Ostaggi liberi senza stop alle ostilità. Hamas apre all’ipotesi di una tregua
Ansa
Per i media arabi i terroristi accetterebbero in cambio di garanzie Usa sul ritiro di Israele e della sospensione dell’attacco a Rafah. Ma il ministro israeliano Gantz frena: «Nessuna risposta ufficiale». Burns (Cia) al Cairo.

La sensazione, ormai, è che ci si trovi di fronte all’ultima spiaggia per quel che riguarda l’esito positivo o meno dei negoziati tra Israele e Hamas. Quella di ieri è stata una giornata di attesa e tensione, con tutti gli occhi puntati su quanto accadeva a Il Cairo.

Dalla capitale egiziana si sono diffuse notizie, indiscrezioni e smentite relative alla possibilità che il gruppo terroristico che governa Gaza dal 2006 avrebbe accettato una prima bozza di accordo sul cessate il fuoco in tre fasi, in cambio della liberazione degli ostaggi israeliani e il ritiro delle truppe dalla Striscia. A rivelare questa ipotesi sono stati alcuni media egiziani e arabi, secondo cui Hamas avrebbe ricevuto garanzie dagli Stati Uniti affinché Gerusalemme non proceda con l’operazione militare a Rafah e si ritiri completamente da Gaza entro 124 giorni. Ipotesi seccamente e prontamente smentita da Israele, che ha ribadito che qualsiasi raggiungimento di un accordo non implicherà né uno stop alla guerra né una marcia indietro dalla città al confine con l’Egitto dove sono rifugiati circa un milione e mezzo di palestinesi. «Contrariamente a quanto riportato, Israele non accetterà in nessun caso la fine della guerra come parte di un accordo per il rilascio dei nostri ostaggi», ha dichiarato al Times of Israel un funzionario presente ai colloqui, «Come deciso dai vertici politici, l’Idf entrerà a Rafah e distruggerà i rimanenti battaglioni di Hamas lì con o senza una tregua temporanea». Il ministro del gabinetto di guerra, Benny Gantz, ha emesso una nota in cui ha chiesto ai diplomatici anonimi informati sulle trattative di non diffondere notizie non ufficiali: «Consiglio alle fonti diplomatiche e a tutti gli altri decisori di attendere aggiornamenti ufficiali, di agire con moderazione e di non diventare isterici per ragioni politiche», si legge, «quando Hamas presenterà una risposta, il gabinetto di guerra si riunirà per deliberarla».

Stando invece a quanto scritto su X dal reporter di Axios, Barak Ravid, Hamas avrebbe accettato al momento di portare a termine soltanto la prima fase dell’accordo, che prevede il rilascio di 33 ostaggi in 40 giorni, anche senza l’impegno di Israele a interrompere le ostilità. Nelle successive due fasi, di 42 giorni ciascuna, si dovrebbe trovare un nuovo accordo per una tregua più ampia, procedere alla liberazione dei restanti prigionieri e alla consegna dei corpi di quelli non più in vita. Tra i temi di discussione all’interno dei negoziati, come riportato dal media saudita Asharq News, ci sarebbe anche la scarcerazione da parte di Israele del leader palestinese Marwan Barghouti, con l’unica condizione che venga rilasciato a Gaza e non in Cisgiordania.

Tuttavia, il nodo principale da sciogliere, pare essere quello di Rafah. Il governo di Benjamin Netanyahu non ha alcuna intenzione di fermare l’offensiva, nonostante le continue pressioni americane. Ieri Antony Blinken è tornato ad avvertire lo Stato ebraico e lo ha fatto usando parole forti e chiare: «In assenza di un piano di protezione per i civili, non possiamo sostenere una grande operazione militare su Rafah perché il danno che farebbe va oltre ciò che è accettabile». Il segretario di Stato statunitense ha poi lanciato la palla nella metà campo dei terroristi: «Stiamo aspettando la risposta alla proposta, ma la realtà in questo momento è che l’unico ostacolo tra il popolo di Gaza e il cessate il fuoco è Hamas». In tutta risposta, il portavoce di Hamas, Osama Hamdan, intervistato da Al Jazeera ha affermato che un’invasione dell’esercito israeliano a Rafah è un elemento chiave nell’ambito dei negoziati e che l’insistenza di Netanyahu affinché questo accada rappresenta un ostacolo al raggiungimento di una tregua. Dichiarazioni che lasciano pensare che il raggiungimento di un’intesa è ancora lontano e che fanno il paio con quelle di Taher Nunu, funzionario e consigliere del capo politico di Hamas Ismail Haniyeh, secondo cui qualsiasi accordo deve includere la fine dell’assedio il ritiro israeliano da Gaza.

Nel frattempo da Gerusalemme hanno fatto sapere di aver informato la Casa Bianca sull’esistenza di un piano di evacuazione dei civili dalla città di frontiera a Sud della Striscia in vista dell’attacco, non ritenuto credibile però da Joe Biden, stando a quanto hanno riferito alcuni funzionari americani.

Parallelamente al tavolo dei negoziati (ieri al Cairo era presente anche il direttore della Cia, William Burns), continuano le operazioni militari nel resto della Striscia. A Khan Yunis, nel Sud dell’enclave palestinese, l’Idf ha colpito alcune postazioni di Hamas e distrutto un lanciarazzi dopo che da qui era partito un razzo in direzione di Ein Hashlosha, un kibbutz situato nel deserto del Negev occidentale; mentre sempre nei pressi di Khan Yunis, a Fokhari, è stata bombardata la moschea. Il ministero della Salute di Gaza ha aggiornato il bilancio delle vittime dal 7 ottobre: 34.654 morti, oltre a 77.908 feriti.

In Israele, invece, si intensificano le proteste dei cittadini contro la gestione del governo Netanyahu. Diversi manifestanti sono scesi in piazza a Rehovot e Tel Aviv per chiedere il raggiungimento di un accordo che porti alla liberazione degli ostaggi e nuove elezioni. Nella Città bianca, per contenere i cortei organizzati da Change generation, il movimento fondato in Israele dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, è dovuta intervenire la polizia con la chiusura di Begin street e Kaplan street e le vicine uscite dell’autostrada Ayalon freeway, dove i manifestanti volevano bloccare il traffico della città.

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