La Svizzera perde il suo quotidiano cattolico
Tra un mese arriva il Papa e il vescovo chiude lo storico Giornale del Popolo, di proprietà della Diocesi. Monsignor Valerio Lazzeri ha portato i libri in tribunale senza avvisare la direzione. Polemica sui bilanci e ondata di solidarietà per salvare la testata.

«Non impedias musicam», non disturbare la musica, recita il motto episcopale di monsignor Valerio Lazzeri, 55 anni, vescovo di Lugano. Oggi tuttavia lo spartito del Giornale del Popolo, storico quotidiano della diocesi svizzera fondato nel 1926, non suonerà nelle edicole del Ticino. Malgrado i redattori abbiano trascorso la giornata al giornale, componendo le pagine, queste non dovrebbero vedere la luce a causa dell’improvvisa decisione del prelato di chiudere tutto. Scelta comunicata al direttore, Alessandra Zumthor, e a tutti i giornalisti solo nella mattina di giovedì, e dopo aver portato i libri in pretura per percorrere la via del fallimento.

Stop allo stipendio, niente liquidazione. Ieri il quotidiano ha realizzato un ultimo (?) numero clamoroso, se rapportato ai toni felpati di una curia svizzera: tutte le pagine in bianco, con la prima occupata solo da un comunicato del vescovo e da una garbata ma ferma presa posizione del direttore, che parlava di «sgomento» e lanciava una sottoscrizione per tentare il tentabile in attesa di soluzioni alternative. Ieri a Lugano si è vissuta una giornata di tensione: la redazione si è presentata al lavoro, decisa a mandare il giornale in edicola anche oggi. In Ticino si è scatenata una inattesa (per dimensioni) ondata di solidarietà: imprenditori, politici, semplici cittadini, lettori, hanno testimoniato con donazioni, bonifici, messaggi, lettere, lo sconcerto e il sostegno anche materiale. Per dare un’idea della vicinanza dei lettori alla testata, basti ricordare che una recente raccolta fondi per i cristiani perseguitati in Siria ha cumulato in pochi mesi oltre 900.000 franchi (circa 750.000 euro), in un territorio abitato da 350.000 persone. Mentre andiamo in stampa, in redazione stanno finendo di impaginare migliaia di lettere arrivate in poche ore, ma difficilmente vedranno la stampa. Malgrado la richiesta della direzione, infatti, il vescovo (che rappresenta l’editore della testata) ha diffidato lo stampatore dal prestare la sua opera, così come ha esortato per vie legali i redattori a lasciare il posto di lavoro. Nella notte proseguono altre trattative per tentare un altro modo per far partire rotative e camion, per testimoniare comunque la posizione del giornale e dei lettori, almeno sul sito. Ma anche qui la diocesi avrebbe negato il permesso alla piattaforma (www.gdp.ch) di ospitare contenuti e rimanere accessibile nell’immediato futuro.

Il prelato, insediatosi nel novembre 2013, ha rifiutato di motivare la scelta oltre a quanto comunicato. Linea dura: il giornale deve chiudere. Come si è arrivati qui? La testata viaggia sopra le 11.000 copie quotidiane, ha 7.000 abbonati e 32 dipendenti, con una trentina di collaboratori esterni. Come tutta la stampa, negli ultimi anni si è sottoposta a una seria cura dimagrante di costi e struttura. Pochi mesi fa ha scelto di abbandonare la concessionaria di pubblicità che condivideva con l’altra testata locale, il Corriere del Ticino, per affidarsi alla Publicitas. Malgrado l’afflusso di inserzioni e introiti fosse giudicato ottimo da fonti vicine alla pratica (grazie al lavoro della branca locale della Publicitas), la concessionaria è fallita a fine aprile, causando come ovvio problemi di cassa alla testata. Qui si aprono due versioni non compatibili. Stando al vescovo, il fallimento avrebbe aperto una falla tale da impedire la prosecuzione dell’azienda editoriale. Stando alla redazione, e alle reazioni di chi conosce da vicino il tessuto socioeconomico e lo stato patrimoniale della diocesi, però, difficilmente un ammanco di meno di 400.000 franchi (circa 340.000 euro) può compromettere la sopravvivenza di un’azienda di 30 dipendenti. Da tempo la curia non ha risposto alla richiesta di conoscere nel dettaglio la condizione economica dell’impresa. La richiesta di fallimento è partita all’insaputa di tutti, salvo i consiglieri più stretti di monsignor Lazzeri, gli unici con i quali il vescovo sembra essersi confrontato in merito alla brutale scelta.

La redazione lamenta il fatto che non sia stata presa in considerazione la possibilità di studiare un «piano sociale», l’equivalente dei nostri ammortizzatori, per venire incontro alle famiglie dei dipendenti, che perdono di colpo tutto il reddito. Al momento sono allo studio diversi, confusi progetti per provare a salvare la testata, possibilmente scongiurando l’iter del fallimento che ora dipende dalle mosse della pretura elvetica. Il direttore, Alessandra Zumthor, ieri sera ha rivolto un appello in tv a tutta la Svizzera, ponendo una questione di pluralismo per tutti i cantoni. L’intento è quello, senza entrare in rotta di collisione con la diocesi, di indurre un ripensamento in extremis che non è riuscito fin qui per via diretta.

Dettaglio non da poco, la chiusura dell’unico quotidiano cattolico svizzero avviene a un mese dalla visita di Papa Francesco a Ginevra, fissata per il prossimo 21 giugno. Un pontefice in terra elvetica mancava dal 2004.

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