I cristiani devono anche combattere e non cedere alle sirene del mondo
Due grandi personalità «selvatiche» come Guido De Giorgio e Domenico Giuliotti, che vissero a cavallo tra Ottocento e Novecento, ci ricordano che è necessario opporsi alle illusioni tecnocratiche e progressiste

A volte c’è bisogno degli incendiari. Delle voci roventi che ricordano la necessità, in certi momenti, di portare la spada. Voci di opposizione radicale, poderosi antidoti alle fedi tiepide e alle idee molli. Forse non è un caso che proprio oggi, mentre sempre più spesso il mondo cristiano cede alle sirene del pensiero dominante, rispuntino le lame affilate di due scrittori sorprendenti, che definire «intellettuali» è quasi offensivo.

Due personalità che forse è ardito avvicinare, molto diverse tra loro sotto tanti aspetti. Eppure, a guardarle bene, stanno sulla stessa linea. Combattono, con tecniche differenti, sullo stesso fronte. Guido De Giorgio e Domenico Giuliotti, pur con tutto ciò che li separa, possono entrambi rientrare in una splendida definizione, quella di «cristiani selvatici». Vissero negli stessi anni: dal 1877 al 1956 Giuliotti; dal 1890 al 1957 De Giorgio. A un certo punto delle loro esistenze si separarono dal mondo. Giuliotti si rifugiò a Greve in Chianti a scrivere saggi e poesie, uscendone solo per recarsi saltuariamente a Firenze. De Giorgio, dopo un lungo vagabondare (nato a San Lupo, in Campania, visse in Tunisia, poi a Parigi), s’isolò sulle alture piemontesi, nei dintorni di Mondovì, e abitò da eremita una canonica abbandonata.

La biografia di Giuliotti, toscano furibondo, è ben ricostruita in un bellissimo libro appena pubblicato dall’editore D’Ettoris, Per una reazione spirituale italiana, firmato da Oscar Sanguinetti. Nato a San Casciano in Val di Pesa, terra di spiriti matti e coraggiosi, si ritrovò anarcoide e socialista per temperamento. Ateo rabbioso fino ai trent’anni, ebbe a cuocersi ben bene nel brodo caldo delle avanguardie fiorentine. Fu amico di Piero Gobetti, con cui condivideva nulla, e quasi fratello di Giovanni Papini, con cui invece condivise la conversione al cattolicesimo. Attorno ai trent’anni, da scrittore promettente e poeta stimato che era, divenne anche un polemista di prim’ordine, un gladiatore cristiano. Leggere per credere lo strabordante Dizionario dell’omo salvatico, composto assieme al Papini. Ne erano previsti 7 volumi, ne uscì solo uno, ma sollevò abbastanza polemiche da compensare tutti gli altri (lo ha meritoriamente pubblicato Il Cerchio, e c’è da correre a procurarsene una copia).

Giuliotti si definiva proprio così, «salvatico». Cioè un uomo «che rifugge dalla civiltà, se per civiltà s’intende quella che romba e lorda nelle città moderne del sedicente mondo civile». Salvatico, tuttavia – l’ha insegnato Leonardo – è non solo colui che si ritira sdegnato dalla vanità del mondo, ma pure «colui che si salva». Per salvar sé stesso e gli altri, Giuliotti si affidò alla lettura dei reazionari francesi, di Joseph De Maistre (che contribuì a divulgare), ma pure di Chesterton e, soprattutto, di Leon Bloy. L’influenza dinamitarda di quest’ultimo si avverte non poco nei suoi scritti. Sentite qui: «Io sono un dichiarato, un aperto, un irriducibile nemico della civiltà moderna. Questa sozza baldracca turpiloquente, vestita d’oro e ripiena di vermi, dov’ha toccato ha appestato. Essa ha innalzato i meccanici al di sopra dei poeti, i banchieri al di sopra de’ santi, il Diavolo al di sopra di Dio. Perciò l’odio. Essa, la stolta, avrebbe dovuto, quand’era tempo, buttarsi in ginocchio, per salvarsi, ai piedi di Cristo; avrebbe dovuto lavarli con le sue lacrime, asciugarli con i suoi capelli, ungerli col più prezioso dei suoi unguenti. Invece, inorgoglita dalla propria grassezza bolsa, ha levato, tra i battimani degli innumerevoli suoi drudi, la fronte impudica, e alla Luce del Mondo, bestemmiando, ha sputato in faccia».

E ancora: «La pietra angolare dalla quale non mi muovo e sulla quale spero, con l’aiuto di Dio, di farmi ammazzare dai nettaculi del Diavolo è l’eterno, incrollabile e, alla fine, trionfante Cattolicismo, luce, sole ed asse del mondo, senza del quale il mondo s’ottenebra, imbaca e frana come si vede». A questa violenza s’affiancano una sensibilità estrema, una cultura profonda e una smisurata conoscenza della sua fede, che tracima da Il ponte sul mondo (altro splendido volume edito da Solfanelli), un dettagliatissimo commento alla messa.

Conservatore e tradizionalista, Giuliotti. Fascista invece De Giorgio, ma a modo suo, e in parte. Mistico, prima di tutto, e anche filosofo sottile. Allievo di René Guenon, stimato (seppur spesso distante) da Julius Evola, egli si muoveva su un versante che Giuliotti non frequentò. Profondo studioso d’esoterismo, affascinato dalla filosofia perenne e da certi aspetti dell’islam, De Giorgio aveva in mente di unire la tradizione romana a quella cristiana.

Il suo orizzonte era Roma, luogo sacro che gli antichi e Cristo ammantano di eternità. Ne La tradizione romana (Mediterranee) e in Tradizione e realizzazione spirituale (Cinabro) è tratteggiata la sua visione, mentre le pagine più fiammeggianti di mistica si trovano in Dio e il Poeta (Archè). Anche lui, dicevamo, era un «salvatico». Ce l’aveva scritto nel nome, del resto: Guido Lupo. Si nascose come gli eroi antichi tra le montagne, tra difficoltà indicibili. Non perse mai lucidità.

E qui sta l’unione con Giuliotti. Entrambi rifiutavano la modernità livellante. «Se i cattolici moderni (molti almeno) d’una cosa son fieri, non è tanto d’esser cattolici quanto d’esser cattolici moderni», scriveva Giuliotti. «Da ciò le fisime del Teatro cattolico, del Cinematografo cattolico, ecc. Gente, dunque, il cui “programma” potrebbe esser racchiuso in quest’unica formula: “Modernizzare il Cristianesimo per cristianizzare la modernità”. Ma la modernità (questa sozza!) se ne ride; e Cristo, sulla Croce, riceve, dai suoi, per errore, una martellata in più».

Ecco invece De Giorgio: «Il moralismo si fonda sul mito del Bene in sé, del bene senza ragione, del bene senza Dio, sterile simulacro che vezzeggia in una moltitudine di cadaveri annuenti gli uomini in sé, privati di Dio anch’essi. L’orizzonte è quanto mai sinistro: lo scialbismo morale è tra le realtà più terrificanti: si oppone allo slancio, alla purezza, alla bellezza, all’amore, alla follia».

Vero, sono parole apocalittiche (infatti De Giorgio viene ampiamente citato nel nuovo e bellissimo saggio di Geminello Alvi La necessità degli apocalittici, Marsilio). Ma quanto sono corroboranti, ai nostri giorni, le spade di questi due profeti dei boschi e delle vette? Il loro rifiuto della mondanità non è sterile esilio, bensì combattimento spirituale contro le illusioni tecnocratiche e progressiste. Il loro richiamo costante al Bene e all’Amore superiore annichilisce le tirate dei religiosi odierni, ridotti ad attivisti di Ong. Mostrano, questi due pensatori, che ci può essere un altro modo – più battagliero, più virile (se ammettete il termine), più vitale – d’essere cristiani. Il modo di chi si prende dei rischi, di chi perde la vita per vederla riconquistata, di chi non ha timore della fatica e del sacrificio. Un modo selvatico, appunto: proprio di chi si oppone con tutte le forze al presente che opprime. Proprio di chi non si dà per vinto e sfida la morte, nella certezza di venire salvato.

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