Nel caso ci fosse ancora bisogno di aggiungere pietre tombali sul fallimentare tentativo dell’Ue di creare e gestire un fondo comune per finanziare e incentivare investimenti, ieri ci ha pensato il ministro Giancarlo Giorgetti a metterne una particolarmente pesante. Intervenendo al meeting di Rimini, con toni a cavallo tra ironia e sarcasmo, ha sferrato un triplice colpo di maglio. Dapprima ha chiamato il Pnrr con le stesse parole che su questo giornale usammo già qualche anno fa, appena ne intravedemmo la natura, ammettendo che «potrei riempirvi di titoli di piani e progetti che ricordano i piani quinquennali dell’Unione Sovietica, scusate la battuta», riferendosi alla parte di Pnrr relativa alla formazione. Poi non si è nemmeno sottratto ad una amara constatazione a proposito del piano di incentivi agli investimenti green e digitali che va sotto il nome di Transizione 5.0, per i quali ha ammesso che «abbiamo fatto un’enorme fatica per estendere Industria 5.0 rispetto ai diktat di Bruxelles»; per poi chiudere con l’amara verità che «anche nel «nuovo Patto di stabilità, il pensiero lungo non è adeguatamente valutato e ci costringe a decisioni di politica di bilancio inevitabilmente di corto respiro».
Tutto già ampiamente previsto e documentato ai nostri lettori sin dai primi vagiti del Recovery Plan nella primavera del 2020. Da allora, ci volle quasi un anno di serrate trattative per definire il quadro di regole che avrebbero disciplinato l’erogazione di 338 miliardi di sussidi e 386 miliardi di prestiti (sono i 724 miliardi del Rrf, dispositivo per la ripresa e la resilienza, che costituisce gran parte del Next Generation Ue).
Dopo oltre tre anni, di quei 724 miliardi, è stata impegnata solo la somma di 647 miliardi perché molti Stati hanno rifiutato di prendere prestiti il cui costo sarebbe stato inferiore a quello sostenuto indebitandosi direttamente sui mercati. Quindi sono rimasti inutilizzati 95 miliardi di prestiti, circa un quarto. Ma la misura dell’insuccesso è fornita dagli effettivi pagamenti eseguiti dalla Commissione a favore degli Stati membri: solo 265 miliardi (171 miliardi di sussidi e 94 di prestiti), meno del 40% dell’impegnato, quando ormai mancano solo 22 mesi alla scadenza del piano. Con l’Italia a recitare il ruolo di scolaro più diligente, avendo già incassato cinque rate su dieci, per 113 miliardi (44 sussidi e 69 prestiti e quindi immediato debito pubblico) su 194 impegnati. Nonostante ciò, per il nostro Paese la strada resta tutta in salita. I 113 miliardi incassati sono stati effettivamente spesi per meno della metà e solo grazie alla revisione del piano voluta e condotta a termine dal ministro Raffaele Fitto, sono stati espunti dal piano iniziale dei veri e propri irrealizzabili libri dei sogni.
Abbiamo già richiesto il pagamento della sesta rata, ma le ultime quattro, ogni sei mesi fino a giugno 2026, costituiranno un ostacolo durissimo perché le centinaia di traguardi e gli obiettivi che ne condizionano il pagamento, sono in gran parte «veri», non di carta. Cioè bisognerà effettivamente completare i cantieri e collaudare le opere, altrimenti non arriverà più un centesimo.
Poiché la spesa effettiva, secondo l’ultima relazione semestrale è ferma a circa 52 miliardi, soprattutto grazie alla spesa per incentivi automatici come Industria 4.0 e Superbonus, dovremmo spendere l’astronomica cifra di circa 140 miliardi in 2 anni e una quota consistente di questa somma andrà a peggiorare il nostro fabbisogno di cassa e la necessità di ricorso al mercato, perché ci restano da ricevere dalla Commissione solo circa 80 miliardi. Non proprio una passeggiata, pur avendo dei titoli pubblici molto richiesti dagli investitori.
Preso atto del pensiero di Giorgetti, solidamente fondato su numeri e fatti, a questo punto è pero necessario che il ministro scambi quattro chiacchiere con Mario Draghi, anche con una certa urgenza.
Infatti è necessario ricordare che al nostro ex premier – negli ultimi 2 anni regolarmente ritenuto papabile per qualsiasi carica nelle istituzioni Ue e altrettanto regolarmente ignorato – a settembre 2023 è stata affidata dal presidente della Commissione Ursula von der Leyen la stesura del «rapporto sul futuro della competitività europea».
Atteso per giugno e rimandato a luglio, è finito schiacciato tra le elezioni europee e le trattative per l’elezione della von der Leyen a presidente della Commissione. Tanto che l’8 luglio è stata la stessa von der Leyen a rispondere ufficialmente ad un’interrogazione parlamentare, dichiarando che il rapporto è ancora «in fase di stesura». Ora pare che sarà pubblicato a settembre.
Nell’attesa, sappiamo già che Draghi punterà sulla proposta di forme di finanziamento comune, sull’esempio del NextGenEu, per sostenere una cronica carenza di investimenti pubblici nell’eurozona. Ne aveva già fatto cenno nel suo discorso a La Hulpe, in Belgio il 16 aprile, in cui ammise il fallimento del modello di competitività finora adottata in Europa, basato sulla corsa a chi modera di più i salari.
Prima ancora che il rapporto sia reso noto, è arrivato già il primo pizzino dalle solite fonti «vicine alle istituzioni Ue» che, dall’autorevole sito di informazione e analisi finanziaria marketnews.com, hanno fatto sapere che quelle richieste saranno respinte e cestinate. Forse anche a Bruxelles hanno capito che gli eurobond non sono previsti dai trattati ed emettere debito comune «spurio» è terribilmente inefficiente. Per poi finanziare investimenti verso progetti ampiamente discutibili, il cui controllo richiede un imponente sforzo burocratico, dominato dalla sfiducia reciproca. Grazie, abbiamo già dato. Checché ne pensi Draghi.
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