Il futuro dell’Occidente si decide nella grande guerra demografica
ANSA
Secondo l’Onu fino al 2050 la popolazione dell’Africa aumenterà al ritmo di 62 milioni di persone l’anno. Ma noi siamo come sopraffatti dall’attualità: nessuno è in grado di fare previsioni su quello che accadrà.

La quantità sopravanza la qualità. Il relativismo le ha aperto la porta e oggi dilaga nell’informazione, nei social network, nei blog; tutto e il contrario di tutto possono coesistere, verità o fake news. Stiamo assistendo al capovolgimento della supremazia della qualità rispetto alla quantità, di ciò che era l’idea-guida del meglio.

Boccaccio nel Decamerone affermò il diritto alla felicità senza attendere la beatitudine celeste, preferì la qualità esistenziale alla iper-quantità della vita eterna. La bussola e le prime armi da fuoco (Amalfi 1302, Siena 1303) posero nelle menti il principio di differenza. La cosa dirimente era la qualità, ciò che poteva fermare la quantità delle orde che dall’Est/Oriente/Levante minacciavano da sempre la cristianità/Occidente.

Ora il riaffacciarsi della potenza della quantità riguarda la demografia che spinge il nuovo esodo del mondo. Se l’invito della Bibbia, «crescete, moltiplicatevi e riempite la terra…» era una necessità per la stessa sopravvivenza delle comunità protostoriche, oggi è anche un diktat strategico per la concezione islamista e un tropismo consuetudinario per quella animista e tribale delle popolazioni subsahariane. L’Onu assicura che fino al 2050 l’Africa registrerà un incremento della popolazione pari a 62 milioni di persone all’anno. L’ominazione è salva!

Ogni rapporto sulla natalità in Italia verrà riscritto all’ennesima potenza quando l’avanguardia della migrazione si ricongiungerà con la famiglia d’origine o creerà la propria. Siamo come sopraffatti dall’attualità, nessuno ha il fegato di azzardare previsioni sul futuro del lavoro, per esempio di disegnare proiezioni sulla «disoccupazione tecnologica» ventura, che finora implicava concettualmente solo gli impieghi degli stanziali, ma che nei prossimi anni riguarderà soprattutto i lavori manuali, quindi le ipotesi (vaghissime) di impiego della nuova migrazione. Faremo in tempo a trovare alternative sociali senza agitare gli animi?

Anne Holt, autrice di bestseller per milioni di copie ed ex ministro della Giustizia norvegese, nel suo giallo La minaccia registra il disagio in cui è precipitato il Paese (in realtà l’intera Scandinavia è scontenta dei grandi numeri, delle enclavi e delle no-go zones, si è visto il risultato delle elezioni di settembre in Svezia) di fronte alle tensioni aperte dall’immigrazione soprattutto di fede islamica. «Era strano che la gente non capisse. Che non si rendesse conto del terribile esperimento che avevano accettato di compiere».

Tutti assistiamo questo «esperimento» (che tale non è) come a un evento irrimediabile, persino con una curiosità fatalistica che sulle prime animò anche un impulso all’accoglienza aperta.

Ma ora a fare la differenza è la quantità (il numero degli ingressi perlopiù irregolari), e di contro l’inadeguatezza delle contromisure da parte delle istituzioni, la mancanza di controllo, le regole lasse e infine il terrorismo che finora ha risparmiato il nostro Paese essendo la porta girevole della penetrazione in Europa. Tuttavia l’incremento della criminalità è nei fatti.

Le migrazioni sono un evento epocale, ma che finora ha avuto risposte istituzionali che hanno penalizzato soprattutto i ceti già indeboliti dalla crisi e i luoghi meno protetti, le periferie. Sono questi i barconi che affondano nel silenzio.

Pare che l’establishment consideri opportuno l’ingresso di un nuovo soggetto nella dialettica degli interessi, una nuova classe di ultimi forse per contenere le pretese dei penultimi. Una prossima guerra tra poveri.

È nota anche un’altra ipotesi, che accredita la tesi di uno stratagemma destabilizzante, cioè il presupposto classico nella letteratura di intelligence economica, per l’agio predatorio in un ambiente agiato ma critico. E proprio l’Italia è tra i Paesi più risparmiatori al mondo ma anche in perenne inquietudine. L’economista liberal Immanuel Wallerstein assicura che aprire le frontiere a una immigrazione indiscriminata è un ottimo espediente della strategia di «sovraccaricare un sistema» per accelerarne la disgregazione. (Dopo il liberismo, Jaca Book, 2017).

Non sarà facile che possa dispiegarsi una nuova tensione morale, come nell’epoca della ricostruzione postbellica, un significato in grado di raccogliere valori e interessi intorno a una nuova alleanza dei più, una «alleanza degli espropriati». Qualcosa di simile a quella che Claudio Napoleoni tentò di comporre negli anni Settanta nota come «patto dei produttori», tra imprenditori e lavoratori, un accordo che oggi non potrebbe non contenere anche i nuovi arrivi.

Non è facile, poiché la nostra storia contempla spesso l’ambiguità e il pietismo autoassolutorio (pensiamo a un impietoso Churchill che nel dopoguerra commentò così la nostra disinvoltura morale: «Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani»). Infine perché la nostra è una nazione solo letteraria, le cui faglie profonde – prima che economiche – sono morali. Soprattutto ben poco si potrà contare sulle élite che si autodefiniscono «progressiste» visto che ciò che è progredito durante i loro esecutivi è stata la diseguaglianza, a differenza di quanto accaduto in altri Paesi dell’Unione. Per tutti quello che conta era ed è cavalcare la scena mediatica a costo di sfiancarsi in ogni forma di pantomima umanitaristica.

C’è puzza di falsa coscienza se dimentichiamo il particolare della nostra condizione: quella degli espropriati dalla crisi, del nuovo precariato. Ma la falsa coscienza ha sempre una finalità, quasi mai è un errore della ratio. Non per nulla la voce squillante del globalismo tace sul processo di pauperizzazione delle classi perdenti compreso il ceto medio, quella borghesia che Friedrich von Hayek identificava con la democrazia, e lo dissimula abbracciando una inedita vocazione alla pietas ospitaliera, ma con i soldi degli altri, cioè delle tasse di chi lavora.

Ma allora, se non ci sono pasti gratis, come recita l’essenza dell’economia rivelata alla regina Elisabetta I, bisognerà scegliere – come vuole la dea della necessità, Ananke, se dividere il nostro pane con i nostri figli o con i figli del mondo intero.

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