Le Regioni smontano il salvacondotto seminando ostacoli per il governo
  • Secondo i governatori il passaporto deve servire solo per riaprire le attività lasciate indietro. Bocciati anche i limiti di Roberto Speranza sui cambi di colore, con la benedizione di Matteo Salvini. Confesercenti pronta a dare battaglia
  • Dopo l’allineamento di Forza Italia sulle posizioni del Pd, anche i presidi spingono: «Indispensabile per riaprire». Netta la Lega: «Lasciate liberi studenti e insegnanti»

Lo speciale contiene due articoli

Sul green pass e sui parametri che determinano il cambio di colore delle Regioni si consuma l’ennesimo scontro tra il governo e le Regioni stesse, e tra i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi. Oggi dovrebbero svolgersi la cabina di regia, ovvero la riunione ristretta tra Draghi e i capidelegazione dei partiti al governo, e subito dopo il Consiglio dei ministri che dovrà varare le nuove norme anti Covid. Ieri mattina la Conferenza delle Regioni, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, è tornata a riunirsi, dopo il primo vertice del giorno prima, e ha formalizzato le proposte al governo: «La Conferenza delle Regioni», spiega Fedriga, «ha elaborato alcune proposte sull’uso del green pass in un’ottica positiva, ovvero per permettere la ripresa in sicurezza di attività fino a oggi non consentite o limitate. Ad esempio grandi eventi sportivi e di spettacolo, discoteche, fiere e congressi. Inoltre», aggiunge Fedriga, «abbiamo anche condiviso una proposta per la revisione degli indicatori delle zone di rischio, formulando l’ipotesi di portare, per la zona bianca, il limite massimo di occupazione dei posti letto in area medica al 30% e quello delle terapie intensive al 20%. Si tratta di proposte che facciamo al governo, in un’ottica di collaborazione istituzionale, anche alla luce dell’attuale contesto epidemiologico», conclude Fedriga, «caratterizzato da un aumento dell’incidenza ma da una bassa occupazione dei posti letto ospedalieri e dalla progressione intensa della campagna vaccinale». Addio quindi al cambio di colore in base alla percentuale di contagiati sul totale della popolazione, come accaduto fino ad ora, con la soglia massima per restare in zona bianca fissata a 50 casi per 100.000 abitanti.

L’idea del ministro della Salute, Roberto Speranza, era di spedire una Regione in zona gialla con una occupazione delle terapie intensive superiore al 5% dei posti letto a disposizione e quella dei reparti ordinari superiore al 10%. Le Regioni, come è evidente, sconfessano totalmente la linea chiusurista di Speranza, proponendo soglie molto superiori. Anche sul green pass, le Regioni, all’unanimità, quindi al di là dei colori politici, suggeriscono al governo di prevedere l’obbligo di presentare il certificato solo per l’accesso a strutture che adesso sono chiuse, e quindi potrebbero ripartire, come le discoteche, o a quegli eventi che già prevedono restrizioni. Niente green pass invece per trasporti pubblici o ristoranti al chiuso, come pure desideravano alcuni media fanatici delle restrizioni.

Soddisfatto per la proposta delle Regioni il leader della Lega, Matteo Salvini: «Se applicassimo il green pass da domani mattina», argomenta Salvini, «come vuole qualche ultrà, significherebbe impedire il lavoro, il diritto alla salute, il diritto allo studio, allo spostamento e alla vita ad almeno la metà della popolazione italiana, che non è no vax ma semplicemente non ha ancora potuto vaccinarsi. Quindi andiamo per gradi. Penso che la proposta che arriva dalle Regioni all’unanimità», aggiunge Salvini, «sia assolutamente equilibrata». Il timore di molti osservatori e addetti ai lavori è che il governo abbia in mente di estendere gradualmente il green pass, introducendolo in maniera soft per poi allargarne l’obbligatorietà anche a locali al chiuso, mezzi pubblici e così via. Non solo: il governo starebbe ipotizzando di obbligare chi vuole sedersi nei bar e nei ristoranti al chiuso a esibire comunque un green pass, ma quello destinato a chi ha ricevuto solo la prima dose di vaccino. Nessun obbligo sarebbe invece previsto per prendere il caffè al bancone dei bar. Le due dosi sarebbero necessarie per entrare in discoteca o per prendere treni, aerei e navi a lunga percorrenza.

Una prospettiva che scatena la rivolta di Fiepet Confesercenti, associazione di categoria che riunisce gli esercenti pubblici e turistici: «L’obbligo di green pass per accedere alle sale interne di bar e ristoranti», attacca Giancarlo Banchieri, presidente di Fiepet Confesercenti, «non è solo punitivo nei confronti delle attività: è anche costoso da implementare e rischioso per i gestori, trasformati di fatto in agenti di pubblica sicurezza con tutte le responsabilità, anche legali, connesse. Per controllare all’ingresso i certificati e i documenti di chi li presenta, gli oltre 300.000 bar e ristoranti italiani avrebbero bisogno di formare una persona e dedicarla interamente a questo compito. Una soluzione onerosa e insostenibile per molte imprese», aggiunge Banchieri, «in particolare per quelle più piccole, che dovrebbero probabilmente assumere una figura ad hoc: una strada impercorribile in particolare nelle città d’arte, dove l’assenza di turisti già ha messo a dura prova i fatturati. Preoccupano, inoltre, eventuali ricadute in caso di errori nella fase di controllo: i gestori dovrebbero essere totalmente esonerati da ogni responsabilità. Resta inoltre da capire se un provvedimento di questo tipo», evidenzia Banchieri, «sia giustificato anche per piccoli ristoranti o bar, che permettono l’accesso solo a poche persone per volta all’interno dei locali. Sarebbe paradossale, anche perché stando alle indiscrezioni altre attività che sono evidentemente più esposte ai rischi di assembramento, come ad esempio i trasporti, sarebbero per ora escluse dall’obbligo».

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