I giudici Usa negano le primarie a Trump. Ora però rischiano l’effetto boomerang
Donald Trump (Ansa)
Per le toghe del Colorado è un «golpista». Ma la Corte suprema potrebbe smentire la tesi. Intanto The Donald vola nei consensi.

Non riescono a batterlo nelle urne e provano ad abbatterlo per via giudiziaria. Con una maggioranza di quattro a tre, la Corte suprema del Colorado ha stabilito che Donald Trump non potrà candidarsi alle primarie repubblicane di questo Stato. La sentenza, che accusa l’ex presidente di golpismo insurrezionale, invoca in particolare il Quattordicesimo emendamento.

«Il presidente Trump non si è limitato a incitare all’insurrezione», si legge nell’opinione di maggioranza, emessa martedì. «Anche quando l’assedio al Campidoglio era in pieno svolgimento, ha continuato a sostenerlo chiedendo ripetutamente che il vicepresidente Mike Pence si rifiutasse di adempiere al suo dovere costituzionale ed esortando i senatori a fermare il conteggio dei voti elettorali. Queste azioni costituivano una partecipazione palese, volontaria e diretta all’insurrezione». Trump adesso avrà tempo fino al 4 gennaio per chiedere una revisione della sentenza da parte della Corte suprema degli Stati Uniti. Il suo staff ha nel frattempo definito la decisione dei giudici del Colorado come «antidemocratica», annunciando un rapido ricorso.

Adottato nel 1868, il Quattordicesimo emendamento contiene una clausola, in virtù della quale non possono ricoprire cariche pubbliche coloro che abbiano partecipato ad attività insurrezionali. L’obiettivo era impedire che, a seguito della Guerra di secessione, potessero candidarsi a incarichi pubblici degli ex funzionari confederati. Negli scorsi mesi, si sono susseguiti vari ricorsi legali contro la candidatura di Trump sulla base di questo emendamento: ricorsi che partivano dalla tesi, secondo la quale l’ex presidente si sarebbe macchiato di attività insurrezionale il 6 gennaio 2021, quando si verificò l’irruzione in Campidoglio. Eppure finora queste sfide legali si erano risolte in una bolla di sapone. A ottobre, la Corte suprema degli Stati Uniti si era rifiutata di prenderne in considerazione una, mentre, a inizio novembre, la Corte suprema del Minnesota ne aveva respinta un’altra. Sempre a novembre, un giudice del Michigan aveva cassato un ulteriore ricorso, imperniato sul Quattordicesimo emendamento, sostenendo che avrebbe dovuto essere il Congresso a decidere sull’eleggibilità di Trump.

Al di là di questi precedenti, dalla sentenza di martedì emergono alcuni aspetti controversi. In primis, tutti i sette membri della Corte suprema del Colorado sono stati nominati da governatori appartenenti al Partito democratico. In secondo luogo, è interessante riportare quanto scritto dal giudice Brian Boatright nella sua opinione dissenziente (ricordando che, pur essendo di nomina dem, Boatright è repubblicano). «In assenza di una condanna correlata all’insurrezione, direi che una richiesta di interdire un candidato ai sensi della sezione 3 del Quattordicesimo emendamento non costituisce un legittimo fondamento di azione secondo il codice elettorale del Colorado», ha affermato il togato.

E il punto è proprio questo. Nonostante Joe Biden abbia detto ieri di «non avere dubbi» sul fatto che Trump abbia supportato un’insurrezione, il procuratore speciale Jack Smith, nella sua incriminazione sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, non ha accusato l’ex presidente dei due reati che, nel codice americano, riguardano il golpismo insurrezionale, vale a dire: «insurrezione» e «seditious conspiracy». Inoltre, anche lo avesse fatto, il processo inerente a questo caso non inizierà prima del 4 marzo. Per arrivare a una sentenza di interdizione, come quella di martedì, non sarebbe quindi stata necessaria prima una sentenza definitiva di condanna per insurrezione? Infine, secondo quanto riferito da Reuters ad agosto 2021, l’Fbi non ha rinvenuto solide evidenze del fatto che l’irruzione del 6 gennaio fosse stata «centralmente coordinata». Sia chiaro: nessuno qui nega che quell’irruzione sia stata un evento esecrabile, né che Trump abbia commesso un grave errore politico, tenendo quel famoso discorso e tardando a intervenire per placare i facinorosi. Il punto però è un altro: per essere interdetto in quanto golpista insurrezionale, Trump dovrebbe essere prima giudicato tale in un’aula di tribunale e attraverso i tre gradi di giudizio. Così almeno funziona nelle democrazie liberali.

La sentenza di martedì, insomma, è traballante e potrebbe essere sconfessata dalla Corte suprema degli Stati Uniti. Di questo avviso è, per esempio, Alan Dershowitz: il noto avvocato che, pur essendo elettore dem, difese Trump durante il suo primo processo di impeachment nel 2020. «La Corte suprema degli Stati Uniti dovrebbe ribaltare la decisione della Corte del Colorado. Gli Stati non hanno il potere di interdire un candidato presidenziale ai sensi del Quattordicesimo emendamento», ha dichiarato Dershowitz ieri alla Verità. D’altronde, secondo vari giuristi, la clausola d’interdizione del Quattordicesimo emendamento, per scattare, richiederebbe addirittura un’apposita legge approvata dal Congresso.

Ovviamente la questione è anche politica. Da quando sono iniziate a piovere le incriminazioni sul suo capo a marzo, Trump ha guadagnato in totale quasi 20 punti di gradimento a livello nazionale nell’ambito delle primarie repubblicane ed è attualmente al 63% dei consensi. Non è quindi escluso che questa controversa sentenza possa rafforzarlo elettoralmente. Così come non è escluso che, come detto, essa possa essere ribaltata dalla Corte suprema degli Stati Uniti. È d’altronde quello che l’ex presidente spera. Per lui, l’interdizione in Colorado non è un grosso problema: è dal 2008 che questo Stato, alle elezioni presidenziali, vota saldamente per il candidato dem. Il rischio per l’ex presidente è semmai che si inneschi un effetto domino in grado di coinvolgere aree elettoralmente decisive. Dal canto loro, i dirigenti del Partito repubblicano del Colorado hanno fatto sapere che, se la sentenza dovesse essere confermata, ripristineranno il vecchio sistema dei caucus, anziché ricorrere a quello delle primarie: ricordiamo che il caucus è un’assemblea ristretta degli attivisti di partito. Non è tuttavia chiaro se tale escamotage permetterebbe di aggirare la sentenza. Per il momento quindi restano le incognite. E il vago sospetto che, per fermare un candidato sempre più in ascesa nei sondaggi, l’unica via possibile sia ormai quella giudiziaria. Poi magari quelli che oggi esultano per l’interdizione di Trump sono gli stessi che dicono di voler «salvare la democrazia».

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