- La nuova Guida suprema minaccia senza mostrarsi: «Vendetta». La Casa Bianca: «Non garantiamo la sicurezza delle petroliere».
- Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi. Prosegue la doppia offensiva di Tel Aviv. Missili sul lungomare di Beirut: morti 11 sfollati.
Lo speciale contiene due articoli.
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
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