Giorgia si candida in Europa: «Cambiamo case e auto green»
Giorgia Meloni (Ansa)

A Pescara il capo di Fdi lancia il programma per Bruxelles: passare dalla fase di contenimento delle direttive imposte dai socialisti al ruolo di traino per l’industria. «Fermeremo tutte le norme che ci impoveriscono». Matteo Salvini blinda Roberto Vannacci. Un paralimpico: «Polemiche? Il generale ha ragione».

Salutate la capolista: Giorgia Meloni chiude la Conferenza programmatica di Fratelli d’Italia a Pescara con l’annuncio della ormai scontata candidatura alle Europee. Sarà capolista in tutte le circoscrizioni, spiega la Meloni, che finalmente autorizza chiunque a chiamarla come vuole. Addio (per fortuna) al «Signor presidente del Consiglio», la Meloni, alla fine dei 73 minuti di discorso, costellato di applausi e ovazioni a raffica da parte del suo popolo, tira fuori il colpo a sorpresa: «Votatemi scrivendo il mio nome», dice la premier, «ma il mio nome di battesimo, Giorgia, come mi chiamano tutti quelli che mi avvicinano». Dice sul serio, la Meloni: votare scrivendo sulla scheda solo il nome di battesimo è possibile, a condizione che nelle liste il suo nome appaia con la dicitura «Giorgia Meloni detta Giorgia», come spiega Francesco Lollobrigida, in prima fila insieme allo stato maggiore del partito. Chi sa se al quartier generale del Pd pensano a questo punto, per continuare in questa grottesca corsa alla imitazione dell’originale, di indicare sulle liste «Elly Schlein detta Elly», («Elly Schlein detta Giorgia» prenderebbe più voti ma insomma sarebbe troppo). In campo, sul rettangolo verde della politica italiana, c’è solo lei, Giorgia Meloni detta Giorgia, che si prepara a una campagna elettorale trionfale, a dispetto degli avversari, dei nostalgici dell’antifascismo, dei telesoloni con poche idee e meno ancora ascoltatori, e pure degli alleati, divisi plasticamente in due: quelli che, come Antonio Tajani, presente ieri a Pescara, hanno astutamente posizionato il loro partito sulla scia di Giorgia, sfruttandone il vento in poppa, e quelli che, come Matteo Salvini, che invia un videomessaggio, tentano di differenziarsi: «Grazie a Matteo che ci ha preferito il ponte», scherza Giorgia giocando con le parole, tra il ponte di Messina e quello festivo, «lo so, per noi che siamo genitori non è facile, lo so che ci teneva a essere qui con noi». Qualche ora dopo, nel pomeriggio, la solita nota dei «rispettivi staff» farà sapere che i due si sono sentiti al telefono «per fare il punto dopo la kermesse di Pescara (ironizzando su alcune ricostruzioni polemiche)».

Dettagli di politica politicante: quello che invece interessa a tutti noi è che Giorgia si impegna a affrontare, in Europa, gli argomenti che stanno a cuore alle famiglie, alle imprese, a cominciare dalla folle direttiva sulle case green appena varata da una Commissione in scadenza, la cui applicazione costerebbe agli italiani una cifra spropositata: «I cittadini italiani, soprattutto quelli meno abbienti», attacca la Meloni, «stanno già pagando un altro provvedimento di efficientamento energetico, che era il superbonus 110%, e non è colpa dell’Europa ma di qualche allegro politico italiano. Una direttiva pensata malissimo, senza tenere conto di alcuna specificità. È come se efficientare una casa di legno nella tundra finlandese fosse la stessa cosa di efficientare una casa in pietra in un borgo della Sicilia. Solamente dei burocrati chiusi in un palazzo di vetro», aggiunge la Meloni, «possono immaginare una cosa del genere. Siamo riusciti a ottenere risultati molto importanti, l’eliminazione dell’avanzamento di una classe energetica da raggiungere in pochi anni, una mazzata che sarebbe costata, mediamente, tra 40-70.000 euro ad abitazione. Per il momento lo abbiamo evitato, ora ogni governo avrà due anni di tempo per predisporre un piano nazionale per la riduzione delle emissioni inquinanti degli edifici». Poi la promessa solenne: «Sono due anni», assicura la Meloni, «che intendiamo utilizzare per provare a cambiare una normativa che rimane ancora molto, troppo sbilanciata e che per essere ragionevole, a monte, deve rispondere a una banale domanda a cui, però, non ha risposto nessuno finora: chi paga? Perché la risposta sarebbe stata: i cittadini. E allora non si può fare». Dalla casa all’auto, la Meloni per consolidare il suo consenso punta al cuore, anzi alle tasche, degli italiani: «Ci siamo battuti contro le follie ideologiche dell’Europa», attacca Giorgia, «come quella di smettere di produrre auto a benzina e diesel dal 2035. Nessuno nega che l’elettrico possa essere parte della soluzione, ma nego che possa essere l’unica. Sostenere il contrario è un’idiozia suicida, soprattutto se l’elettrico è prodotto da nazioni che non rispettano neanche lontanamente i vincoli ambientali ai quali sono sottoposte le nostre aziende. Noi difendiamo il principio della neutralità tecnologica. Mentre salviamo l’ambiente vogliamo salvare anche le imprese e i lavoratori». Non manca un riferimento all’Africa: «È tornata», argomenta la Meloni, «l’Italia in Africa, come apripista di un approccio non più predatorio o paternalistico, un approccio a cui ora tutti guardano con attenzione. È tornata l’Italia nei grandi consessi internazionali. Pensate cosa potremmo fare se l’8 e il 9 giugno riusciremo a moltiplicare la nostra rappresentanza a Bruxelles e se dovessimo riuscire a costruire una maggioranza di centrodestra anche nel parlamento europeo». Vedremo come andranno i risultati e il passaggio dalle parole ai fatti.

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