Se il Financial Times, ancor prima dell’annuncio dei nuovi dazi al 30% verso la Ue a partire dal 1° agosto, mercoledì aveva parlato esplicitamente di «dividendo della Brexit», da sabato possiamo parlare di «super dividendo».
Infatti l’ipotesi, basata su solide fonti, avanzata dal Ft , prevedeva che Bruxelles fosse pronta a firmare un accordo «quadro» temporaneo che fissava i dazi «reciproci» del presidente degli Stati Uniti al 10 per cento, eguagliando il dazio di base imposto al Regno Unito. Ma, con grande delusione per i negoziatori europei, alla Ue non sarebbe spettato lo stesso accesso al mercato statunitense dell’acciaio, delle auto e di altri prodotti britannici soggetti a dazi settoriali. A peggiorare il quadro, si è aggiunta anche la richiesta di dazi del 17% sui prodotti agroalimentari europei. Un diplomatico Ue ha confessato candidamente che «l’accordo con il Regno Unito è migliore del nostro, è una sorpresa, considerando quanto a lungo abbiamo negoziato». E si riferiva a un dazio base del 10%, figurarsi il 30% che è all’orizzonte.
Quando a inizio maggio il primo ministro Keir Starmer aveva chiuso, rapidamente e con grande anticipo rispetto a tutti gli altri Paesi, l’accordo con Donald Trump, da Bruxelles erano arrivate critiche all’eccessiva fretta di Londra, a cui si imputava un accordo penalizzante. I funzionari Ue contavano sulla possibilità di mettere sul piatto della trattativa ben altro potere negoziale.
Ma è andata diversamente. Secondo il Ft, i negoziatori dell’Ue sono stati criticati per il loro approccio durante i colloqui, sia dalle imprese sia da alcune capitali europee. Bernard Arnault, amministratore delegato di Lvmh, a maggio ha detto che il blocco è partito con il «piede sbagliato». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz la settimana scorsa ha detto che l’approccio della Commissione era «fin troppo complicato» e ha chiesto un accordo «rapido».
Merz ancora mercoledì sosteneva che i colloqui «non erano facili» date le richieste degli Stati Uniti, ma restava «cautamente ottimista» su una svolta, che non è arrivata. Va osservato che il Regno Unito, che ha un deficit commerciale con gli Stati Uniti, ha subito il dazio di base del 10%, senza riuscire a ridurlo. Tuttavia, Londra ha ottenuto termini migliori sui dazi «settoriali»: una quota annuale di 100.000 auto con un dazio del 10 per cento – uno sconto rispetto al 25 per cento applicato ad altri esportatori verso gli Stati Uniti – e un accordo a dazio zero su acciaio e alluminio. I negoziatori britannici hanno anche ottenuto la promessa di un trattamento «significativamente preferenziale» sui farmaci.
Dettagli che, cumulativamente, hanno costituito un duro colpo per le ambizioni dei negoziatori Ue, convinti di poter fare meglio e di evitare perfino il 10%, che invece, nei giorni che ci separano dal 1° agosto, potrebbe essere considerato come un successo.
È pur vero che il Regno Unito non costituisce per gli Usa una fonte di squilibrio negli scambi commerciali, come lo è la Ue e, in particolare, la Germania. Quindi Londra ha beneficiato di questa oggettiva differenza. Ma è altrettanto vero che, se i britannici fossero stati ancora membri della Ue, oggi sarebbero rimasti intrappolati negli interessi contrapposti degli altri 27 Stati membri e avrebbero dovuto affidare la difesa dei loro interessi al commissario Maros Sefcovic e sarebbero finiti anch’essi nella «tonnara» del 30%.
Ora restano alla Ue solo 16 giorni per rimediare al disastro negoziale degli ultimi tre mesi e almeno limitare i danni e la soluzione possibile non può che essere quella degli accordi bilaterali. Siamo troppo ingombranti e diversi per affidarci tutti a Sefcovic. Non dimentichiamo che circa metà del disavanzo commerciale tra Usa e Ue è generato dalla Germania, con differenze enormi tra i diversi Stati membri, soprattutto a livello settoriale. Auto, agroalimentare, farmaceutica, meccanica, moda: ogni comparto ha saldi diversi e interessa in maniera diversa ciascun Stato membro.
In linea teorica, gli Usa hanno il potere di imporre dazi in entrata differenziati per ciascun Stato membro, poiché la Ue è un’unione doganale per le merci in entrata sul proprio territorio, non su quelle in uscita. Ma è una soluzione che si presta a essere facilmente aggirata con le triangolazioni. Ciascun Stato membro colpito da dazi più alti avrebbe incentivo a esportare negli Usa facendo transitare la merce attraverso un altro Stato membro che beneficia di un dazio più basso.
Molto più efficace sarebbe affidare a negoziati bilaterali la definizione di dazi differenziati per tipologia di beni. Qualcosa di simile a quanto ha già fatto il Regno Unito. Se l’obiettivo degli Usa sono le auto, l’acciaio e l’alluminio – settori in cui primeggiano i tedeschi e relativamente poco interessanti per l’Italia – il nostro Paese punti a un trattamento preferenziale, ad esempio, per agroalimentare e moda. Che il regolamento di conti tra Usa e Germania avvenga sul terreno di scontro che li riguarda direttamente, evitando che la testarda difesa degli interessi tedeschi, francesi e irlandesi trascini a fondo anche noi.
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