Barbara Baraldi (Mirandola, 1975) è una romanziera di gialli e storie horror, ha esordito nel 2007 e pubblicato diversi romanzi più volte ristampati, tra i quali Osservatore oscuro, Aurora nel buio, La stagione dei ragni, Cambiare le ossa, pubblicati da editori quali Mondadori, Einaudi e Giunti. In qualità di sceneggiatrice delle storie della serie Dylan Dog ottiene probabilmente ancora maggior fortuna, divenendo una delle autrici più amate nel periodo che segna il ritiro del suo fondatore, Tiziano Sclavi; tra gli albi che ha sceneggiato si ricordano Gli anni selvaggi, La ninnananna dell’ultima notte, L’ora del giudizio, Casca il mondo, illustrati da penne storiche quali Angelo Stano, Corrado Roi, Nicola Mari, Bruno Brindisi e Luigi Piccatto. Da pochi giorni è arrivato nelle librerie Il fuoco dentro, un romanzo dedicato alla complessa e drammatica figura della cantante Janis Joplin, pubblicato da Giunti.
Il fuoco dentro è dedicato alla vita e alla rapida fiamma che ha divorato l’esistenza di Janis Joplin (1943-1970). Come lei scrive al principio, quando ancora era una perfetta sconosciuta, «ha ventitré anni ed è in fuga da qualcosa di molto pericoloso: se stessa». Come nasce questo romanzo? Come mai ha scelto Janis Joplin?
«Per via delle circostanze fortuite che hanno portato alla stesura di questo romanzo, potrei dire che forse è stata Janis a scegliere me. L’idea è nata durante una conversazione con la redazione Giunti in merito ai miei tatuaggi: ho impresso sulla pelle frasi di alcune delle mie muse ispiratrici, come Sylvia Plath per esempio. E parlando di donne che hanno fatto la storia il discorso si è spostato su Janis Joplin. All’epoca conoscevo poco di lei: le canzoni più famose, la sua appartenenza al cosiddetto Club dei 27, l’immagine pubblica che è si è radicata nell’immaginario collettivo e che percepivo così distante dalla mia sensibilità. Mi è venuta voglia di conoscere la persona dietro il personaggio, e scavando ho scoperto una donna ben diversa dall’immagine della Mama Blues sicura di sé e insolente che offriva al pubblico. Quella era solo una piccola parte di lei, una delle maschere che indossava per calcare i palchi e (r)esistere in un mondo difficile e dominato dagli uomini come quello del rock’n roll tra gli anni ’60 e ’70. L’essenza di una persona è di per sé inafferrabile, ma ripercorrendo la sua vita ho trovato in Janis un’anima affine, ironica e sensibile, con cui mi sarebbe piaciuto essere amica. Era una grande lettrice, una persona fatta di contraddizioni sempre in bilico tra il desiderio di apparire e quello di scomparire, gentile e generosa, pronta a offrire aiuto a chi ne aveva bisogno. Tutti conosciamo le sue dipendenze; era una ragazza tormentata da una forma cronica d’insicurezza e aveva mille paure, ma che non ha mai smesso di guardare negli occhi i propri sogni a costo di venirne bruciata. Con la sua intelligenza e il suo talento, Janis ha precorso i tempi. Ha sfidato i preconcetti e il conformismo imperante, non ha mai cercato di essere “carina”, ma semplicemente se stessa, imponendosi come icona e offrendo una figura di donna incredibilmente moderna e rilevante ancora oggi».
In apertura lei avverte il lettore che Il fuoco dentro non è una biografia ma opera di fantasia. Eppure la sensazione è quella che lo sviluppo segua una notevole mole di informazioni reali, partendo dalla cronologia e dai luoghi, scandagliando realtà e possibile tra il 1966 e il 1970, l’anno della sua morte. Che cosa ha cercato di dire al lettore?
«Il cosiddetto “disclaimer” all’inizio del libro è necessario perché un romanzo, anche se biografico, è comunque un’opera di fantasia, e ricostruisce i fatti in forma narrativa. Ma tutto ciò che ho raccontato è basato sulle dichiarazioni dei testimoni e su fatti documentati. Ho cercato la voce di Janis nelle numerose lettere che scriveva alla famiglia e agli amici, dove raccontava spesso nei minimi dettagli cosa le capitava, come si vestiva, le persone che incontrava e con che problematiche si scontrava. Ho incrociato numerose fonti, intervenendo arbitrariamente solo quando erano in contraddizione. Ho quindi cercato di dare al lettore una versione il più possibile aderente alla realtà storica e rispettosa della figura di Janis, della sua personalità e di quello che ha rappresentato a livello culturale e persino sociale, esponendo fatti anche crudi, ma senza giudicare mai le scelte dei protagonisti».
Che cosa unisce questo romanzo ai suoi precedenti gialli?
«Il ritmo della narrazione, l’attenzione ai dettagli, l’indagare l’animo umano anche nel suo lato più buio, l’esposizione di indizi che fanno capire il motivo per cui si sono innescate certe dinamiche. E la persistenza dell’oscurità, perché la vita vera può essere molto più nera del noir».
Passando infine, purtroppo brevemente, alla sua attività di sceneggiatrice di fumetti, come nascono le idee per le storie di Dylan Dog? Si tratta di trame che fioriscono da un dialogo redazionale, ad esempio con Sclavi o con Recchioni, oppure sono causali? Che cosa pulsa al centro dell’immaginazione di Barbara Baraldi? La vita è così «horribile»?
«Le storie di Dylan Dog mi vengono a cercare nei momenti più inattesi, tra la veglia e il sonno o mentre sto ascoltando una canzone particolarmente suggestiva. Sono frutto di riflessioni sulle realtà che ci circondano, su argomenti spinosi; a volte nascono dall’urgenza di elaborare paure, traumi, o dall’esigenza di “fare la pace” con l’inconscio e il rimosso. Espongo ogni proposta sotto forma di breve sinossi alla redazione, e può capitare, poi, di confrontarmi con Tiziano, Roberto o con Franco Busatta sui dettagli prima di procedere alla stesura della sceneggiatura. Al centro della mia immaginazione pulsa il desiderio di essere sorpresa e incantata, di illuminare i lati oscuri della realtà, quelli che sono invisibili a un occhio disattento. La vita può essere meravigliosa e orribile allo stesso tempo, e solo accettandone ogni aspetto, credo, possiamo dire di averla vissuta appieno».
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