Tria mette a nudo la Germania: «Ci ha ricattati per le banche»
Ansa
  • Per il ministro dell’Economia, il predecessore Fabrizio Saccomanni, «dovette piegarsi al collega tedesco sul bail in, altrimenti avrebbero diffuso la notizia che il nostro sistema bancario stava per fallire».
  • Il Bullo corse a varare la norma che ha condannato i risparmiatori tre anni prima dei desiderata Ue.

Lo speciale contiene due articoli

Forse è stato un lapsus freudiano. Oppure è il lato Mister Hyde che emerge carsicamente tra una presa di posizione pubblica e l’altra. L’uscita di ieri del ministro dell’Economia Giovanni Tria colpisce in pieno l’ex omologo del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, e l’allora collega tedesco Wolfgang Schäuble. «Sull’introduzione del bail in», ha detto Tria davanti alla commissione Finanze del Senato, «erano tutti contrari. Il ministro di allora era Saccomanni che fu praticamente ricattato dal ministro delle Finanze tedesco», il quale gli disse che se l’Italia non avesse accettato «si sarebbe diffusa la notizia che il nostro sistema bancario era prossimo al fallimento». In serata Tria ha provato a diffondere una mezza smentita. Il Mef: «Il ministro ha voluto fare riferimento a una situazione oggettiva in cui un rifiuto isolato dell’Italia avrebbe potuto essere interpretato come un segnale di una crisi del sistema bancario». Insomma, nessuna accusa specifica contro Berlino, spiega il portavoce. Peccato che la frase di Tria non sia per nulla campata in aria.

Dal punto di vista tedesco, fare approvare l’inversione della responsabilità bancaria significava non solo far pagare alle tasche dei correntisti i fallimenti bancari, ma soprattutto evitare che una qualunque crisi del sistema italiano venisse risolta dai contribuenti e, in traslato, a carico del debito pubblico. Costringendo così a interventi transnazionali come accaduto in Grecia e soprattutto a Cipro nel 2013. Con la differenza che due anni prima i principali partner europei avevano già provveduto a mettere in sicurezza i rispettivi sistemi bancari con iniezioni da centinaia di miliardi.

All’epoca, il nodo verteva quasi tutto attorno all’esposizione agli strumenti derivati, gli stessi che avevano mandato piedi all’aria le banche di Wall Street, di cui la Germania era (e in misura minore è ancora) zeppa. In quegli anni le sofferenze (Non performing loans, Npl) non erano considerate un problema: motivo per cui l’Italia in modo improvvido non avviò i salvataggi pubblici. Nei decenni precedenti, la politica nostrana aveva addirittura incentivato le banche a sostenere il Pil concedendo a molte filiere produttive fidi praticamente perpetui. Chi oggi critica quella mossa da parte del governo di Silvio Berlusconi e della stessa Bankitalia omette un dettaglio: gli Npl sono diventati una lettera scarlatta solo dopo. I governi di Roma consideravano la politiche delle sofferenze una droga necessaria per pompare l’economia. È stato il passaggio di testimone da Roma a Bruxelles a cambiare improvvisamente i parametri: e a quel punto il sistema bancario italiano si è trovato di colpo in fuori gioco. Costantemente sotto capitalizzato e in difficoltà. Le norme del bail in, secondo lo schema europeo, sarebbero dovute entrare in vigore nel 2018. L’Italia si impegnò già con Enrico Letta ad annientare il bail out. E trasformò l’intento in realtà nel 2015, quando il Parlamento, su input di Matteo Renzi, fece diventare la norma Ue una legge italiana.

Alla luce di tale premessa, l’affermazione di Tria fa impressione. D’altronde, attorno al bail in deve essere successo qualcosa di veramente diabolico e innominabile. Visto che quasi tutti i player italiani nel corso degli anni hanno cercato di prenderne le distanze. Nei fatti, sperimentando la via di mezzo chiamata ricapitalizzazione precauzionale e soprattutto con le parole.

Ultimo in ordine di tempo, Ignazio Visco. Lo scorso 31 gennaio, parlando con gli studenti della scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il numero uno di Bankitalia fa emergere i limiti di una politica troppo filotedesca, e spiega per quali motivi all’Italia sia stato impedito di mettere mano al debito pubblico per ricapitalizzare l’intero sistema bancario. Lasciandolo di conseguenza in balia della Vigilanza Ue. «La Germania ha speso 60 miliardi per salvare il sistema bancario», ha detto in quel frangente Visco, «cosa che a noi, dopo, è stato impedito». Non è per giunta la prima volta che Visco gira attorno al tema che Tria ieri ha fatto esplodere. L’anno scorso, in una intervista al Corriere della Sera, il governatore si dilungò su quanto accaduto nella primavera del 2013, quando Palazzo Koch di fronte alla Banking communication, il testo che prevedeva per la prima volta il burdeng sharing espresse un parere freddo. Chiese di mantenere una graduale progressione, adeguata al contesto. Secondo Bankitalia, il meccanismo di risoluzione delle banche in fase di crac si sarebbe dovuto applicare non prima del 2018. «Ma nella fretta della discussione o nella difficoltà di arrivare a un accordo, questi punti», spiega Visco, «non sono passati». Eppure, allora, al termine di uno storico Consiglio europeo, Enrico Letta twittò: «Approvata Banking union. Per tutelare risparmiatori ed evitare nuove crisi». Visco non smentì l’ottimismo di Letta. Anzi nessuno lo fece. E nei tre anni successivi nessun vigilante italiano ha fatto emergere il problema in cui l’Italia si era infilata.

E Fabrizio Saccomanni? L’attuale presidente di Unicredit, tirato in ballo pesantemente, non ha risposto. Avrebbe avuto di che dire al collega: o hai le prove, o siamo al limite della diffamazione. Invece niente. La mente corre alla sua audizione di fronte alla Commissione d’inchiesta sulle banche. «Si riconosceva che il nostro Paese meritava sostegno nell’immediato per poter gestire una situazione difficile», dichiarava, «contemporaneamente l’Italia doveva correggere i conti. Così in sede Ecofin le argomentazioni avanzata venivano accolte privatamente dicendo: “Sì avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però …”, lascio i puntini per non dire cose più sgradevoli». Il bail in ora è legge e qualcuno dovrebbe chiedere a Saccomanni di finire la frase una volta per tutte, e dire che cosa aveva da gioire Letta.

Claudio Antonelli

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