- In un anno creati 462.000 posti. Salgono gli inattivi tra i ragazzi ma papà e nonni sono gettonati. Un problema per la produttività.
- Inchiesta della Procura di Milano sulla multinazionale statunitense della logistica.
Lo speciale contiene due articoli.
L’occupazione a maggio, dopo tre mesi di crescita, registra un calo dello 0,1% rispetto al mese precedente: -17.000 unità. Lo comunica l’Istat. Nel confronto annuo, il numero è superiore comunque a quello di maggio 2023 del 2%, ovvero 462.000 posti di lavoro aggiuntivi. E il tasso di occupazione scende al 62,2% (-0,1 punti). Resta invece stabile l’asticella della disoccupazione al 6,8% mentre sale quello giovanile al 20,5% (+0,1 punti).
Il calo mensile del lavoro coinvolge i dipendenti a termine e gli autonomi, mentre prosegue la crescita dei contratti a tempo indeterminato che sfiorano i 16 milioni. In totale il numero degli occupati risulta pari a 23 milioni 954.000.
A maggio emerge anche che il lavoro femminile cresce più di quello maschile: le donne contano +11.000 occupate in un mese e +295.000 in un anno, gli uomini hanno qualche difficoltà in più: 27.000 occupati su base mensile e +167.000 su base annua.
«Dopo tre mesi di crescita record, assistiamo a una normalizzazione fisiologica. Ma continuano a crescere i contratti a tempo indeterminato, il lavoro femminile e l’occupazione dei 25-34enni», commenta il ministro del Lavoro, Marina Calderone, rimarcando «i dati positivi» e l’efficacia delle politiche del governo.
«La contenuta riduzione degli occupati non desta al momento particolari preoccupazioni», afferma l’ufficio studi di Confcommercio, secondo cui non vanno tuttavia sottovalutati «alcuni segnali di criticità», a partire dalla nuova riduzione degli autonomi.
Il Codacons richiama invece l’attenzione sull’ultima «raffica di rincari, che sta interessando il comparto turistico», e che potrebbe di nuovo «incidere negativamente sui bilanci familiari». La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa alla diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-4,4%, pari a -8.000 a unità) e all’aumento degli inattivi (+0,1%, pari a +18.000 unità).
Ed è proprio in questo specifico segmento del mercato che si assiste al fenomeno più significativo. Sale infatti il numero dei giovani che non lavorano e in molti casi non studiano. È il fenomeno che i sociologi chiamano «nè-nè». Niente studio e niente lavoro. Meglio il divano. Sono i ragazzi fra 15 e 24 anni che non svolgono alcuna occupazione. Non sui libri e nemmeno dietro la scrivania o in fabbrica. Nullafacenti. Rispetto a maggio dell’anno scorso sono aumentati di 75.000 unità superando la soglia di 4,3 milioni di individui. In rialzo (+26.000) nella fascia compresa tra 25 e 34 anni.
Con l’avanzare dell’età il numero delle persone che scelgono (o sono costrette) a non fare nulla diminuisce. Sono 116.000 in meno rispetto a un anno fa nell’insieme fra 35 e 49 anni. Anche le «pantere grigie» scelgono di restare al lavoro: nell’età compresa fra 50 e 64 anni gli individui che restano a casa sono diminuiti di 85.000
Guardando più in profondità si notano alcuni elementi d’interesse. Il personale più avanti con gli anni che resta al lavoro mentre i giovani non lo trovano (o forse neanche lo cercano) sono in realtà due facce della stessa medaglia. La matrice, infatti, è unica: la fame di specializzazione di cui soffrono le aziende coniugata con la difficoltà di trovare le figure adatte. Ed ecco perché, alla fine, le imprese cercano di tenersi il personale di maggior esperienza. Magari nella speranza che, nel frattempo, possa fare da maestro ai più giovani.
Secondo le indicazioni di Anpal e Unioncamere su 5,5 milioni di offerte di lavoro «attivate» lo scorso anno dalle imprese, come si dice in gergo, nel 45% dei casi è stato difficile riempire le posizioni, con tempi superiori ai quattro mesi. È una situazione paradossale: idealmente con solo un terzo di tutte le posizioni aperte lo scorso anno si sarebbe potuto risolvere il problema della disoccupazione in Italia.
Ed è anche controintuitiva rispetto a quello che insegna la teoria economica, secondo cui la domanda e l’offerta di lavoro riescono sempre a bilanciarsi grazie alla dinamica degli stipendi: se le imprese non trovano lavoratori basta che li aumentino per attrarli, al contrario se i lavoratori non trovano lavoro basta che siano disposti ad accettarne uno più basso. Ma nel mondo del lavoro reale questo non avviene, e non solo perché le cose sono molto più complicate dei modelli economici, ma anche perché esiste un disallineamento strutturale tra domanda e offerta di lavoro che dipende da fattori più qualitativi, difficili da spiegare solo con la teoria economica di base. Senza contare, molto spesso, le motivazioni di ordine personale di cui spesso il sindacato non coglie le ragioni. Semplicemente la voglia di lavorare e di sentirsi utili.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >