Greta: «Sono stata in quarantena». Il 6 marzo era con 3.500 persone
La Thunberg si è isolata per dieci giorni: «Probabilmente ho preso il morbo, ma non posso fare il tampone». A inizio mese, mentre l’Italia piangeva 197 morti, manifestava a Bruxelles con la benedizione dell’Europa.

C’è chi l’accusa di mitomania. Chi sostiene che si sia inventata tutto per tornare sotto i riflettori adesso che l’ambiente non tira più. E chi come Federico Palmaroli, in arte Osho, ha trasformato il suo ringhio contro l’Onu – how dare you? (come osate?) – in «m’avete rubato la scena, mortacci vostra». Sta di fatto che Greta Thunberg ha il coronavirus. O meglio, è «molto probabile» che ce l’abbia, come ha spiegato in questi giorni su Instagram. «Quando sono tornata dal mio viaggio in Europa», ha raccontato ai suoi 10 milioni di follower, «mi sono isolata in un appartamento lontano da mia madre e dalla mia famiglia… In Svezia non puoi fare il test per il Covid-19, a meno che tu non abbia un assoluto bisogno di cure mediche… A tutti i malati viene detto di restare a casa e di isolarsi. Tenetelo a mente, seguite i consigli degli esperti e delle autorità locali e soprattutto #StayAtHome per rallentare la diffusione del virus».

La notizia in sé potrebbe servire soltanto ad aggiornare la lunga lista dei Vip finiti in quarantena – con gli ultimi arrivati, il principe Carlo e Harvey Weinstein – anche perché la diciassettenne svedese per dieci giorni ha avuto solo sintomi lievi («mal di testa, gola infiammata, qualche linea di febbre») e dice di essersi sostanzialmente ripresa. Non c’è motivo per non crederle (con o senza tampone). Il problema piuttosto è quello che le hanno lasciato fare nel frattempo.

Sì perché il 6 marzo (ovviamente un venerdì, hashtag #FridaysForFuture), la pasionaria verde, ha potuto sfilare per le strade di Bruxelles insieme a migliaia di ragazzi (3.500 per le autorità locali), «con i giovani attivisti del clima di tutti i Paesi! (pure?, nda)» e con la benedizione delle istituzioni europee. Piccolo dettaglio: quel giorno l’Italia aveva già raggiunto quota 4.636 contagiati e stava piangendo 197 morti. Uomini e donne in carne ossa, mica pinguini. E il nostro Paese non aveva già più il tempo di rimuginare sulle foto postate dal sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per tenere in vita la movida (11 febbraio), o di litigare sulla campagna #Milanononsiferma di Beppe Sala o sugli aperitivi di Nicola Zingaretti sui Navigli (27 febbraio).

È la stessa attivista con l’impermeabile giallo a collegare il suo possibile contagio, probabilmente in forma lieve, a quel giorno. «Ho iniziato a sentire qualcosa circa dieci giorni fa (intorno al 15 marzo, ndr), esattamente nello stesso momento di mio papà, che ha viaggiato con me da Bruxelles… Mio padre ha avuto gli stessi sintomi, ma molto più intensi e accompagnati dalla febbre». Ora non resta che augurarsi che quel giorno né Greta, né nessuno dei suoi giovani seguaci, abbia sfilato insieme al coronavirus, contagiandosi a vicenda e portando il morbo nei vari Paesi dell’Unione europea da cui erano venuti.

Sono ragionamenti che non eravamo abituati a fare prima che il Covid-19 facesse capolino nelle nostre vite. Ma valgono tanto quanto i modelli matematici che provano a scoprire se la partita di Champions league, Atalanta-Valencia, sia stata la scintilla che ha scatenato il contagio che ha messo in ginocchio Bergamo. E assomigliano alle analisi dei flussi che tentano di capire se le anticipazioni notturne del decreto di Giuseppe Conte (che domenica 8 marzo avrebbe chiuso la Lombardia), hanno fatto salire il virus a bordo dei treni stracolmi che dalla Stazione centrale di Milano hanno raggiunto il Sud Italia.

Di sicuro, a inizio marzo, l’Unione europea ci aveva capito poco. O forse aveva solo scelto di aspettare gli eventi. E, pur avendo davanti agli occhi le immagini apocalittiche di Wuhan e poi il vicino caso italiano, l’assalto ai supermercati, la prima vittima di Vo’ Euganeo del 21 febbraio (il settantottenne Adriano Trevisan), le case piene e le chiese vuote, piuttosto che prepararsi alla battaglia riceveva come un capo di Stato al Parlamento europeo la paladina ambientalista, solo per il gusto di farsi insultare. «Se la casa brucia non si aspetta qualche anno per spegnere l’incendio», disse agli eurodeputati la profetessa che aveva sbagliato profezia, due giorni prima di sfilare. «Siamo nel pieno di una crisi che però non viene trattata come tale. Manca la consapevolezza, la giusta leadership e il tempo. È un piano che ignora i dati scientifici. Quello che ci propone oggi la Commissione europea è una resa». Parole sante, purtroppo però il 4 marzo nel palazzo di Bruxelles non si discuteva di come arginare il coronavirus, di come soccorrere i Paesi più in difficoltà e di come gestire una pandemia che cambierà la nostra storia, ma del piano presentato da Ursula von der Leyen per ridurre l’uso dei combustibili fossili. Poi, una bella photo opportunity con il presidente, David Sassoli, una stretta di mano (resa immortale dalla faccia schifata della ragazzina con le treccine, che probabilmente aveva già imparato ad apprezzare l’amuchina), e tutti in piazza, a manifestare contro il cambiamento climatico.

Era troppo presto per capire? Nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo? Niente affatto e ce lo dimostra lo stesso Europarlamento, che otto giorni prima aveva sbarrato le porte agli europarlamentari italiani provenienti dal Nord, raccomandando di rispettare una quarantena di 14 giorni a tutti coloro che – come Carlo Calenda – solo accidentalmente erano passati da Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto (staff compresi). Come si dice in questi casi, cara Europa, how dare you?

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