La manovra ha sostenuto i redditi fino a 35.000 euro, la fascia più colpita dall’inflazione. A ottobre il carovita calerà al 2,2%.

Abbiamo due notizie: una buona e una cattiva. La prima è l’anticipazione dell’inflazione del mese di ottobre, che l’Istat comunicherà il 31 prossimo. Dalle nostre stime – se la variazione rispetto a settembre fosse del 0,3% – l’indice Nic dovrebbe attestarsi al 2,2% (l’altro indice Ipca addirittura al 2%): più che dimezzato rispetto al 5,3% rilevato a settembre. La cattiva notizia è che si tratta di una ben magra consolazione per tutti i consumatori i cui ricavi o redditi non riescono a seguire l’andamento dei prezzi e si trovano quindi a subire una perdita del potere d’acquisto. È intuitivo, ma giova ribadirlo: non è sufficiente che l’inflazione non cresca più, dopo 24 mesi di corsa al galoppo, perché gli incrementi del passato non sono svaniti.

La conseguenza è che il governo Meloni si è ritrovato per la seconda volta a scrivere una legge di bilancio senza praticamente avere scelta. Quest’anno c’era da «salvare il soldato» a reddito fisso sotto i 25.000/35.000 euro annui e tutte le risorse sono andate a ridurre il prelievo che lo Stato esegue a titolo di imposte e contributi e, dunque, ad aumentare il netto in busta paga per dipendenti e pensionati.

Procediamo con ordine. Lo scalino anomalo dell’inflazione che leggeremo tra pochi giorni è purtroppo l’ultimo «regalo» che il governo Draghi ci ha lasciato a ottobre scorso, quando l’indice segnò una inaudita variazione del 3,4% rispetto al mese precedente, e dell’11,8% rispetto a 12 mesi prima. Fu il risultato della forsennata campagna di acquisti di gas «al meglio» condotta durante i mesi estivi, attraverso società pubbliche, che condusse il prezzo oltre i 300 euro al megawattora, in buona compagnia del petrolio Brent che oscillava poco sotto i 100 dollari. Finalmente da ottobre, il confronto per ottenere la variazione annua si farà partendo da quella base più alta e la variazione dei prezzi sarà nettamente inferiore. Per comprendere l’oggettiva condizione di difficoltà del percettore di reddito fisso bisogna però guardare l’andamento dei prezzi con una prospettiva più ampia, e l’esito è davvero impressionante. Il paniere di beni osservato dall’Istat per calcolare l’inflazione aveva un valore 100 nel 2015, salito a 105,7 nel settembre 2021 e, in soli 24 mesi, decollato a 122,1. In percentuale, significa che i prezzi ci hanno messo 6 anni per crescere di un modesto 5,7%, ma poi sono bastati 24 mesi per una crescita quasi tripla (15,5%). Cifre esagerate pure per i grossolani e apocalittici scenari di uscita dall’euro.

L’analisi per divisione di spesa fornisce un quadro ancora più netto. Alimentari e bevande aumentano intorno al 22%, i servizi legati all’abitazione (energia in testa) segnano un +35%, i trasporti +15%, così come i servizi ricettivi e di ristorazione. Solo i prezzi per le spese per comunicazioni e istruzione, che dal 2015 sono scesi significativamente, hanno retto l’onda degli aumenti. La stessa Istat, nel rapporto pubblicato lunedì, ha fatto notare che l’inflazione per le famiglie meno abbienti, rispetto a quelle più abbienti, si è collocata, durante il 2023, circa 2-3 punti percentuali sopra la media e circa 4 sopra la fascia delle famiglie più abbienti (nel primo trimestre 2023: 12,5% famiglie meno abbienti, contro 8,2% quelle più abbienti e 9,5% quella media). E solo nel terzo trimestre appena concluso tale forbice si è ridotta, ma non si è chiusa. Anche Bankitalia, nell’ultimo bollettino economico di ottobre, ha rilevato che «la quota dei nuclei che hanno riportato almeno qualche difficoltà a sostenere le spese mensili è cresciuta nella prima parte del 2023 rispetto al complesso del 2022». Aggiungendo che nel secondo trimestre la propensione al risparmio è diminuita al 6,3% (livello più basso dal 2015) e che «solo un quinto delle famiglie che riportavano almeno alcune difficoltà a sostenere le spese mensili ha dichiarato di essere riuscito ad accumulare risparmi tra gennaio e luglio scorso».

Di fronte a questo vero e proprio tsunami, la scelta del governo Meloni è stata quasi obbligata. Dapprima ha riproposto il taglio dei contributi a carico dipendente, partito a luglio scorso in misura piena (fino a 7 punti di riduzione) per i redditi inferiori a 25.000 euro. Misura che da sola vale circa 10 miliardi. Ha inoltre elevato la No Tax area fino a 8.500 euro e, accorpando le aliquote Irpef, ha consentito ai redditi fino a 28.000 di beneficiare di un’aliquota marginale del 23% anziché 25%. Combinando il tutto, sfruttando anche le detrazioni di imposta e il trattamento integrativo, si è creata di fatto una No Tax area fino a circa 13.000 euro. Ma anche al di sopra, fino a 35.000 di reddito, l’aliquota media effettiva è pari al 21% circa. Se a ciò aggiungiamo i 2 miliardi erogati ai dipendenti pubblici con le buste di dicembre, si completa un quadro che, lungi dal compensare per intero i danni subiti nell’ultimo biennio, è il massimo consentito con l’attuale finanza pubblica.

Comprendiamo chi – come i sindacati o il Pd – si sente scavalcato a sinistra da provvedimenti simili. Comprendiamo meno tutti coloro che in questi giorni invocano l’insufficienza delle risorse messe a disposizione. Un ben assortito insieme che in genere si sovrappone con quello di coloro che gridano allo sfascio dei conti e sussultano allarmati al minimo movimento dello spread. Facciano pace con sé stessi.

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