A Bruxelles hanno bisogno di soldi e improvvisamente si rendono conto che, all’interno della Ue, in materia di imposizione fiscale vige l’anarchia o, nel linguaggio felpato dei burocrati, la distorsione della concorrenza a opera di Stati che facilitano la pianificazione fiscale aggressiva. Nel mirino sono finiti in quattro: Irlanda, Olanda, Lussemburgo e Ungheria.
Discussioni sono in corso da anni ma nessuno vuole rinunciare a gettiti fiscali imponenti rispetto alle dimensioni delle rispettive economie. In quei Paesi c’è un approccio pragmatico alle soluzioni proposte dalla Commissione: quando potrebbero determinare, come in questo caso, il suicidio economico, allora si blocca tutto. Purtroppo non accade la stessa cosa da noi, dove abbiamo approvato sempre tutto al grido di «ce lo chiede l’Europa» e «morire per Maastricht».
Ma ora, due novità potrebbero forse far cambiare la situazione. La prima è che i fondi del dispositivo per la ripresa e la resilienza (Rrf) sono condizionati al rispetto delle raccomandazioni Paese che, per quegli Stati dispongono l’adozione di concrete misure per porre fine a regimi fiscali di favore. La seconda è che il debito di 750 miliardi contratto dalla Ue per pagare i sussidi e i prestiti del Next Generation Eu dovrà essere, dal 2026, rimborsato prevalentemente con nuove tasse.
Due temi entrambi potenzialmente deflagranti. Gli olandesi sanno bene che se presentassero un piano senza accogliere le raccomandazioni Ue, i pagamenti del Rrf a loro favore potrebbero restare bloccati presso il Consiglio europeo in tre mesi di «esaustive» (così come recita l’accordo del 21/7) discussioni a semplice richiesta anche di un solo Stato membro.
D’altro canto, la Ue deve elevare decisamente la quota di entrate diverse dai contributi degli Stati membri in base al Pil ed è a caccia di «risorse proprie» come imposte sul digitale, che provocherebbero l’immediata imposizione di dazi da parte degli Usa, imposte sulla plastica non riciclata, sulle emissioni di CO2 e sulle transazioni finanziarie. Tutti nervi scoperti che nessuno osa toccare per non far esplodere insanabili divisioni, in ogni caso decisioni che richiedono l’unanimità.
Il Financial Times ha ripetutamente lasciato trapelare che il commissario Paolo Gentiloni sta esplorando, per eliminare le distorsioni più evidenti nei regimi fiscali nazionali, l’attivazione dell’articolo 116 del Tfue che consente alla Commissione di eliminare una distorsione del mercato interno aprendo una consultazione con gli Stati e, in assenza di accordo, dà facoltà al Parlamento europeo e al Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, quindi senza unanimità, di legiferare direttamente. In ogni caso, la delicatezza sia giuridica che politica di un intervento del genere lascia presagire che se ne parlerà nel 2021. A Gentiloni premeva far sapere agli «amici del giaguaro» (tedesco) che la misura è colma o quasi.
Infatti proprio ieri il politico italiano ha parlato davanti alla neonata sottocommissione per le questioni fiscali, nata il 18 giugno dalla commissione per i problemi economici e monetari, presso il Parlamento europeo. Tale sottocommissione è competente per le questioni fiscali, in particolare la lotta alla frode fiscale, all’evasione fiscale e all’elusione fiscale nonché la trasparenza finanziaria a fini fiscali. C’è un piccolo particolare: il suo neonominato presidente è l’olandese e socialista Paul Tang. Uno dei Paesi nell’occhio del ciclone. Come se Dracula fosse nominato presidente dell’Avis. A beneficio di Tang va detto che in passato ha denunciato alla Commissione il regime fiscale aggressivo del suo Paese, ma non possiamo dimenticare che proprio in Olanda sono noti i rapporti tra una potente lobby di industriali e petrolieri beneficiari di regimi fiscali favorevoli e numerosi esponenti politici di tutti gli schieramenti. Comprendiamo che, dovendosi occupare di problemi relativi a imprese del suo Paese, gli tornerà senz’altro utile usare la stessa lingua ma – come abbiamo avuto modo di apprendere dagli europarlamentari italiani presenti in quell’organo, Francesca Donato e Antonio Rinaldi della Lega – è la conferma che su certe questioni il blocco nordico a guida tedesca non permette a nessuno di toccare palla. Presidiano con organizzazione militare tutti gli snodi decisivi delle istituzioni europee.
Nel merito, le parole di Gentiloni hanno confermato lo stallo: ci sarebbe la soluzione di imporre dazi sulle importazioni da Paesi, come il Vietnam, che non rispettano gli standard sociali e ambientali della Ue. Ma, da poco, è stato siglato un trattato di libero scambio, essendo un mercato molto prezioso per la Germania, che ora ha la presidenza di turno.
I tedeschi, in un modo o nell’altro, imporranno il raggiungimento di un accordo entro fine anno con la ragionevole certezza che gli interessi economici della loro area d’influenza non saranno toccati. Faranno pagare il conto all’idraulico italiano che ha il cattivo vizio di usare il contante?
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