione faceva parte, lo candidarono a Bruxelles nella lista Uniti nell’Ulivo e nel 2009 il Pd lo riconfermò. In totale «Antonio chi?» ha ricoperto incarichi di rilievo con i compagni per circa 25 anni. Dunque, il tentativo di scaricarlo ora che è in manette è ipocrita.

Anzi, a essere sinceri fa pena il balbettio di chi finge di non conoscerlo o di conoscerlo appena. Panzeri era un boss del Pds prima e del Pd dopo, e tutti, dalla vecchia guardia con Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, a quella nuova lo conoscono bene. Ma ancor più meschino è il tentativo di fingere di non sapere che cosa succede a Bruxelles. Intorno al Parlamento europeo ruotano migliaia di interessi e con loro migliaia di lobbisti che li rappresentano. C’è chi ha fatto il conto scoprendo che per ogni onorevole ci sono 19 «affaristi» e molti di questi sono ex onorevoli, che una volta perso il seggio si sistemano, usando le loro conoscenze e il loro potere per tutelare interessi di terzi a pagamento. In totale sono 485 gli ex deputati di stanza in Belgio pronti a battersi per qualsiasi causa purché profumatamente retribuita. E quando interloquiscono con chi ha preso il loro posto certo non confidano solo nelle buone relazioni, ma il sospetto è che si affidino piuttosto ad argomenti più concreti, come quei pacchi di banconote rinvenuti a casa di Panzeri. Non so se la magistratura belga avrà il coraggio di scoperchiare il malaffare europeo o se preferirà fermarsi a un mariuolo. Di certo, chi ha occhi per leggere e orecchie per ascoltare sa come mai si moltiplicano le consulenze offerte agli ex onorevoli. Non è un sostegno a un’attività politica che non c’è più. C’è ben altro.

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