Il bancario con la missione di trasformare Leopardi nella rockstar della poesia
Mario Elisei scrive libri e tiene conferenze dedicate al maestro di Recanati: in tre mesi ha parlato davanti a 1.100 persone: «Lo restituisco alla gente».

Porta il Leopardi a fare un giro nella giungla della modernità. E ha un successo inatteso, come Roberto Benigni con Dante Alighieri, come Paolo Poli buonanima ebbe con Alessandro Manzoni. L’anno scorso, fra dialoghi e conferenze, ha accontentato 1.700 persone; quest’anno a marzo sono già 1.100 con proiezione stellare del grafico e una fila che preme. Merito del fascino ritrovato del signor conte, ma soprattutto della dedizione e del magistero di un funzionario di banca di Recanati, Mario Elisei, che ha 57 anni e una passione folle per il Grande Pessimista tanto da trasformarlo da romantico e arrovellato autore ottocentesco in una rockstar all’infinito.

«Forse dipende dal fatto che non mi sento una guida turistica, ma uno scrittore. Non spiego i luoghi, ma cerco di restituire l’anima di chi li ha frequentati e descritti con le sue immortali parole. Il successo di Giacomo Leopardi in questi anni è stupefacente, tutto il territorio recanatese ne trae beneficio». Recentemente il Sunday Times ha pubblicato un articolo in cui si consigliano i lettori a lasciar perdere la Toscana e visitare le Marche, definite «regione piena di segreti». E fra i motivi della deviazione c’è Recanati sulle orme di Leopardi, con le tappe, i luoghi, le suggestioni che proprio Elisei raccolse nel primo libro Il mio amico Leopardi, pubblicato nel 2014, vera e propria miccia di un incendio culturale che arde scoppiettando. E che gli ha permesso nel gennaio scorso di dare alle stampe Il no disperato (edizioni Liberilibri), un viaggio alle radici del pessimismo del grande poeta.

Italian Rhapsody, adesso il passero solitario ha una certa compagnia e intervistare Elisei non è proprio l’operazione più semplice; bisogna raggiungerlo al telefono in macchina sulla strada per Formia, dov’è atteso per l’ennesima conferenza. Il carnet è pieno e la seconda vita è pronta, lontano dallo sportello bancario. «Sto pensando di saltare il fosso, anche perché questa è una passione che nasce da una preoccupazione educativa. Attraverso Leopardi posso aiutare le persone ad affinare la coscienza». L’aspetto è decisivo perché ci fa capire quanto sia attuale, in una società dell’apparenza e della nuotata culturale in superficie, un autore così profondo.

«Leopardi ha una tale potenza evocativa da produrre l’effetto contrario rispetto a ciò che si propone di teorizzare. Aveva capito tutto Francesco De Sanctis:Leopardi non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende un desiderio inesausto. […] È scettico, e ti fa credente”».

Da quando aveva 16 anni, Elisei non ha un calo di passione. Lo chiamano nelle biblioteche, nelle scuole, ai Rotary, ai Lions; nella sala conferenze del centro culturale Giacomo Leopardi è un punto fermo. Ed è l’esempio più recente e cristallino di come la cultura italiana – anche se a fatica e con sacrifici personali – può provare a diventare business. La squadra è motivata e affiatata: la presidente del Centro leopardiano Milena Tacconi (nonché insegnante del liceo classico che a Recanati non poteva certo chiamarsi Carducci o Pascoli o Volta), sua moglie Stefania e suo fratello Roberto sono le guide turistiche, lui funge da baricentro culturale. Tutto torna. Casa Leopardi, il colle dell’Infinito (poesia che nel 2019 celebra il bicentenario), la casa di Silvia, la torre del Passero solitario, la torre del borgo, la chiesa dei cappuccini non hanno segreti. E i visitatori compiono un viaggio nel tempo, nello spazio e nella mente che neanche in un kolossal a tema.

Tutto cominciò grazie a libri e giornali. «Li portava a casa mio papà e li lasciava sempre sulla stessa sedia. Una volta arrivò con lo Zibaldone in due volumi: mio fratello e io li leggemmo in parallelo, uno lui e l’altro io. E fummo travolti da una passione crescente per un testo che non legge nessuno. Giocavamo a scacchi con in palio 500 lire e chi perdeva le doveva accantonare: con quel tesoretto comprammo tutto il resto. Poi mi inventai un tour leopardiano per gli amici e la cosa andò avanti sempre più approfondita fino a quando un editore, Itaca, non ha voluto pubblicare quei giri in Il mio amico Leopardi». Tre fattori hanno contribuito alla riscoperta del poeta più elitario, depresso e sublime della letteratura. Il film di Mario Martone, Il giovane favoloso, che ha innescato un ritorno clamoroso, con la moltiplicazione delle visite a Recanati. Un corposo investimento sulla cultura da parte dell’amministrazione. E un passaggio ritenuto fondamentale da Elisei: «Finalmente Leopardi è stato tolto dalle mani dei critici ed è stato restituito alla gente. Alle casalinghe, agli idraulici. Così ha ritrovato i suoi amici naturali. In fondo il mio scopo è far sì che la gente comune legga le poesie di Leopardi; dentro c’è una modernità profetica».

Lo spiega nel libro Il no disperato, dove riesce ad andare oltre il concetto accademico del pessimismo senza domani, della penombra senza lumi nei dintorni. «Lui è un grande pensatore della crisi. Ha lo stesso atteggiamento dei giovani d’oggi, è pervaso da quel nichilismo gaio in cui non vale la pena spendere la propria vita in nulla. Tutto è usa e getta, tutto è “solido nulla”. Sembra che lo smarrimento e la mancanza di un baricentro dei millennials coincidano con il suo pensiero. Leopardi è il primo a capire l’immensità della solitudine e a chiedere a voce alta: perché viviamo?».

Grazie a un bancario di genio, il conte Leopardi è uscito dalla biblioteca ed è tornato per strada. Passeggia, mette in fila versi annusando la primavera, ogni tanto saluta, ringiovanito per sempre. È un grande, forse il più grande. Diceva Gianni Brera che lo adorava, in un libro intervista: «Non ci vuole una cisterna di inchiostro per vincere il Nobel della letteratura. Vi mettete allo stesso tavolo tu e Leopardi. Tu hai il tuo calamaio, lui il suo. Lui intinge la penna e scrive L’infinito, tu lasci ai posteri le impronte digitali. Se fossi davanti a Leopardi starei lì a guardarlo lavorare. Era uno che faceva una fatica boia e mi divertirei a vederlo che scrive, cancella, corregge, straccia. Quando il signor conte ha finito il suo inchiostro gli passo anche il mio. Non si sa mai. Magari L’infinito va ai tempi supplementari». Meriterebbe almeno una maglietta con il suo volto a colori.

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